Archivio per la categoria 'progettazione'

Vizi e virtù di un designer_ Amore a prima vista

do not fall in love

Non lo lasceresti mai. Così bello, così tuo, insomma, quello giusto…Si decisamente quello che fa per te. Perfetto!
Tutti sembrano volerti dare consigli che vanno contro la tua scelta… ” Potrebbe essere meglio se…” oppure “Ma sei proprio sicura che…?” Sì, sono sicura.
Per quanto tu possa pensarci sopra non cambia niente. Per quanto tu possa vagliare altre soluzioni la tua appare sempre la migliore.
Poi ad un certo punto ti accorgi che sei di fronte ad un vicolo cieco, ma ormai, ahimè, è troppo tardi.
E’ successo! Quello che capita almeno una volta nella vita. Ti sei innamorata… ti sei innamorata della tua idea. (more…)

Open Design Club

open_design_club Open Design Club è un sito che pubblica progetti condivisi dai propri progettisti. Sono presenti le istruzioni per costruire i prodotti che sono liberamente ridistribuibili in quanto utilizzano una licenza Creative Commons .
Ecco come si presentano:

Ci piace pensare a noi stessi come uno studio virtuale di desgin, che offre l’oppurtunità di presentare e condividere idee e progetti di design a sorgente aperta (open source). Ogniuno può diventare un collaboratore dell’ Open Design Club contribuendo con progetti e idee o producendo e vendendo i prodotti presentati.

Offiriamo le istruzioni per progetti che possono essere prodotti in casa. I prodotti do ODC sono rilasciati con una licenza Creative Commons che significa che puoi copiare, eseguire, modificare e se vuoi venderli. Crediamo che rimuovendo i copyrights dai nostri progetti ispireremo idee e buoni risultati in molti nuovi progetti. Condividiamo le nostre idee, le nostre conoscenze e il nostro pensiero, così che anche tu possa contribuire

Conflitti interni

Da qualche giorno ho come l’impressione di far parte di una enorme menzogna e questo non mi piace per niente.
Io sono da sempre un promotore di un design che abbia valore, chiamatelo come volete, chiamatelo come faceva Munari “good design”, qualcuno lo chiama design radicale, non importa, il senso è più o meno lo stesso, un design che crei oggetti che non siano ostacoli(per citare Nicola Esculaci). Quale sia il percorso da fare perchè questo avvenga non lo so con certezza è una strada che tutti percorrono a fari spenti, se però si ha una cartina con se al termine di questo percorso si troverà un oggetto che non è un ostruzione ma un oggetto che migliora le nostre vite.
Ho sempre creduto che il valore del design stesse proprio in questo se però non è così vuol dire che per quanto mi riguarda i designer sono solo dei servi di qualche imprenditore che vuole far soldi creando oggetti attraenti per accalappiare qualche imbecille.
I principi forti che io inevitabilmente riverso nel mio processo di progettazzione sono, se andate a vedere, più o meno sbandierati da tutti, persino le icone del design più chiassoso e alla moda parlano di oggetti accessibili a chiunque e allora come mai nella realtà le cose non vanno così?
E ancora, come mai i designer di oggi sembrano prediligere un design elitario ma privo di valore?
Maldonado dice che il designer sceglie la forma degli oggetti. Subito chiarisce però che queste scelte che possono sembrare libere sono in realtà prese all’interno di un sistema di priorità prestabilite.
I designer sono il mezzo con cui la società da forma agli oggetti.
Facendo il percorso inverso, se si è in grado di leggere la produzione di beni di consumo si può risalire prima a che tipo di progettisti stanno operando e successivamente a che tipo di società sta determinando le scelte progettuali.
Prendiamo le opere dei fratelli Castiglioni e vediamo quell’attenzione alla parsimonia, a creare oggetti che non diventino i protagonisti della nostra vita ma che semplicemente la rendano più piacevole. Era evidentemente una società in cui la parsimonia era un valore in cui dare a tutti la possibilità di avere in casa un oggetto bello e poetico era una volontà ben chiara.
Oggi, con le dovute eccezzioni, ci troviamo di fronte a una proliferazione di oggetti che sono l’auto celebrazione di se stessi, oggetti che non sono altro che la riproposizione di cose viste e riviste. I designer-prostituta propongono qualsiasi cosa pur di apparire e purtroppo anche i grandi vecchi ogni tanto cedono alla tentazione di mantenere quelle forme che li hanno resi famosi trasformandole in clichè. I produttori non vogliono o non possono rifiutarsi di cercare di accalappiarsi fette di mercato e così il design è diventato un marchio come tanti altri. Abusato, stuprato da un imprenditore e lasciato senz’acqua dai suoi stessi padri.
Forse non sto vivendo in una menzogna e sono i designer di oggi che semplicemente non riescono a capire le priorità stabilite dalla società perchè queste sono ben nascoste e mischiate con finte priorità molto più ingombranti, forse addirittura le priorità che dovrebbero guidare la progettazione sono rimaste le stesse ma non riusciamo più a vederle perchè ci siamo innamorati in modo morboso di quello che abbiamo fatto fin ora.
Non so quale sia la verità, se è la società che è cambiata o se il problema stia nei designer sicuramente però il design sta vivendo un momento di contraddizzione che necessita di essere risolto perchè la posta è il significato stesso di questa professione.

Compositori

Per un po’ di tempo, forse troppo siamo rimasti fermi. Vacanze, problemi tecnici e poi la volontà di dare all’infundibolo uno spazio nuovo e più funzionale mi hanno tenuto lontano da questo blog. Ora che Zagor, il grande architetto virtuale, mi ha ridato la chiave della porta ricomincio con il mio diario. Prima di tutto voglio quindi assicurare tutti coloro che frequentavano questo luogo di incontro che l’infundibolo funziona ancora e che il mio impegno non è diminuito.

In questi mesi come al solito mi sono posto molte domande alcune di queste anche sul design. In particolar modo una sera a cena con amici è nata una discussione interessante sulla creatività che mi ha portato a fare alcune riflessioni. Tutto è partito parlando di film, la tesi di uno dei presenti era che nella maggior parte dei casi i registi sono più creativi e originali all’inizio della loro carriera. Molte sono le cause emerse a giustificare questo declino creativo: forse i registi da giovani sentono di dover dimostrare qualcosa che con il tempo perde di consistenza, quelle innovazioni che si possono portare nel mestiere agli inizi sono difficili da abbandonare in favore di una nuova sperimentazione, il mercato se apprezza i primi lavori di un regista gli “impone” di continuare con quello stile, i miliardi costano compromessi, ecc.
A questo punto la discussione si è spostata ad altri campi per la necessità di portare esempi diversi e siamo finiti nella musica, qui si è verificata la separazione che secondo me vale la pena di mettere in evidenza: nella musica rock e pop abbiamo riscontrato come spesso la parabola creativa degli artisti poteva essere paragonata a quella dei registi ovvero anche nella musica i primi lavori sono quelli veramente indimenticabili e nuovi ma nella musica classica invece la creazione di un compositore non percorre questo tragitto, la quantità di creatività presente nelle opere rimane costante e le opere prime non sono necessariamente le migliori e in ogni caso le ultime non sono quasi mai le peggiori.
Cosa sto cercando di dirvi? Calma…
Cosa differenzia un compositore di musica classica da un gruppo rock?
Il metodo. Prima di continuare vi prego di capire che non sto dicendo che sia meglio la classica del rock, chi compone questi differenti generi nella maggior parte dei casi ha differenti modi di approcciarsi al processo creativo. (Se pensate che non ami il rock andate a leggervi il mio profilo personale) Il rock è una musica da un punto di vista tecnico musicale semplice, ed è questa la sua bellezza, la sua spontaneità e il fatto che possa essere capita da tutti e che parli a tutti. Chi scrive musica rock in molti casi non applica un metodo compositivo, conosce la musica e cerca di usarla in modo immediato per esprime una passione che sente nascere dentro e che vuole condividere con gli altri, usa la musica per dare voce alla propria anima nel momento stesso in cui questa comincia a parlare. Chi compone musica classica invece ha una maggior padronanza del linguaggio che sta adoperando ma come tutti i linguaggi più complessi necessità di una elaborazione puntuale e rigorosa, è una composizione più strutturata ma non per questo meno originale, magari che passa dalla mente più di quella del musicista rock.
Il designer dovrebbe cercare di diventare un compositore di musica classica, dovrebbe avere un metodo di progettazione ben strutturato e non aspettare che dal cielo gli arrivi l’illuminazione senza per questo rinunciare alla creatività. Nel momento in cui nella testa di un designer nasce l’idea, covata dalla ricerca e dall’osservazione attenta di ciò che lo circonda, avere a disposizione un metodo strutturato per dare corpo a questa idea e per farla crescere garantisce sempre un carta originalità e freschezza.
Tante belle parole ma poi?
Se guardate quali sono i prodotti di design che sono resistiti alla prova del tempo nella maggior parte dei casi sono opere di progettisti che hanno un metodo progettuale e che sanno bene nutrire un idea prima di lanciarla nel mondo. Di questi progettisti le ultime opere sono ancora originali e fresche come le prime e non perché sono stati baciati da Dio quando erano nella culla, contemporaneamente guardate come designer contemporanei a volte osannati del pubblico stiano già mostrando come la loro grande vena creativa si stia trasformando in un semplice e continuo ripetersi di forme.
Il metodo non uccide la creatività, al contrario la mantiene giovane e sana.

Satelliti in rotta di collisione

Prima di tutto mi scuso per averci messo tanto a scivere questo benedetto articolo, si è appena conclusa la settimana dell’orgia milanese del design e non sono mancati gli spunti di riflessione però mi sono preso qualche giorno per cercare di metabolizzare quello che ho visto onde evitare di dare giudizi troppo affrettati.
Per chi non lo sapesse il salone del mobile ha numerose escrescenze, una di queste è il salone satellite. Il salone satellite, almeno per come me lo immagino io, dovrebbe essere un luogo in cui giovani designer presentano i propri lavori. La cosa particolarmente interessante è che, all’ombra di un evento colossale dei ragazzi si possano incontrare e conoscere, vedere i progetti degli altri e confrontarli con i propri e tutto questo per di più in un luogo accogliente e allestito apposta per questo.
Se nel salone tradizionale vengono presentati oggetti che sono o quasi in produzione e che quindi hanno già superato, a volte scendendo a compromessi le esigenze del mercato, all’interno del satellite ci sarebbe virtualmente la possibilità di presentare anche delle sperimentazioni. Nessuno si impressionerebbe di trovare all’interno di quelle infinite “bancarelle” che compongono questa esposizione qualche soluzione azzardata, magari impossibile ma che permette di guardare ad un certo problema da un punto di vista diverso, ma purtroppo le cose non vanno sempre così.
Prima di continuare devo fare una riflessione: il mobile, il complemento di arredo e simili non è sicuramente un mondo in cui è facile progettare, soluzioni non ne esistono perché è il problema stesso che non esiste, nessuno ha veramente bisogno di un nuovo progetto di sedia o di tavolo. E’ un liguaggio nel quale non c’è più la possibilità di coniare nuovi sostantivi e così tutti finiscono per produrre aggettivi, anche bellissimi ma che non servono poi a molto ai fini della comunicazione. Contemporaneamente è però il mondo in cui viene più voglia di mettere le mani perché culturalmente il design lo si immagina rappresentato da una sedia e perché un conto è progettare un tavolo e un conto è progettare una motrice per treni.
In ogni caso, anche dopo questa considerazione, bisogna ammettere che questo satellite (l’anno scorso non era molto diverso) ha proposto ben poco di interessante. Se ci si trova di fronte la grande possibilità di sperimentare anche trascurando alcuni aspetti del progetto, ci si aspetterebbe qualcosa di veramente extra-vagante. Preoccupante è come molte delle cose proposte siano invece così simili a cose viste e riviste. Mancano le idee oppure questa passione morbosa verso i musei di design ha finito per crearci un vocabolario formale dal quale non riusciamo a distaccarci più di tanto? Forse abbiamo reso le grandi icone del passato talmente ingombranti da ritrovarci improvvisamente non in grado di creare qualcosa di diverso. In ogni caso se l’incapacità di distaccarsi dall’ormai invadente visione del design come uno spettacolo effimero di forme e di colori sta impoverendo così tanto anche quelli che dovrebbero dare idee nuove, forse è l’ora di distruggere l’immagine che ci siamo costruiti dei nostri padri e di sbarazzarci delle loro sacre eredità.
Quando invece la ricerca si presenta è quasi sempre espressa tramite l’utilizzo di materiali nuovi o inaspettati in quel particolare oggetto e così abbiamo sedie fatte di gomma o di qualsiasi altro materiale. Ma quando tra qualche hanno avremo la stessa sedia fatta di marzapane o di merda secca cosa ci rimarrà di questa esperienza? Raramente infatti viene usato un particolare materiale per le sue vere proprietà fisiche e per dimostrare che un oggetto che si è sempre fatto di metallo ora si può anche fare di plastica e forse è meglio perché la plastica ha certe proprietà diverse da quelle del metallo, il più delle volte è come se si dicesse: “Guarda qua, tu conosci questa sedia, l’hai sempre vista fatta di metallo e come per magia l’abbiamo fatta di mattoncini di lego, di la verità non pensavi che si potesse fare?”
Un ultima cosa ancora mi sento di dirla, forse altri come me girando per il salone satellite si sono trovati di fronte a oggetti che dicevano poco, a volte però chiedendo spiegazioni ai progettisti si scoprono soluzioni inaspettate che a prima vista non si potevano intuire. Non si tratta di un negozio di mobili è una mostra fatta da designer principalmente per designer e allora perché non fare delle tavole sintetiche che spieghino i progetti? Così uno vedendo un tavolo apparentemente anonimo capirebbe subito che invece il meccanismo per incastrare le gambe e in fine il ripiano è semplice e tutto ad incastro senza quindi bisogno di viti. La produzione di un oggetto per un designer è solo il termine di un percorso e può essere interessante capire quale sia questo percorso che quasi mai è completamente leggibile nell’oggetto stesso.
Quali sono le cause di tutto questo? Non è facile dirlo, forse paradossalmente nell’era dell’informazione che viaggia in tutto il mondo in un istante è più difficile creare contenuti, o forse un vecchio fraintendimento ha creato l’idea che il design sia un gesto libero, artistico e non un mestiere che richiede lavoro e vera ricerca.