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	<title>Infundibolo &#187; riferimenti esterni</title>
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		<title>non ha la testa!</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 08:25:12 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<description><![CDATA[
Questa mattina in metropolitana vicino a me c&#8217;era una mamma con due bambini. Il più grande ad un certo punto prende il suo sacchettino pieno di Gormiti e lo mostra ad una signora che che si trovava lì vicino.
Ne estrae uno, poi un&#8217;altro, e mentre li mostra riscuote lo stupore e le domande ammirate della [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-139" title="bombos gormiti" src="http://www.infundibolo.org/wp-content/uploads/2009/05/bombos.jpg" alt="" width="380" height="200" /></p>
<p>Questa mattina in metropolitana vicino a me c&#8217;era una mamma con due bambini. Il più grande ad un certo punto prende il suo sacchettino pieno di Gormiti e lo mostra ad una signora che che si trovava lì vicino.</p>
<p>Ne estrae uno, poi un&#8217;altro, e mentre li mostra riscuote lo stupore e le domande ammirate della sua interlocutrice. Il secondo estratto era simile (non sono sicuro se esattamente quello) a quello nell&#8217;immagine in alto&#8230;</p>
<p>&lt;&lt; <em>E questo come si chiama? &#8220;Senzatesta&#8221; ? Non ha la testa&#8230; </em>&gt;&gt; fa notare la signora.</p>
<p>Il bambino non pronuncia nessuna parola ma lo sguardo un po&#8217; perplesso e un po&#8217; pensieroso va sul modellino del Gormita e sembra dirsi:</p>
<p>&#8220;<em>Accidenti!, non me n&#8217;ero mai accorto! &#8230;e adesso come faccio? cosa le dico&#8230;</em> &#8221;</p>
<p>.</p>
<p>A parte il fatto che forse il Gormita aveva un volto molto vagamente antropomorfo, comunque molto mitetizzato nella struttura del tronco, questa scena mi ha fatto riflettere per un attimo su come una persona adulta vede una mancanza perché confronta l&#8217;oggetto con un archetipo di riferimento che si è costruito attraverso l&#8217;esperienza. Mentre il bambino accetta come normale e &#8220;giusta così&#8221; la forma che non ha (o ha in modo minore) riferimenti pregressi.</p>
<p>Non sono esperto di scienze dell&#8217;apprendimento, e non voglio addentrarmi in considerazioni che potrebbero essere troppo imprecise. Tuttavia mi stupisce sempre un po&#8217; come i bambini siano in grado di percepire con occhi nuovi e slegati da condizionamenti. Il mio desiderio è quello di preservare questa preziosa dote ( <a href="http://www.infundibolo.org/2004/12/30/creativita-cose/">utilissima</a> per un designer ) che il tempo tende ad opacizzare e a condizionare silenziosamente.</p>


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		<title>La percezione di ciò che non si può percepire</title>
		<link>http://www.infundibolo.org/2008/03/12/la-percezione-di-cio-che-non-si-puo-percepire/</link>
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		<pubDate>Wed, 12 Mar 2008 11:39:56 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daneel Olivaw</dc:creator>
				<category><![CDATA[riferimenti esterni]]></category>
		<category><![CDATA[douglas adams]]></category>
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		<category><![CDATA[percezione]]></category>
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		<description><![CDATA[
[fonte foto]
 &#8212; Guarda la pioggia&#8230; &#8212; disse l&#8217;uccello Guida.
&#8211; La sto guardando! che altro c&#8217;è da guardare?
&#8211; Cosa vedi?
&#8211; Come sarebbe a dire, stupido uccello? Vedo solo un mucchio di pioggia. E&#8217; solo acqua che cade.
&#8211; Che forme distingui nella pioggia?
&#8211; Forme? Non c&#8217;è nessuna forma. E&#8217; solo, solo&#8230;
&#8211; Solo un gran casino &#8212; [...]


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<p><small>[<a href="http://www.flickr.com/photos/ezu/61548084/" target="_blank">fonte foto</a>]</small></p>
<blockquote><p> &#8212; Guarda la pioggia&#8230; &#8212; disse l&#8217;uccello Guida.<br />
&#8211; La sto guardando! che altro c&#8217;è da guardare?</p>
<p>&#8211; Cosa vedi?</p>
<p>&#8211; Come sarebbe a dire, stupido uccello? Vedo solo un mucchio di pioggia. E&#8217; solo acqua che cade.</p>
<p>&#8211; Che forme distingui nella pioggia?</p>
<p>&#8211; Forme? Non c&#8217;è nessuna forma. E&#8217; solo, solo&#8230;</p>
<p>&#8211; Solo un gran casino &#8212; disse l&#8217;uccello Guida.</p>
<p>[...]</p>
<p>&#8211; Dimmi cosa vedi!</p>
<p>&#8211; Solo un effetto laser, stupido uccello.</p>
<p>&#8211; Lì non c&#8217;è niente che non ci fosse prima. Sto solo usando la luce perchè tu guardi come sono certe gocce in certi momenti. Ora cosa vedi?</p>
<p>La luce si spense.</p>
<p>&#8211; Niente.</p>
<p>&#8211; Sto facendo esattamente la stessa cosa, ma con la luce ultravioletta. Non riesci a scorgerla.</p>
<p>&#8211; Ma che senso ha mostrarmi una cosa che non posso vedere?</p>
<p>&#8211; <strong>Vorrei farti capire che il semplice fatto di vedere una cosa non significa che quella cosa si trovi lì. E se non vedi una cosa non significa che essa non sia lì: tu vedi solo ciò che i tuoi sensi ti fanno percepire</strong>.</p>
<p>[<a href="http://www.anobii.com/books/Praticamente_innocuo/9788804572114/0127cc937f783e9dcd/" title="su anobii" target="_blank"><em>Douglas Adams, Praticamente innocuo</em></a>]</p></blockquote>
<p>Ecco una secondo breve estratto da &#8220;Praticamente innocuo&#8221;.<br />
Questa volta si tratta  di un dialogo  fra la bambina Casualità (è il suo nome) e l&#8217;uccello Guida. L&#8217;uccello effettua una serie di prove per sintonizzare il suo modo di esprimersi e comunicare con quello della bambina.</p>
<p>Alla fine si giunge all&#8217;interessante riflessione sul fatto che non sempre quello che percepiamo corrisponde esattamente a cio che esiste nel mondo fisico. A volte (seppure raramente) possiamo percepire delle <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Illusione_ottica" title="illusioni ottiche" target="_blank">immagini illusorie</a> oppure, più spesso, non percepiamo cose che invece esistono ma sono al di fuori delle nostre capacità sensoriali o cognitive.</p>
<p>Interessante quindi esplorare il funzionamento della percezione umana e i suoi limiti, in funzione della quale possono derivare delle scelte progettuali.<br />
Affascinante e forse  un po&#8217; inquietante non essere perfettamente sicuri di ciò che vediamo, e di ciò che non possiamo vedere.<br />
E tutto questo moltiplicato per 5, perchè sebbene spesso si faccia riferimento alla vista, lo stesso vale per gli altri sensi. Senza contare che a volte essi creano ponti fra di loro (<a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Sinestesia_%28psicologia%29" title="sinestesia" target="_blank">sinestesie</a>).</p>


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		<title>Le cose che non si possono in alcun modo rompere</title>
		<link>http://www.infundibolo.org/2008/02/23/le-cose-che-non-si-possono-in-alcun-modo-rompere/</link>
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		<pubDate>Sat, 23 Feb 2008 21:15:49 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daneel Olivaw</dc:creator>
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[fonte foto]
&#8230;varie persone che andavano a lavorare nei palazzi destinati ad accogliere il condizionamento automatico, parlarono con i tecnici addetti al Respir-Intell, e il dialogo si svolse circa così.
 &#8212; Ma, se vogliamo aprire le finestre?
 &#8212; Non avrete bisogno di aprire le finestre con il nuovo Respir-Intell.
 &#8212; Sì, ma supponiamo che volessimo solo [...]


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<dl id="attachment_122" class="wp-caption alignnone" style="width: 390px;">
<dt class="wp-caption-dt"><a href="http://www.flickr.com/photos/kenstein/19959807/"><img class="size-full wp-image-122" title="out-of-order" src="http://www.infundibolo.org/wp-content/uploads/2008/11/out-of-order.jpg" alt="emercency out of order" width="380" height="100" /></a></dt>
</dl>
</div>
<p><small>[<a href="http://www.flickr.com/photos/kenstein/19959807/" target="_blank">fonte foto</a>]</small></p>
<blockquote><p>&#8230;varie persone che andavano a lavorare nei palazzi destinati ad accogliere il condizionamento automatico, parlarono con i tecnici addetti al Respir-Intell, e il dialogo si svolse circa così.</p>
<p><em> &#8212; Ma, se vogliamo aprire le finestre?</em></p>
<p><em> &#8212; Non avrete bisogno di aprire le finestre con il nuovo Respir-Intell.</em></p>
<p><em> &#8212; Sì, ma supponiamo che volessimo solo aprirle per un po&#8217;?</em></p>
<p><em> &#8212; Non avrete bisogno di aprirle nemmeno per un po&#8217;. A tutto provvederà il nuovo sistema Respir-Intell.</em></p>
<p><em> &#8212; Uhm.</em></p>
<p><em> &#8212; Godetevi il Respir-Intell!</em></p>
<p><em> &#8212; Va bene, e se il Respir-Intell si rompesse, funzionasse male o cose del genere?</em></p>
<p><em> &#8212; Ah! Una delle caratteristiche più intelligenti del Respir-Intell è che non può in alcun modo rompersi. Proprio così. Di questo non dovete assolutamente preoccuparvi. Godetevi i vostri respiri, adesso, e buona giornata.</em></p>
<p>(Fu naturalmente a causa dei Grandi Tumulti per la Ventilazione e il Telefono di SrDt 3454, che ora tutti i congegni meccanici, elettrici, quanto meccanici, idraulici e anche a energia eolica, a vapore o a pistoni devono per legge recare una certa scritta. Per quanto piccolo sia l&#8217;oggetto, i suoi progettisti sono costretti a infilare da qualche parte la scritta, perché essa è in fondo destinata a richiamare più la loro attenzione che quella dell&#8217;utente.</p>
<p>La scritta dice:<br />
&#8220;<strong>La principale differenza tra una cosa che potrebbe rompersi e una cosa che non può in alcun modo rompersi è che quando una cosa che non può in alcun modo rompere si rompe, di solito risulta impossibile da riparare</strong>.&#8221;)</p>
<p>[<a title="su anobii" href="http://www.anobii.com/books/Praticamente_innocuo/9788804572114/0127cc937f783e9dcd/" target="_blank"><em>Douglas Adams, Praticamente innocuo</em></a>]</p></blockquote>
<p>Questa citazione tratta da Adams mi ha fatto sorridere, e mentre sorridevo mi sono accorto che portava con se degli argomenti importanti per un progettista. La riporto qui per condividerla con tutti, e con il proposito di presentarne altre in futuro.</p>
<p>L&#8217;osservazione finale è tanto spiritosa quanto vera! strizza l&#8217;occhio alla <a title="legge di murphy su wikipedia" href="http://it.wikiquote.org/wiki/Legge_di_Murphy" target="_blank">legge di Murphy</a> e predice catastrofici guasti per contrappasso a chi tenta di produrre l&#8217;oggetto perfetto (<em>&#8220;che non si può in alcun modo rompere&#8221;</em>).</p>
<p>Gli insegnamenti per il progettista quindi sono (in ordine sparso):</p>
<ul>
<li>tentare di progettare un oggetto perfetto va bene, ma non illudersi di esserci riusciti; qualcuno o qualcosa troverà prima o poi il modo di provocare un guasto</li>
<li>prevedere che le cose si possono guastare; e di conseguenza prevedere un modo per ripararle facilmente</li>
<li>se non è conveniente riparare prevedere una facile sostituzione, e di conseguenza un facile smaltimento (vedi <a title="design for disassembling" href="http://www.matrec.it/strumenti/ecodesign/introd_eco-des.htm" target="_blank">disassemblabilità</a>, oggetti monomaterici, ecc)</li>
<li>meno componenti ci sono e meno sono i componenti che potranno guastare: la semplicità (ragionata) paga anche sotto questo aspetto.</li>
</ul>
<p><span id="more-112"></span><br />
vi viene in mente qualcos&#8217;altro?</p>


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		</item>
		<item>
		<title>Cos&#8217;è il colore</title>
		<link>http://www.infundibolo.org/2007/10/31/cose-il-colore/</link>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 17:39:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daneel Olivaw</dc:creator>
				<category><![CDATA[riferimenti esterni]]></category>
		<category><![CDATA[teoria]]></category>
		<category><![CDATA[colore]]></category>
		<category><![CDATA[luce]]></category>
		<category><![CDATA[percezione]]></category>

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		<description><![CDATA[
Vorrei proporre questo brano che mi è capitato di incontrare oggi quasi per caso navigando.
Si parla di colore, o meglio di cosa è il colore.. ma non voglio aggiungere altro per lasciarvi subito gustare la lettura di questa perla.
Il colore è un fenomeno. E&#8217; un prodotto della nostra attività cerebrale. Fuori di noi non c&#8217;è [...]


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<p>Vorrei proporre questo brano che mi è capitato di incontrare oggi quasi per caso navigando.<br />
Si parla di colore, o meglio di cosa è il colore.. ma non voglio aggiungere altro per lasciarvi subito gustare la lettura di questa perla.</p>
<blockquote><p>Il colore è un fenomeno. E&#8217; un prodotto della nostra attività cerebrale. Fuori di noi non c&#8217;è nessun colore, ma solo delle radiazioni elettromagnetiche che, interagendo con la materia, sono da noi trasformate in valutazioni cromatiche. Mi colpisce il fatto che noi giudichiamo il mondo, dal punto di vista visivo, non conoscendo il mondo, ma il suo contrario&#8230;<br />
E dunque quando nessuno li guarda i colori non esistono. Il colore entra nel mondo al mattino ed esce alla sera. il nostro sguardo è fecondatore. Possiamo anche dire così: il colore nasconde la tragedia o la catastraofe dei bordi delle cose&#8230;<br />
Il colore arricchisce notevolmente la varietà fenomenica. Ci sono culture che lo rifiutano proprio per questo, preferendogli la forma, per la sua costante oggettualità, mentre il colore è variabile, inafferrabile. Il colore è una proprietà della luce, e la luce si è sempre identificata con la vita&#8230;</p></blockquote>
<p>[ Narciso Silvestrini, <em>"I nodi del colore"</em><br />
in <span style="font-style: italic">Nodi</span> a cura di Marco Belpoliti e Jean-Michel Kantor, Marcos y Marcos, 1996, Milano ]</p>
<p><small>[ foto <a href="http://www.flickr.com/photos/muckster/64816787/in/pool-catchy/" target="_blank">http://www.flickr.com/photos/muckster/64816787/in/pool-catchy/</a> ]</small></p>


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		<title>Barattoli, oggetti e nient&#8217;altro</title>
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		<pubDate>Sun, 07 Nov 2004 14:47:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>riccardo fanciullacci</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://www.infundibolo.org/wp-content/uploads/2007/05/barattoli.jpg" class="alignleft" alt="barattoli" />Avevo circa quattro anni e trafficavo in giardino davanti alla portafinestra della cucina: ero affascinato da dei bottiglioni da vino di vetro verde che erano stati lavati e asciugavano al sole. Ho messo un po&#8217; d&#8217;acqua dentro uno di questi e quando poi l&#8217;ho versata per terra, insieme all&#8217;acqua è uscito dalla bottiglia anche un grosso calabrone morto. Ho chiamato mia nonna per farle vedere e lei, affacciandosi dalla cucina ha detto soltanto, con gran meraviglia: &#8220;oh, che capolavoro!&#8221;. Non avevo mai sentito quella parola e ho pensato che avesse a che fare con grossi calabroni neri usciti da grosse bottiglie verdi.<br />
È il mio ricordo più vecchio.</p>
<p><em>&#8220;Siccome sulla strada c&#8217;era un sasso largo e piatto, Giovanni vi si sedette, a capo chino e come volesse interrogare con lo sguardo un aspergitore di verderame che si trovava oltre il cancello di ferro battuto, nel bellissimo giardino così simile a quelli delle sue vacanze fiorentine. È proprio vero che certi oggetti, certi utensili trascurati dalla poesia, a volte sembrano sul punto di parlare, di guardarci attraverso il beccuccio spara-verderame per dirci una verità che finalmente si distacchi dall&#8217;amorfa contestualità dell&#8217;universo; ma di raccolte di versi dedicate a un aspergitore di verderame non ne esistevano: la demoniaca banalità che si insedia nella mente degli artisti dopo due o tre anni di attività predilige sempre la sofferenza, il dolore, e, quando va bene, l&#8217;amore…&#8221;.</em><br />
[Francesco Carrozza, <em>Quasi tutto come allora </em>, § 247, pp. 586-587(<strong>1</strong>). ] <span id="more-29"></span></p>
<p>note:<br />
1. Si tratta di un romanzo non pubblicato; chiunque fosse interessato, può prendere contatto con i redattori del sito.</p>
<p><em>_ _ _ _ </em><em>_ _ _ _ </em><em>_ _ _ _ </em><em>_ </em></p>
<p><em>A mia nonna, che mi ha indicato un capolavoro. </em><br />
<em>A Fernando, che scriverebbe solo le storie degli oggetti</em></p>
<p><em>(Nota: tutto l&#8217;articolo è disponibile in </em><a href="http://www.infundibolo.org/wp-content/uploads/2007/05/barattoli_partei_b.pdf" title="Barattoli">formato pdf</a>)</p>
<p><em>_ _ _ _ </em><em>_ _ _ _ </em><em>_ _ _ _ </em><em>_</em><em> </em></p>
<p>Questo articolo scritto appositamente perl&#8217; <em>Infundibulo Cronosinclastico</em> , sito dedicato alla riflessione sul Design e su ciò che vi è o può esservi connesso, oltrepassa di molto la lunghezza standard di un contributo scritto per la pubblicazione in Internet: me ne scuso fin d&#8217;ora con i lettori che vorranno comunque scommettere alcune ore del loro tempo. Il rimorso però, non arriva a farmi operare tagli e cancellature perché non sento quello che ho scritto come una sequenza di tematiche progressivamente accumulate in seguito a una serie di mie scelte arbitrarie e dunque ricontrattabili: piuttosto, mi sono messo alla ricerca di una comprensione non affrettata di un&#8217;esperienza sfuggente della nostra vita e questo mi ha costretto a seguire i giri intrecciati con cui essa riesce sempre a svanire dopo essersi per un momento fatta presente. Tale esperienza è l&#8217;esperienza degli oggetti come tali. Per raggiungerne la natura e la possibilità sono ricorso a testi in cui ho trovato testimonianza di tale esperienza: la loro collezione da un lato conserva la casualità degli incontri rivelatori, dall&#8217;altro forma un percorso.<br />
La prima parte del lavoro è un&#8217;articolazione di quest&#8217;esperienza in quanto luogo e momento in cui gli oggetti si fanno incontrare: per questo è un&#8217;estetica, un esame del momento in cui l&#8217;oggetto si fa sentire e vedere &#8211; &#8220;estetica&#8221; deriva da <em>aisthesis </em>, sensazione: la presente &#8220;estetica degli oggetti&#8221; non è dunque una teoria sulla bellezza degli oggetti, ma sul sentirli/esperirli. La prima parte però, si conclude su una nozione che appartiene alla sfera dell&#8217;agire e della pratica: per questo scriverò una seconda parte che sarà un&#8217;etica, un&#8217;etica degli oggetti, in cui tenterò di approfondire la nozione emersa anche rapportandola al lato oscuro dell&#8217;esperienza di oggetti, per rilevare infine come nuovamente nell&#8217;estetico si trovi il limite costituente e fondante <em>questa </em> etica.<br />
La prima parte si intitola: <em>Odradek, teste di toro e altri comediavolosichiama. Per un&#8217;estetica degli oggetti </em>. La seconda si intitolerà presumibilmente: <em>Vischiosità e sproporzione degli oggetti, dedizione, meraviglia. Per un&#8217;etica degli oggetti </em>.<br />
La parola &#8220;barattolo&#8221;, così bella e infantile, da un punto di vista etimologico è forse legata alla parola &#8220;baràtro&#8221; con cui condivide il significato focale di &#8220;cavità nella quale si getta qualcosa&#8221;: il barattolo sarebbe dunque un contenitore non specifico, tale da poter contenere le cose più diverse; ossia poi gli oggetti più diversi, giacché se un poeta può chiudere in un barattolo la speranza, la malinconia o un&#8217;idea luminosa, lo può fare solo perché prima ne ha fatto degli oggetti. A dire il vero i barattoli prima di tutto contengono sostanze, come il caffè o la passata di pomodoro o la marmellata di prugne: così tuttavia sono messi in ombra dal loro contenuto. Accade però che quando il contenuto è stato consumato, è finito, il barattolo si offre in una luce nuova: può essere di nuovo riempito e non necessariamente, anzi, raramente della stessa sostanza. Entrano così in scena i barattoli di bottoni, di penne e matite, di chiodi, viti, rondelle e bulloni, di pietruzze colorate raccolte sulla spiaggia, talvolta di insetti morti raccolti con cura dai bambini. Ne <em>L&#8217;estate incantata </em> Ray Bradbury racconta di una scatola di fiammiferi usata come un barattolo, è quella in cui il piccolo Tom ha chiuso un fiocco di neve durante l&#8217;inverno e che ora lo rende &#8220;l&#8217;unico ragazzo in tutto l&#8217;Illinois che possiede un fiocco di neve d&#8217;estate. Prezioso come un diamante&#8221; (<strong>2</strong>) .<br />
Barattoli, oggetti, raccolta, entusiasmo, attenzione, ordinamento del disordinato, dispense, cantine, conservazioni, nonne, bambini, misteri. Il barattolo però…anzi: i barattoli, perché il punto non è nella nozione di barattolo, non sono solo contenitori di oggetti, sono anch&#8217;essi degli oggetti e probabilmente sono gli oggetti per eccellenza: non trova forse pace nella figura di un barattolo la nostra mente quando, afferrata la definizione di &#8220;oggetto&#8221;, cerca un&#8217;immagine esemplare che faccia da correlato materiale e facilmente ricordabile a quel concetto?</p>
<p>note:<br />
2 R. Bradbury, <em>L&#8217;estate incantata </em> [<em>Dendetion Wine </em> (1957)], Mondadori, Milano 1985, p. 21.<br />
<!--more--></p>
<h4><em>Parte I </em></h4>
<p><strong> Odradek, teste di toro e altri comediavolosichiama. Per un&#8217;estetica degli oggetti</strong><br />
&#8220;<em>Una stanza non è mai &#8216;una stanza&#8217;: l&#8217;espressione &#8216;una stanza&#8217; è un&#8217;etichetta e basta, la si appiccica sulla stanza vera per non vedere né la stanza né l&#8217;etichetta… Una stanza è un insieme di oggetti, ma gli oggetti non sono &#8216;oggetti&#8217; &#8211; un&#8217;altra etichetta -: gli oggetti sono solo, ad esempio, la penna che tieni in mano, &#8216;quella&#8217; penna: guardala, descrivila, trascrivila sulla carta. Per farlo, però, devi cercarti dentro le sensazioni specifiche che la stessa penna ti suscita, e le sensazioni sono oggetti, altrimenti volano via. Una sensazione non è &#8216;la tristezza&#8217;, &#8216;la melanconia&#8217; (…): queste sono di nuovo etichette… (…). La sensazione che ti dà quella penna, sarà quindi, ad esempio, un cielo di giugno attraversato da cicogne, l&#8217;odore dei mirtilli, la gioia che provavi a undici anni salendo i gradini di pietra a casa della nonna; una gioia che se però non è materialmente &#8216;dentro&#8217; ai gradini, volerà via anch&#8217;essa, si disperderà, nessuno potrà capirla…&#8221;.<br />
</em> Francesco Carrozza, Quasi tutto come allora , Parte III, cap. XIV, pp. 682-683(<strong>3</strong>).</p>
<p>&#8220;<em>Era una di quelle cose conservate in un gran barattolo di vetro, che si vedono in qualche baraccone d&#8217;un parco dei divertimenti, alla periferia d&#8217;una piccola città sonnacchiosa. Una di quelle cose pallide che galleggiano a mezz&#8217;aria in un plasma alcolico, in cui girano lente, sognanti, con gli occhi aperti e morti che ti fissano e non ti vedono. Andava d&#8217;accordo con il silenzio della tarda serata, quando s&#8217;ode solo un lontano stridio di grilli e gracidare di rane nel terreno paludoso</em>&#8220;.<br />
Ray Bradbury, <em>Il barattolo </em>(<strong>4</strong>).</p>
<p><strong>capitolo 1.</strong></p>
<p>Innumerevoli cose che abbiamo intorno, che vediamo e tocchiamo o di cui abbiamo avuto notizia in qualche altro modo possono essere raccolte nella categoria degli oggetti: un sacchetto, una pinza, un flacone di plastica colorata, una matita, un tubo, il cappuccio di una penna, la maniglia di una porta, una tazzina. Eppure, in diverse situazioni, con quella parola in sé così accogliente, indichiamo solo un ristretto insieme di queste cose. Si pensi ai cosiddetti negozi di &#8220;oggettistica&#8221;, non solo in essi troviamo solo certi tipi di oggetti (per lo più si tratta di &#8220;oggetti per la casa&#8221; &#8211; un&#8217;altra categoria che però ha un contenuto effettivo ben più ristretto rispetto a quello potenziale), ma inoltre, di quei tipi sono presenti solo alcuni esemplari molto particolari: troviamo ad esempio piatti colorati o dalla forma insolita o dalla fattura particolare, mentre un piatto &#8220;normale&#8221;, come quelli il cui suono ci faceva prefigurare la cena, non lo si trova in questi negozi. Dove lo si può cercare? Oggi forse al supermercato, una volta in quei piccoli negozi in cui si trovava un po&#8217; di tutto, dai martelli ai rubinetti, dai piatti alle scope: erano negozi di oggetti. Oggetti e nient&#8217;altro.<br />
I negozi di oggettistica invece, non vendono oggetti puri e semplici, ma, si dice quasi in forma di rivendicazione o in un moto d&#8217;orgoglio, &#8220;oggetti design&#8221;. Non il solito spremiagrumi di plastica che porta in sé il caldo dell&#8217;estate come contorno a una limonata fresca o magari a un&#8217;attività più elaborata che prevede l&#8217;uso del succo di limone e di arancio per preparare ghiaccioli, neppure uno spremiagrumi finemente modellato in oro proveniente dalla corte magnifica di qualche antico re, né l&#8217;uno né l&#8217;altro, piuttosto uno spremiagrumi design: lega metallica lucente per un&#8217;astronave insettiforme e dall&#8217;aria fallica destinata il più delle volte a una mensola che la preservi dagli aspri liquidi agrumati.<br />
Sarebbe un oggetto bellissimo questo spremiagrumi che sembra un missile con le zampe di ragno, sfortunatamente è invece un &#8220;oggetto design&#8221;: un oggetto di cui <em>occorre </em> rivendicare l&#8217;irriducibilità alla sua ordinaria funzione, nel quale sono depositati un sapere e una creatività che <em>devono </em> essere riconosciuti e messi in evidenza. Soprattutto occorre mettere in evidenza l&#8217;aver riconosciuto questa loro natura artistica: uno spremiagrumi si usa, uno spremiagrumi design, o meglio, quell&#8217;oggetto design che nei negozi di oggettistica viene ipocritamente presentato come un semplice spremiagrumi nuovo, non si usa, si guarda e si mostra. Si espone in casa a sé e agli altri perché possa svolgere pienamente la funzione sua, quella di essere specchio che riflette la nostra identità immaginaria: quel feticcio di identità che sembra soddisfarci e proteggerci e che invece ci stringe e ci imprigiona &#8211; col nostro inconsapevole consenso.<br />
La maggior parte degli oggetti che abbiamo intorno si ritraggono in modo tale che noi non facciamo caso o attenzione ad essi se non quando li riuniamo tutti indifferentemente come &#8220;semplici oggetti&#8221; per dire che gli &#8220;oggetti design&#8221; sono diversi: sono arte! Gli oggetti design, si dice, rompono la dimensione del mero uso e consumo, si impongono nella loro specificità e differenza all&#8217;attenzione, non sono un mero ingranaggio nella grande attività del fare quotidiano e dunque ricordano a ciascuno che nemmeno lui è solo una tale rotella, ma pure un essere capace di sostare innanzi al bello, all&#8217;artistico, a un esemplare prodotto dello spirito umano. Questo si reclama come proprio del design. Se non che, le dinamiche funzionaliste e gli ingranaggi sono più astuti e multiformi di quanto non possano immaginare le facili ideologie libertarie e così, più in profondità dell&#8217;ingranaggio degli usi e dei consumi distratti, c&#8217;è l&#8217;ingranaggio delle soddisfazioni libidinali attraverso la produzione di illusorie immagini di sé o di ciò che appagherebbe il nostro desiderio. E come si arrugginisce la macchina pesante fatta di stantuffi, pulegge, bielle e turbine, che fa procedere o produce, così perde la sua prima utilità anche il macchinario segnico: finisce per girare a vuoto e diventa autoreferenziale. Così, l&#8217;oggetto design non è simbolo di nulla, di uno status, di una cultura o di una sensibilità particolare immaginata, diventa solo l&#8217;oggetto soprammobile che non manca in nessuna casa. È riposto sì sulla mensola e non dietro a uno sportello o in un cassetto come gli altri oggetti, ma non è incontrato nella sua singolarità, anch&#8217;esso è ridotto ad altro: non ad essere strumento per qualcosa, ma ad essere un nome o addirittura il prodotto di un nome, del nome di un grande designer, quando non diventa persino solo un prezzo, un prezzo così sproporzionato per uno spremiagrumi o una radio da essere la testimonianza più indiscutibile, e più indiscussa, del fatto che il suo valore e la sua specificità sono altre rispetto alla funzione.</p>
<p>note:<br />
3. Romanzo non pubblicato: cfr. sopra nota 1.<br />
4. In: R. Bradbury, <em>Paese d&#8217;ottobre </em> [ <em>The October Country </em>, (1955)], Mondatori, Milano 2001, p. 94.<br />
<!--more--></p>
<p><strong>capitolo 2.</strong></p>
<p>Per liberare l&#8217;oggetto dalla schiavitù di essere mero strumento-per, è stato rivendicato il suo valore artistico attraverso la produzione di esemplari molto particolari, i cosiddetti <em>oggetti design </em>: non si tratta di tutti gli oggetti che hanno alle spalle, e in se stessi depositato, il lavoro di un progettista o di un disegnatore industriale, si tratta di quei tipi di oggetti che portano con sé pratiche che non ruotano realmente intorno ad essi, intorno alla loro forma materiale, ma intorno ai significati di cui quegli oggetti sono gravati. Potremmo anche dire: sono quegli oggetti che entrano a far parte di pratiche, non come tali, ad esempio, in quanto sedie oppure in quanto sedie a forma di fiore, ma per significati aggiuntivi a loro estranei, ad esempio, in quanto oggetti di valore o oggetti che testimoniano un gusto notevole in chi li ha acquistati, oppure in quanto oggetti &#8220;diversi da quelli che avevo in casa e che non potevo più vedere&#8221; oppure, ancora, in quanto oggetti finalmente moderni adatti a me che sono una persona moderna. Questi sono gli oggetti design, gli oggetti dei quali non si manca mai di dire che <em>sono prodotti di design </em>: si parla poco o mai di questi oggetti, ma non si fa altro che parlare del loro essere design.<br />
L&#8217;invenzione di questa categoria di oggetti che solo a parole hanno una funzione, essendo piuttosto &#8220;oggetti feticcio&#8221;, da un lato ha portato i disegnatori industriali a diventare &#8220;designer&#8221; e quindi ad esempio, a sbizzarrirsi in una progettazione il cui rapporto con qualunque principio di funzionalità è divenuto problematico, dall&#8217;altro ha prodotto una specializzazione delle pratiche d&#8217;uso e consumo: gli oggetti design invece di rompere con la logica dell&#8217;uso e consumo sono semplicemente diventati i protagonisti di pratiche di consumo specifiche, in cui l&#8217;obiettivo non è la cosa, ma quel significato aggiunto ad essa nel sistema linguistico-commerciale-libidinale.<br />
In realtà, il discorso fatto fino a qui, così com&#8217;è, è falso o almeno fuorviante: sembra infatti lasciar intendere che prima di questa fantomatica invenzione del design, gli oggetti non avessero alcun significato aggiuntivo di ordine sociale e dunque gli uomini avessero una relazione diretta con le cose nella loro verità. Questo schema è falso e regressivo: è viziato da una logica nostalgica che mitizza il passato per operare una velleitaria critica del presente. Non solo: questo discorso sarebbe anche una declinazione comica di questa logica regressiva, infatti individuerebbe il discrimine tra il passato dell&#8217;autenticità e il presente dell&#8217;inautenticità nella diffusione dell&#8217;ideologia dell&#8217;oggetto design, evento questo nient&#8217;affatto centrale, ma senz&#8217;altro conseguente a meccanismi più articolati e profondi. È vero dunque che non è accettabile la costruzione di un passato pre-design in cui gli oggetti valessero puramente come tali, perché da sempre l&#8217;oggetto d&#8217;uso è immerso in una dimensione simbolica che gli conferisce una pluralità stratificata (anche se non ordinatamente gerarchizzata) di significati.<br />
Quanto detto si può, però, recuperare precisando che l&#8217;intenzione non era marcare una distinzione di natura tra l&#8217;oggetto non-design e l&#8217;oggetto design, ma segnalare una differenza che esperiamo nella pratica, anche se questa stessa differenza non è qui stata elaborata e spiegata ancora in maniera adeguata. Le pratiche che ruotano intorno agli oggetti design non sono le prime pratiche che ruotano intorno ad un oggetto che conta essenzialmente in virtù del suo significato sociale e, di conseguenza, non può essere questa la determinazione con cui discriminarle da altre pratiche intorno ad oggetti d&#8217;uso: esse non sono i primi riti intorno ad oggetti che non stanno per se stessi, sono forse però alcuni dei primi rituali senza mitologia, riti, cioè, che non si inscrivono in una cornice di senso, cui non partecipano soggetti che devono attraversare un passaggio esistenziale riappropriandosi di se stessi in questo. Oggi, abbiamo attività dove persone fanno cose in rapporto ad oggetti, dicono frasi, tra cui ad esempio, &#8220;finalmente l&#8217;oggetto è riconosciuto nel suo intrinseco valore&#8221;, ma in cui, in realtà, l&#8217;oggetto nella sua singolarità non è davvero incontrato.<br />
Questo è ciò che interessa particolarmente qui: l&#8217;oggetto design lungi dall&#8217;imporsi come l&#8217;oggetto che si fa guardare e sospende l&#8217;uso e il fare, si eclissa nella sua singolarità come tutti gli altri oggetti e lascia al suo posto solo un simulacro, qualcosa che ha una sola cosa da dire e che ha di fronte qualcuno che l&#8217;ha già sentita. Frasi come &#8220;Questo non è un oggetto qualunque, da usare fino a quando va buttato, è invece un oggetto di design, è arte!&#8221; non ci portano presso l&#8217;oggetto più di quanto non ci portasse già l&#8217;impiego distratto che tali frasi, tanto caparbiamente, rigettano.<!--more--></p>
<p><strong>capitolo 3.</strong></p>
<p>Per contrastare questa ideologia dell&#8217;oggetto design e quella libertà di progettazione che essa sembra legittimare e che è così indeterminata e sregolata da finire con l&#8217;essere una povertà invece che una risorsa, molti disegnatori industriali hanno tentato la rivendicazione opposta: l&#8217;oggetto design non è &#8220;arte&#8221;, ma, prima di tutto, è un oggetto. Il suo luogo naturale è quell&#8217;uso da cui l&#8217;ideologia dei designer lo ha sradicato per destinarlo alle mensole più frequentemente spolverate.<br />
Si tratta di affermazioni che per un progettista possono essere importanti come un manifesto programmatico, che orienta e sostiene nei momenti di dubbio, tuttavia, per noi, sono solo un&#8217;altra rivendicazione, <em>un altro discorso che si sostituisce all&#8217;esperienza degli oggetti, invece di condurci ad essa </em>. Eppure è quest&#8217;esperienza che <em>cerchiamo </em>, è quest&#8217;esperienza che vorremmo rinnovare: è l&#8217;esperienza per elaborare la quale vorremmo trovare un pensiero degli oggetti come tali e non dichiarazioni, rivendicazioni, lamentele o prese di posizione che addensandosi intorno agli oggetti li rendano irraggiungibili.<br />
Il nostro particolare ricercato ci rimanda innanzi tutto al di là di quei rapporti in cui l&#8217;oggetto è devitalizzato e ridotto a un significato istituito socialmente: &#8220;l&#8217;oggetto per piantare i chiodi nel legno&#8221; oppure &#8220;la splendida sedia Tugendhat progettata da Mies van der Rohe nel 1929-30&#8243;. Sembra infatti che qui, per quanto si guardi, non si vedrà mai altro che ciò che il significato-legenda dice di vedere, dice che c&#8217;è. Gli oggetti sono appunto ridotti, ma anche il soggetto stesso è con ciò ridotto: non esiste <em>coinvolgimento </em> e non accade alcuna esperienza, se non nella forma sua più difettiva.<br />
Nell&#8217;esperienza più propria e profonda, sia il sé che l&#8217;altro da sé si codeterminano a partire dall&#8217;incontro, quasi che tutta la loro storia e identità precedenti siano rimesse in questione e si apprestino a ridisporsi e riconfigurarsi a partire dall&#8217;incontro. Questo tipo di esperienza accade innanzi tutto nell&#8217;incontro con un&#8217;altra persona, anche se nient&#8217;affatto con qualunque altra persona. Non vanno escluse, però, altre possibilità, altre declinazioni dell&#8217;esperire in cui l&#8217;altro non sia un altro uomo o donna: saranno forse forme più deboli, ma comunque più significative dell&#8217;estremo difettivo in cui il sé e l&#8217;altro da sé sono autonomamente determinati e restano entrambi indifferenti l&#8217;uno all&#8217;altro anche per il breve periodo della compresenza in un luogo.<br />
<!--more--><strong>capitolo 4.</strong></p>
<p>Se il punto è, come sembra dapprima e ora, oltrepassare            rapporti in cui gli oggetti non sono per me altro che ciò che            sono per chiunque, allora si è naturalmente sospinti a cercare            tra quegli oggetti che sono legati a doppio filo alla propria singolare            storia: <em>i ricordi</em>. Gli oggetti non si lasciano incontrare nell&#8217;uso,            in cui anzi essi si consumano lentamente e non si illuminano nella loro            singolarità, né in quella fruizione artistica che è            l&#8217;esteriore tributo versato a un significato-valore socialmente riconosciuto:            gli oggetti si incontrano nella rievocazione mnemonica; qui sì,            finalmente, ricevono un nome proprio, sono individuati tra gli altri            esemplari della loro specie e diventano, ciascuno, proprio quell&#8217;oggetto            lì &#8211; quello cui è legato quel singolare e incancellabile            ricordo. Gli oggetti-ricordo e lo sfondo della memoria personale sembrano            insomma la soluzione cercata: sono gli oggetti presso cui davvero riusciamo            a portarci e che ci aiutano a rivelarci a noi stessi ed eventualmente            a riorientare la nostra vita. La ricerca pare insomma già terminata,            probabilmente, però, non è così.<br />
Il fazzoletto o il lapis che, nei romanzi, è raccolto            alla donna poi conosciuta e tenuta accanto per sempre, il primo guinzaglio            del vecchio cane con cui si è sperato a lungo di potersi liberare            della solitudine, la penna stilografica regalata dal proprio padre una            sera, quasi per caso, e poi sempre usata e però anche gelosamente            conservata, la spada di plastica con il finto rubino con cui il proprio            fratellino giocava di nascosto temendo che gli fosse vietata, i barattolini            di colore o i pennarelli da stoffe con quel meraviglioso odore, che            la mamma usava in una vecchia stanza in cui anche i compiti finivano            per essere divertenti, l&#8217;elefantino bianco di gesso poggiato alla propria            scrivania di legno, che proteggeva pomeriggi sereni, un vaso da fiori            o un piatto pregiato rotti e poi riparati con la supercolla il più            in fretta possibile, la matita azzurra sfilata di mano dalla ragazza            amata perché voleva essere lei a scrivere il proprio numero di            telefono sul foglietto che avresti riportato a casa, un vecchio taglierino            nero, rimasto senza lame, che però probabilmente è…            ma sì, deve essere quello che ho comprato in prima media per            fare una qualche ricerca illustrata di educazione artistica. La nostra            memoria è costellata di oggetti oltre che di situazioni e le            situazioni si avvinghiano poi ad oggetti: delle focaccette salate così            buone che ogni tanto, inaspettatamente, faceva la nonna, quando ne aveva            voglia, resta oggi traccia nella vecchia madia di legno, ancora sporca            di farina.<br />
Il valore di questi oggetti è inestimabile per noi,            disfarsene come di roba vecchia è gettare via il proprio passato            come un passato qualunque e non come il proprio e l&#8217;unico: lo si può            fare in un percorso ascetico, ma non alla leggera, strumentalizzando            qualche brandello dei discorsi sulla libertà dalle cose materiali            &#8211; come poi se questi discorsi non intendessero parlare della libertà            dalle proprie immaginarie identità. Questi oggetti-ricordo sono            tracce delle varie identità per cui siamo passati, ci aiutano            anche a <em>relativizzare la prepotenza di quella presente</em>, quella            che vorrebbe distruggere tutto ciò che potrebbe mostrargli la            sua povertà o le risorse disconosciute che aspettano solo un            nuovo impegno.<br />
Grande è il valore degli oggetti che custodiscono            i ricordi, né tali oggetti sono destinati alla mera rievocazione            nostalgica: come detto, infatti, possono ampliare l&#8217;orizzonte della            nostra attuale esperienza e talvolta sciolgono quelle occlusioni che            la caratterizzano. Cosa dunque può far dubitare che sia la memoria            il luogo dell&#8217;incontro cercato? Forse il fatto che anche gli oggetti-ricordo            sono imprigionati dentro un significato, cioè appunto il ricordo            di cui sono traccia? Non pare, perché il ricordo non assorbe            l&#8217;oggetto, bensì è vivificato da esso. I ricordi custoditi            negli oggetti non potrebbero essere trascritti in un diario, né            uno sforzo di reminescenza condotto autonomamente arriverebbe a rendere            inutile riprendere in mano quegli oggetti: esiste certamente un ricordo            che precede questo tornarli a maneggiare, ma è infinitamente            più povero di quello che, commovendoci, si forma, man mano che            guardiamo, annusiamo e tocchiamo l&#8217;oggetto. Provate: pensate ad un oggetto            cui è legato un ricordo e poi al ricordo stesso, quindi riavvicinate            a voi l&#8217;oggetto: il ricordo si farà di gran lunga più            concreto e ricco.<br />
Il ricordo non assorbe l&#8217;oggetto perché anzi ci rimanda            ad esso come a una fonte quasi inesauribile di particolari che erano            stati dimenticati: non ci arrestiamo all&#8217;enunciazione iniziale del ricordo,            piuttosto, per ricordare ci protendiamo verso l&#8217;oggetto, verso quel            singolo oggetto. Ricordare non è dunque l&#8217;esperienza intima e            tutta chiusa nel soggetto del rammemorare, ma un evento più complesso            in cui <em>la materialità effettiva</em> di un oggetto reale si            fa <em>toccare</em> e così sorregge e amplifica quel lavoro interiore.            Ebbene, perché questo evento complesso non è ancora l&#8217;esperienza            di cui andiamo in cerca?<br />
Il problema è che in questo ricordare, per quanto            gli oggetti siano materialmente presenti e travalichino il significato            cui erano inizialmente ridotti nella memoria, producendo quell&#8217;ampliamento            della stessa di cui abbiamo detto, pur sempre essi, alla fine, risultano            reinglobati nell&#8217;autonarrazione della propria identità da parte            del soggetto singolo. I ricordi testimoniati da questi oggetti sono            pur sempre accadimenti che segnano la storia di una persona e restano            dunque iscritti nell&#8217;orizzonte della sua esperienza passata. Capita            certamente di incontrare tracce di un passato dimenticato e questo smuove            gli orizzonti del presente e la propria iniziale autonarrazione e autoappropriazione,            tuttavia alla fine, l&#8217;esito è, tendenzialmente, una nuova narrazione            più comprensiva e un&#8217;autoappropriazione meno violenta: gli oggetti            alla fine sono <em>assorbiti</em>, alla fine diventano memoria del passato            e tracce della recente riscoperta di esso. La destinazione loro è            quella di tramandare la nostra identità, quasi fossero dei monumenti:            li conserviamo gelosamente perché siamo noi, sono oggettivazioni            di noi. L&#8217;esperienza all&#8217;inizio può anche essere radicalmente            desituante, ma poi diviene solo l&#8217;occasione per un ritorno su di sé            e sulla propria vita: un ritorno, ripeto, che non è affatto necessariamente            una conferma e può anzi portare a una rivoluzione o conversione,            insomma a una rotazione del proprio orientamento e delle proprie decisioni            fondamentali, ma che pur sempre <em>è più una faccenda            del soggetto che degli oggetti</em>.<br />
Gli oggetti innescano il ricordare e dunque incontrano il            soggetto essendo indipendenti da lui e lo determinano; alla fine però,            la loro indipendenza viene scaricata e non resta altro che il soggetto            rideterminato ed esteso al di là del suo corpo in alcuni residui            materiali che però sono solo lui stesso.<br />
Nell&#8217;incontro di cui siamo alla ricerca, che è legittimo            cominciare a disperare che esista, la codeterminazione tra soggetto            ed oggetti lascia pur sempre esistere entrambi.<br />
<!--more--><strong>capitolo 5.</strong></p>
<p>Nell&#8217;<em>uso ordinario</em> non si incontrano gli oggetti            come tali, giacché nel maneggiarli essi non si fanno presenti            tematicamente e in vista si ha solo la loro funzione, se non il fine            dell&#8217;attività generale all&#8217;interno della quale sono utilizzati            e in rapporto alla quale assumono il significato di strumenti. Nella            <em>fruizione degli oggetti design</em> poi, la pretesa è quella            di incontrare gli oggetti singoli, ma quello che effettivamente accade            è un gioco autoreferenziale in cui un soggetto che sa già            cosa vedere guarda un oggetto che è solo un&#8217;auto-legenda. Nel            <em>ricordo</em> infine, ciascuno di noi è realmente coinvolto,            ma in ultima analisi e alla fine del processo, ciò che lo ha            coinvolto e lo coinvolge non sono oggetti irriducibili a lui, ma sono            nuovamente dei significati-per-lui, soltanto, non significati socialmente            determinati, ma intimisticamente connotati. Si tratta di significati            fondamentali per il soggetto, come importanti, da altri punti di vista,            ma pur sempre in ordine alla riuscita della vita, sono anche gli oggetti-funzione            e, in qualche modo, gli oggetti-simbolo: significati importanti, ma            non oggetti.<br />
Esiste un&#8217;esperienza di oggetti che non sia fin dall&#8217;inizio,            o non diventi alla fine, solo un&#8217;esperienza di significati, di agglomerati            segnici che, comunque li si rigiri, dicono pur sempre solo ciò            che dicono e non sono altro dall&#8217;informazione che trasmettono?<br />
Un significato può essere certo interpretato in vari            modi, ma non gli si può andare incontro di lato; non occupa uno            spazio, non è materia e dunque non gli si può girare intorno,            meno ancora lo si può tastare, al massimo può essere posto            in relazione con altri significati. Gli oggetti invece, sembrano poter            essere <em>accostati di lato</em>, ma non abbiamo ancora trovato come            fare e forse, addirittura, quella possibilità è solo un&#8217;illusione,            un miraggio prodotto dallo stesso mondo dei significati per far credere            e sperare in un al di là da esso.<br />
È verosimile insomma che qualcuno tra noi cominci            a disperare intorno al successo di questa ricerca, tuttavia l&#8217;architetto            svizzero Peter Zumthor sembra quasi volerci sostenere e incoraggiare            quando scrive:</p>
<blockquote><p> &#8220;Forse la vita postmoderna potrebbe              essere descritta così: tutto ciò che oltrepassa i nostri              personali dati biografici risulta vago, sfocato e in qualche modo              irreale. Il mondo è stracarico di segni e informazioni, rappresentativi              di cose che nessuno comprende pienamente perché in realtà              questi segni a loro volta non risultano essere altro che segni rappresentativi              di altri segni. La cosa vera e propria rimane nascosta. Nessuno riesce              mai a vederla. Ciononostante (…) esistono oggetti creati dall&#8217;uomo,              come le macchine, gli utensili o gli strumenti musicali, che sono              ciò che sono, che non sono supporti di alcun messaggio artificiale              e la cui presenza è del tutto naturale.<br />
Quando si contemplano oggetti o costruzioni che sembrano              riposare in se stessi, la nostra percezione si attenua e si attutisce              in un modo del tutto particolare. L&#8217;oggetto che percepiamo non ci              impone alcun messaggio, è lì, semplicemente. La nostra              percezione si fa silenziosa, cessa di essere prevenuta e possessiva.              Si trova al di là di segni e simboli. È aperta e vacua.              Come se guardassimo qualcosa che non si lascia trascinare al centro              della coscienza (…). Vedere l&#8217;oggetto significa anche, ora, intuire              il mondo nella sua interezza, poiché in quel che vediamo non              c&#8217;è nulla che non possa essere capito&#8221;(<strong>5</strong>).<br />
Quanto siamo venuti affermando sul potere di occultare            gli oggetti singoli che appartiene ai significati generali e alle etichette            sociali ci consente di intendere esaurientemente le prime affermazioni            di Zumthor: l&#8217;indagine successiva svelerà la puntualità            anche delle ultime parole, mostrerà in che senso la percezione            di oggetti sia silenziosa perché <em>ascolta</em> e sia vacua e            aperta perché <em>fa spazio</em>, tornerà sulla marginalità            dell&#8217;esperienza di oggetti rispetto al fuoco della coscienza e dell&#8217;attenzione            ordinaria, infine tenterà di porre in luce come il capire pienamente            l&#8217;oggetto sia un personale rinnovarsi a partire dall&#8217;incontro con esso.<br />
Le parole di Zumthor possono rincuorare gli scettici, ma            perché questa ricerca sia portata a compimento occorre innanzitutto            trovare una testimonianza dell&#8217;accadimento di quell&#8217;esperienza che vorremmo            articolare nella sua natura e che per qualcuno è una mera illusione,            il portato di belle, ma vuote, parole. Troviamo una tale testimonianza            in un breve racconto di Franz Kafka: <em>Il cruccio del padre di famiglia</em>(<strong>6</strong>).</p>
<p>note:<br />
5. P. Zumthor, <em>Pensare architettura</em>, Electa, Milano 2003, pp. 13-14.          (Se ci trovassimo in un contesto strettamente filosofico occorrerebbe          mostrare come sia più che possibile non leggere il brano di Zumthor          e poi lo stesso articolo presente come celebrazioni di un realismo ingenuo          che, presupponendo un accesso puro e immediato alle cose, critichi le          mediazioni linguistico-sociali per il solo fatto di essere mediazioni          e dunque schermi. Piuttosto l&#8217;opposizione oggetti/significati intende          qui essere il recupero di una differenza esperienziale compiuto all&#8217;interno          di un preliminare riconoscimento dell&#8217;illusorietà di un coglimento          immacolato e diretto degli oggetti. Si tratta però di una faccenda          filosofica: chiarirla è in sé importante ed è importante          anche in ordine a una migliore comprensione dell&#8217;esperienza degli uomini,          tuttavia, è meno decisiva di quanto i filosofi non credano o non          si raccontino: qui la si può tralasciare).</p>
<p>6. In: F. Kafka, <em>Tutti i romanzi e i racconti</em>, Newton Compton,          Roma 1991, pp. 581-582, traduzione modificata.</p></blockquote>
<p><!--more--><strong>capitolo 6.</strong></p>
<blockquote></blockquote>
<p>Il racconto inizia quasi come fosse un saggio citando            due ipotesi sull&#8217;origine del nome &#8220;Odradek&#8221; per poi passare            a trattare dell&#8217;essere per cui quel nome sta:</p>
<blockquote><p>  &#8220;Ha l&#8217;aspetto di una specie di rocchetto              da refe, piatto e a forma di stella e sembra davvero ricoperto di              filo, si deve trattare, però, solo di alcuni frammenti di filo              strappati, vecchi, annodati fra loro e persino ingarbugliati, di qualità              e colore tra i più disparati. Ma non è soltanto un rocchetto,              infatti dal centro della stella sporge in fuori e di traverso un&#8217;asticciuola              alla quale se ne aggiunge un&#8217;altra ad angolo retto. Con l&#8217;aiuto di              quest&#8217;ultima da un lato e di uno dei raggi della stella dall&#8217;altro,              quest&#8217;arnese si regge in piedi come se avesse due gambe&#8221;.</p></blockquote>
<p>Odradek pare dunque un oggetto che, per quanto descritto            con tanto dettaglio e un linguaggio così pulito e netto, resta            in un certo modo sfuggente: lo si riesce a figurare, ma la mente non            trova sosta in una categoria già data, in un nome che sia comune,            così, se solo la concentrazione cala un poco, Odradek acquista            contorni vaghi e la sua forma non si riesce più ad afferrare            o a trattenere.</p>
<blockquote><p>  &#8220;Si sarebbe tentati di credere che              quest&#8217;oggetto abbia avuto, un tempo, una qualche forma razionale e              che ora sia semplicemente rotto. Ma non sembra che sia così;              almeno non ci sono indizi per questa congettura; in nessun punto si              rilevano aggiunte o fratture che confermerebbero la tesi sostenuta;              l&#8217;insieme sembra assurdo, ma &#8211; a suo modo &#8211; compiuto&#8221;.</p></blockquote>
<p>Se l&#8217;incontro con Odradek si configura come l&#8217;esperienza            di cui siamo alla ricerca, allora possiamo affermare che il primo tratto            caratteristico di quest&#8217;esperienza è essere incontro con<em> oggetti            che non si lasciano ricondurre in una categoria nota</em>, oggetti con            cui non siamo già familiari, che non sappiamo già trattare,            usare, mettere da parte o di cui non sappiamo parlare nei soliti modi,            cioè come citando frasi già sentite. Oggetti come Odradek            sembrano essere scivolati giù dalla corrente della Razionalità            e del Progresso forse per una rottura o perché è passato            troppo tempo e la cornice degli usi e delle pratiche è troppo            cambiata; tuttavia non si può escludere che essi non abbiano            mai fatto parte di quella corrente: che siano sempre stati oggetti compiuti            e insieme assurdi, privi di senso-per-noi.<br />
Si tratta di oggetti che restano inafferrabili se la logica            dell&#8217;economia percettiva è mantenuta a regime: quando si ha qualcosa            da fare, che sia un impiego di strumenti o una manipolazione di significati,            simboli o soddisfazioni libidinali traslate, comunque non si possono            incontrare Odradek e i suoi fratelli. Questi infatti sono oggetti che            vivono in una dimensione temporale altra rispetto a quella in cui si            può non-aver-tempo-per e appaiono solo innanzi ad una rete concettuale            differente da quella che registra i dati, certa fin dall&#8217;inizio di essere            adeguata e sufficiente per il loro ordinamento.<br />
<!--more--></p>
<p><strong> capitolo 7.</strong></p>
<p>Dal momento che, per lo più, noi            permaniamo in quell&#8217;ambito di esperienza temporale e di categorizzazione            teorica in cui Odradek e gli altri oggetti presi nella loro singolarità            irripetibile non trovano posto, come possiamo incontrarli? Dobbiamo            forse disporci diversamente? E questa possibilità è a            nostra disposizione? Realizzarla è forse questione di forza di            volontà?<br />
Ecco, come Kafka racconta gli incontri con Odradek:</p>
<blockquote><p>  <font size="-1">&#8220;L&#8217;insieme sembra assurdo, ma &#8211;              a suo modo &#8211; compiuto. E non è possibile del resto aggiungere              qualche notizia più precisa, giacché Odradek è              mobilissimo e non si lascia catturare.<br />
Si trattiene volta a volta in soffitta, per le scale,              nei corridoi o nell&#8217;atrio. A volte non si fa vedere per mesi interi;              probabilmente si è trasferito in altre case; tuttavia torna              immancabilmente nella nostra.<br />
Talvolta, scorgendolo appoggiato alla ringhiera delle              scale quando si esce dalla porta, si prova il desiderio di rivolgergli              la parola. Naturalmente non gli si possono rivolgere domande difficili,              lo si tratta piuttosto &#8211; e la sua minuscola consistenza ci spinge              da sola a farlo &#8211; come un bambino. &#8220;Come ti chiami?&#8221; gli              si chiede. &#8220;Odradek&#8221;, risponde lui. &#8220;E dove abiti?&#8221;              &#8220;Non ho fissa dimora&#8221;, dice allora ridendo; ma è              una risata come la può emettere soltanto un essere senza polmoni.              Risuona come un fruscìo di foglie cadute. E qui la conversazione              di solito è finita. D&#8217;altronde persino queste risposte non              si ottengono sempre: spesso rimane per molto tempo silenzioso come              il legno di cui sembra fatto&#8221;.</font></p></blockquote>
<p>Sono righe molto dense, la cui ricchezza è molto            difficile da raccogliere: questa difficoltà si rivela dapprima            nella nostra indecisione tra due generali orientamenti interpretativi.            Secondo il primo, Kafka sta qui raffigurando una situazione magico-fantastica            in cui c&#8217;è effettivamente uno strano oggetto capace di muoversi            per la casa o tra le case e capace di rispondere ad alcune domande semplici:            il racconto darebbe consistenza a una possibilità della nostra            immaginazione e creatività e, per quanto bello, non avrebbe alcun            rapporto più stretto con la nostra esperienza reale. Secondo            l&#8217;altra interpretazione, invece, il racconto sarebbe un&#8217;elaborazione            artistica di un esperienza che in qualche modo ci appartiene, ovvero,            un&#8217;esperienza che potrebbe appartenerci anche se oggetti parlanti e            semoventi non esistono. Questa seconda interpretazione è naturalmente            più interessante giacché, senza disconoscere il carattere            magico della raffigurazione kafkiana, rende impossibile trattare il            racconto come una mera divagazione e svela anzi il suo coinvolgerci            e il suo toccarci: afferma il suo dirigersi in un altrove dall&#8217;ordinario,            ma riconosce anche come esso a suo modo ritorni sull&#8217;ordinario, per            aprirlo e liberarlo dalle sue fossilizzazioni.<br />
Se il secondo orientamento interpretativo è potenzialmente            più fecondo, è vero anche che è più difficile            da seguire: Odradek non è solo Odradek, un oggetto piccolo che            si muove e parla, è pure allegoria di qualcosa, ma di cosa? Quale            esperienza la narrazione dell&#8217;incontro con Odradek vuole illuminare?            Ritengo che il racconto si riferisca, a modo suo, a quei momenti in            cui, mentre siamo in casa e stiamo per fare qualcosa, ma ancora non            abbiamo cominciato, oppure già facciamo, ma siamo in un attimo            di sospensione dell&#8217;attività, ci capita di far caso a uno strano            oggetto che è lì accanto: in qualche modo è familiare            e se ci riflettiamo un istante su, riconosciamo anche cos&#8217;è e            forse come ci è accaduto di averci a che fare la prima volta,            tuttavia, era tanto che non ci facevamo attenzione, mai avremmo saputo            dire che era proprio lì e anzi avremmo giurato che lì            non c&#8217;era niente. Non serve più a molto e anche prima non è            che avesse la funzione decisiva in chissà quale attività            complessa, però, non è rotto e quindi non viene da buttarlo:            magari è una vecchia forcina per capelli o un bottone di finta            madreperla che ora non serve, ma che quando poi se ne vorrebbe uno,            si fatica a trovarlo in merceria e quindi è meglio tenerlo. Quando            si pensa così, capita anche di aggiungere: &#8220;va bene, ricordiamoci            che è qui&#8221;, ma è un impegno destinato all&#8217;oblio perché            quel luogo è troppo inappropriato a diventare il posto giusto            per quella cosa, il posto in cui essa è in ordine. È un            luogo così inappropriato che in un&#8217;altra occasione, quel bottone            o quella forcina o quella vite particolarmente lunga o quella gomma            da china che potrebbe essere utile se succedesse di rimettersi a disegnare            a china, dopo vent&#8217;anni, vengono distrattamente spostati e così,            la volta ancora successiva, sono rincontrati altrove: non sul davanzale            interno, ma per terra, dove sono appena caduti mentre estraevamo dalla            libreria le <em>Silvae</em> di Stazio, che erano in seconda fila. Quando            poi in famiglia non si è da soli, questa ipotetica successione            di situazioni può verificarsi per ciascun membro, dando origine            a incroci che rendono davvero quegli oggetti mobilissimi: non ce li            si ritrova certo sempre innanzi come fossero oggetti ingombranti, ma            l&#8217;incontro con loro è più frequente di quanto non avremmo            detto prima di leggere il racconto.<br />
Il racconto però, non è solo tale da rivelare            a noi stessi alcuni momenti della nostra stessa vita, che viviamo e            poi subito dimentichiamo: il racconto raffigura le situazioni che abbiamo            appena indicato in modo quasi magico, capovolgendo la prospettiva e            animando l&#8217;oggetto stesso e questo fatto non è certamente accessorio,            non è un aggiunta retorico-poetica per guadagnare bellezza, magari            perdendo un po&#8217; in comunicatività, nient&#8217;affatto.<br />
Dire che si tratta di quegli incontri con oggetti non più            molto utili, che avvengono in una sorta di sospensione, quando si è            coscienti, ma anche parzialmente distratti, per cui nel momento si riconosce            l&#8217;oggetto, ma appena si riprende l&#8217;attività sospesa, ci si dimentica            tutto, anche di essersi per un poco distratti da essa &#8211; e questo rende            possibile nel futuro una nuova piccola sorpresa da parte di quell&#8217;oggetto            -, dire tutto questo è vero. Come è vero dire che non            è l&#8217;oggetto che si muove da solo per la casa, ma siamo noi a            muoverlo, anche se lo muoviamo in momenti che, non essendo parte integrante            delle nostre attività coscientemente organizzate e finalizzate,            facilmente trapassano nell&#8217;oblio e per questo noi non ricordiamo di            aver avuto a che fare con l&#8217;oggetto da quando, l&#8217;altra volta, chissà            quand&#8217;era, l&#8217;abbiamo visto là fino a quando, ora, lo ritroviamo            qui. Queste descrizioni sono vere, ma vere per chi? Quale esperienza            si esprime in esse? Si tratta dell&#8217;esperienza dell&#8217;osservatore esterno,            che siamo noi stessi quando, per qualche strana ragione, per esempio            per commentare il racconto di Kafka, riflettiamo sui rapporti con quell&#8217;oggetto            e ricostruiamo una plausibile teoria che spieghi la strana successione            di incontri: una teoria plausibile, ossia, una teoria che non intacchi            minimamente la cornice di senso che struttura le nostre pratiche e attività            ordinarie. Kafka non è interessato a questa verità, alla            verità del soggetto che prontamente si riappropria l&#8217;esperienza            che per un momento lo ha stupito e dunque dislocato: nel suo racconto,            Kafka dà voce all&#8217;esperienza del <em>soggetto coinvolto nell&#8217;esperienza</em>            e se insiste sulla personificazione dell&#8217;oggetto è proprio per            opporre una resistenza alla nostra tendenza a disconoscere il momento            di passività che abbiamo attraversato.<br />
Nel vedere l&#8217;oggetto ci meravigliamo e ci chiediamo come            diavolo sia finito lì, talvolta persino da dove sia saltato fuori:            è come se Kafka avesse preso in parola queste elaborazioni spontanee            e le avesse prolungate e radicalizzate per proteggerle dalla loro ritrascrizione            eccessivamente razionale, da quella cioè che, con la scusa di            spiegarle e renderle sensate, ne disconosce i tratti peculiari. E i            tratti peculiari di quell&#8217;esperienza sono visibili in filigrana nel            racconto: l&#8217;oggetto ha un nome proprio, una forma che risulta inconsueta,            uno strano rapporto con la funzionalità (non si mostra soltanto            nella sua funzione, nemmeno la rivela come fa un oggetto rotto e tuttavia            ha una sua completezza che ci fa sospendere la questione), si muove            per casa, non si lascia afferrare (in effetti, ci capita di stabilire            ufficialmente che il posto in cui lo troviamo sia il suo posto, mentre            il momento in cui lo troviamo non è mai il momento per andarlo            a mettere in ordine, magari nel barattolo dei bottoni! Per altro, andarlo            a mettere a posto non è neppure sempre possibile); ci si rapporta            ad esso con gentilezza e delicatezza, quasi come con un bambino; talvolta            esso si lascia vedere, ma non parla, sono i casi in cui lo si incontra,            ma più fuggevolmente e superficialmente.<br />
Se più avanti torneremo sul fondamentale riferimento            all&#8217;infanzia, adesso dobbiamo sostare sul senso più importante            delle molteplici personificazioni e rovesciamenti di prospettiva che            strutturano il racconto kafkiano. Ci siamo chiesti se poteva dipendere            da un nostro indipendente sforzo di volontà, da una nostra autonoma            conversione dell&#8217;atteggiamento, la preparazione di quelle esperienze            che, come gli incontri con Odradek, sono esperienze di oggetti e non            solo di significati, ebbene, la modalità narrativa seguita da            Kafka risponde negativamente: non noi, ma gli oggetti hanno l&#8217;iniziativa.            Innanzi tutto noi siamo passivi e la prima mossa è di Odradek            che ci si para di fronte o accanto.<br />
L&#8217;esperienza in cui incontriamo gli oggetti come tali, in            cui scopriamo qualcosa di noi scoprendo oggetti che non sono già            noti, già catturati e presenti a noi, è un&#8217;esperienza            in cui sono gli oggetti i protagonisti e non i nostri programmi d&#8217;azione,            i nostri progetti di fare o anche il confine della nostra storia interiormente            rammemorata: non sono gli oggetti che entrano nel nostro cono di luce,            nel nostro orizzonte, il quale è sempre un orizzonte di significati,            ma siamo noi ad entrare nell&#8217;orizzonte degli oggetti; o meglio, a partire            dall&#8217;incontro, che dapprima è un trovarsi-accanto quasi puramente            materiale, si costituisce un nuovo orizzonte all&#8217;interno del quale accade            che anche noi ci rideterminiamo, in quanto innanzi tutto gli oggetti            ci si sono rideterminati di fronte (ossia, si sono manifestati come            altro da ciò che possiamo anticipare con gli strumenti teorici            che abbiamo a disposizione).<br />
Sono situazioni in cui gli oggetti vincono le nostre abitudini            percettivo-intellettuali e ci aprono una possibilità di riorientamento            concettuale e anche pratico-vitale. Non lo fanno con una forza violenta,            ma attraverso un <em>dono</em> che, per quanto minuto e leggero, per un            breve istante si impone come <em>inaggirabile</em>: ci donano <em>tempo</em>            imponendo all&#8217;incontro un&#8217;altra temporalità rispetto a quella            in cui noi ci tratteniamo ordinariamente e in cui maneggiamo solo significati            e strumenti. Donano inoltre la loro <em>inutilità</em> &#8211; se così            si può dire.<br />
In effetti si è trattenuti dal soddisfarsi nella            nozione di &#8220;inutilità&#8221; come proprietà peculiare            degli oggetti esperiti nella loro singolarità: noi diciamo (con            rassegnazione) &#8220;inutile&#8221; un oggetto che è stato utile,            ma ora è rotto, oppure (con biasimo) un oggetto che ha un&#8217;utilità            piuttosto improbabile nei giri della vita ordinaria, come un termometro            non particolarmente preciso, ma che si attivasse solo in mare da cinquanta            metri di profondità in avanti, oppure (con orgoglio e trionfalmente,            oppure con un biasimo ancora più accentuato e caricato di rivendicazione            perché ha da superare la vergogna) diciamo inutili le opere d&#8217;arte.            Esiste, oltre a queste, un&#8217;ulteriore dimensione di inutilità?            Un&#8217;inutilità che viene alla luce in particolari oggetti, ma che            forse è in qualche modo <em>la possibilità d&#8217;essere più            profonda di qualunque oggetto?</em> Oggetti come Odradek ci chiedono            di rispondere sì. Si dirà allora che l&#8217;esperienza degli            oggetti nella loro singolarità accade attraverso la contemporanea            istituzione di una nostra tacita <em>accordatura con questa inafferrabile            dimensione di inutilità.</em><!--more--><strong>capitolo 8.</strong></p>
<p>Ma questo incontro inutile con oggetti singoli, irriducibili            a significati generali, questo incontro che può forse coinvolgere            chiunque e qualunque oggetto, ma che per ora si è rivelato come            familiare solo ad alcuni (ad esempio i lettori che hanno fatto amicizia            con questo scritto) e legato solo ad oggetti particolarmente restii            a una categorizzazione, questo incontro è davvero così            importante? Merita davvero che qui si ricerchino tanto a lungo la sua            natura e la sua possibilità? Secondo alcuni sì. Secondo            costoro, gli oggetti incontrati nella loro singolarità e nella            loro ulteriorità rispetto ai significati possono persino salvare            la vita.<br />
Di tale avviso sembra ad esempio Murray Leinster in uno            dei suoi più famosi romanzi di fantascienza: <em>Out of this world</em>            (1959), noto in Italia come <em>L&#8217;uomo che vedeva gli atomi</em>. L&#8217;elemento            che catalizza l&#8217;attenzione dei lettori è infatti dato dalle improbabili            macchine capaci di manipolare le particelle di materia in modi insperati            che il protagonista, Bud Gregory, un meccanico pigro e schivo, inventa            e costruisce con gli oggetti più quotidiani, se non con pezzi            di vecchi oggetti o con rottami e che poi, opportunamente utilizzate            dal coscienzioso David Murfree, finiscono più volte per essere            ciò che salva la Terra da pericoli atomici. Ecco due esempi di            queste macchine che sono aggregazioni di oggetti:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Bud mise sul predellino dell&#8217;automobile              una scatola rotonda di legno, di quelle da formaggio, ne tirò              fuori due corti fili, con morsetti alle estremità, e li attaccò              da qualche parte sul motore. Murfree intravide nella scatola un ammasso              disordinato di fili e numerose bobine primitive avvolte a mano. C&#8217;erano              anche tre valvole termoioniche da poco prezzo&#8221;(<strong>7</strong>).</font></p>
<p><font size="-1">  &#8220;Entrò in casa e ne uscì              poco dopo portando un congegno complicatissimo. […] Nell&#8217;apparecchio              non c&#8217;erano valvole termoioniche, questa volta. C&#8217;erano cavi e pezzi              di vetro qua e là. E c&#8217;era un pezzetto di tubo di rame, di              quelli delle condutture del gas, accuratamente raddrizzato e sistemato              in mezzo a un groviglio di fili che era, o meglio, che non era certamente              una bobina, ma neppure qualcos&#8217;altro di conosciuto. I cavi erano arrangiati              in modi diversi. Alcuni di essi formavano una spirale logaritmica.              Tutto il complesso aveva qualcosa di pazzesco. E c&#8217;era a un&#8217;estremità              una piastra di metallo inchiodata alla base di legno. Sembrava avesse              una funzione protettiva, come se dovesse difendere l&#8217;invenzione da              qualcosa. […] &#8211; come funziona esattamente, questo? &#8211; chiese Murfree.              Lo guardò e ammise umilmente dentro di sé che per lui              ogni singola parte dello strano strumento sembrava assolutamente priva              di significato. Vide un interruttore che era un interruttore della              luce preso dall&#8217;automobile sfasciata di Bud. Vide un filo di ferro              scoperto, e pensò che forse sarebbe diventato bianco con incrostazioni              di ghiaccio quando il congegno avesse funzionato, per rivelare che              stava assorbendo calore e producendo elettricità. Ma le altre              parti pareva proprio non avessero alcun senso&#8221;(<strong>8</strong>).</font></p></blockquote>
<p>Oggetti che pure hanno un loro luogo nella dimensione economica            dell&#8217;utile o che hanno perso tale posizione, avendola però avuta            in passato, sono raccolti da Bud Gregory e osservati nella loro singolarità            come condensati di altre e nuove possibili funzioni: diventano così            parti di macchine che hanno sì un senso (anzi, un senso supremo:            la salvezza della Terra), ma non un senso generale che le riduca a sé.            Questo senso non è la funzione in ordine al cui svolgimento è            pensato, progettato e realizzato un modello, ma la <em>destinazione di            una realtà singolare</em>. Il punto non è insomma la totale            improduttività degli oggetti esperibili nella loro singolarità:            l&#8217;incontro può tradursi in un far operare gli oggetti, solo che            la possibilità e il senso di questa loro attività <em>scaturiscono            dall&#8217;incontro stesso</em> e non lo preordinano rendendolo solo un utilizzare            certi strumenti all&#8217;interno di una pratica complessa. È come            una sottolineatura di questo fatto che interpreto l&#8217;insistenza di Leinster            sull&#8217;apparente assurdità delle invenzioni di Bud, sul loro sfuggire            a un orizzonte di comprensibilità dato.<br />
Lo stesso nodo di tematiche emerge anche nel racconto <em>La            bottega del cosaio</em> (<em>Doodad</em> &#8211; 1969) di Ray Bradbury<font size="-1">(<strong>9</strong>)</font>,            in cui un giornalista, Gyp Crowell, fuggendo dagli scagnozzi di un gangster            che ha ricattato, finisce in una bottega la cui insegna dice: &#8220;Cosi,            Affari e Comediavolosichiamano&#8221;. Si tratta di un negozio che vende            strani oggetti classificati secondo le tre categorie indicate nell&#8217;insegna            e ordinarti poi per l&#8217;annata di costruzione. Il giornalista acquista            dapprima un comediavolosichiama del &#8216;73 che si presenta così:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Poteva anche trattarsi di un albero              a manovella, però era molto simile a uno scaffale da cucina              con parecchi anelli penzolanti da uno spigolo di metallo, che sosteneva              tre accessori a forma di corno e sei meccanismi che Crowell non riuscì              a identificare. In cima spuntava una folta capigliatura di tentacoli              che avevano tutta l&#8217;aria di stringhe da scarpe&#8221;.</font></p></blockquote>
<p>Successivamente però, sostituisce questo marchingegno            con dei piccoli &#8220;cosi&#8221;: &#8220;alcune scatole di carabattole            […]. Colabrodo, coltelli per strappare le erbacce, spremilimoni,            pomi per porte e vecchie pipe di schiuma olandesi. […] Sembravano            oggettini innocui. Erano piccoli, semplici&#8221;. In entrambi i casi            gli strani oggetti gli salvano la vita liberandolo dai suoi inseguitori:            &#8220;- Okay, carabattole, fate il vostro dovere! Proteggetemi! […]            E lanciò due scatole di carabattole fuori dal finestrino. Parecchie            si alzarono in volo, le altre rimbalzarono semplicemente sull&#8217;asfalto.            Due missili brillarono nell&#8217;aria. Sembravano due cesoie fuori moda,            affilate e lucenti, con inserito un apparato propulsore meccanico&#8221;.<br />
Anche per Bradbury dunque, gli oggetti inutili, gli oggetti            che finiscono ai margini delle attività ordinarie, custodiscono            un segreto valore in forma di potenzialità: questo surplus di            potenzialità è ciò che fa sì che tali oggetti            non siano semplicemente il supporto materiale di una funzione preordinata,            ma siano invece aperti a destinazioni e attività singolari inventati            di volta in volta &#8211; attività che, da parte loro, richiedono pure            un soggetto <em>coinvolto personalmente e radicalmente</em> nell&#8217;incontro,            un soggetto che, proprio per questo, può avere capacità            inventiva e immaginazione. Bradbury approfondisce tale questione congiungendola            al tema dell&#8217;irriducibilità degli oggetti al regno dei significati            e dei concetti in una teoria fantastica di grande interesse che merita            di essere letta quasi per intero:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;La mia bottega potrebbe essere              definita il risultato di una semantica fraintesa e scorretta tradotta              in energia. Questi strumenti potrebbero essere chiamati Invenzioni              Che Fanno Tutto Invece di Qualcosa […]. Ora, quando un uomo mostra              a un altro uomo una certa parte dell&#8217;apparato propulsore di un&#8217;autovettura              e non riesce a ricordare esattamente il nome di quella parte, […]              la chiama un coso, un affare o un comediavolosichiama […]. Abbiamo              quindi la nascita di definizioni semantiche scorrette che possono              essere usate per descrivere qualsiasi cosa, da un nido di gallina              alla carrozzeria di un&#8217;automobile. Un comediavolosichiama può              indicare uno spazzolone da pavimento o una parrucca. È un termine              usato liberamente da tutti in una data cultura. Un comediavolosichiama              non è soltanto una cosa. È mille cose. </font><br />
<font size="-1">               Insomma, io non ho fatto altro che fondere in energia              il totale complessivo di tutte le cose a cui si sia mai fatto riferimento              chiamandole comediavolsichiama […]. In altre parole, le mie invenzioni              sono rappresentazioni tridimensionali di un&#8217;idea semantica. Poiché              la mente di un individuo trasforma in un comediavolosichiama qualsiasi              cosa, da un battitappeto a un berretto di taglia numero sei, le mie              invenzioni seguono la stessa linea. Il comediavolosichiama che vi              siete portato a casa oggi è in grado di fare quasi tutto ciò              che voi potete chiedergli. Molte invenzioni sono specie di robot,              in quanto in esse erano incluse la capacità di movimento, di              pensiero e di versatilità meccanica. </font><br />
<font size="-1">             […] Alcuni congegni sono grossi. Altri piccoli […]. Non              ne esistono due identici&#8221;.</font></p></blockquote>
<p>note:<br />
7. M. Leinster, <em>L&#8217;uomo che vedeva gli atomi</em>, Mondatori (Urania          510), Milano 1969, p. 10.<!--more--><strong> capitolo 9.</strong></p>
<p>Siamo alla ricerca della natura di un&#8217;esperienza degli            oggetti come tali, di un&#8217;esperienza degli oggetti nella loro singolarità,            leggendo Leinster e Bradbury abbiamo potuto considerare la possibilità            che quest&#8217;esperienza così sfuggente e marginale sia addirittura            in qualche modo salvifica per la nostra vita &#8211; potremmo dire: per l&#8217;ampiezza            dei nostri orizzonti concettuali e per il riorientamento delle nostre            decisioni di più ampio respiro. È vero però, che            gli oggetti descritti da Leinster e Bradbury travalicano il tessuto            dei significati e delle funzioni ordinarie (e così si rendono            disponibili all&#8217;esperienza della loro singolarità ed esercitano            il loro potere salvifico), in quanto sono innegabilmente strambi. L&#8217;esperienza            di cui siamo in cerca è dunque possibile solo con oggetti del            tutto particolari e inconsueti oppure è semplicemente provocata            più facilmente da questi oggetti, ma può anche riguardare            gli oggetti più comuni?<br />
Se consideriamo il fatto che gli oggetti di Leinster e Bradbury            sono aggregati di oggetti comuni, potremmo scegliere la seconda alternativa            limitandoci a precisare che sì, qualunque oggetto può            essere incontrato nella sua singolarità, tuttavia, occorre che            qualcosa nel suo contorno lo esponga in una luce diversa e inconsueta,            ad esempio lo mostri accanto ad un altro oggetto cui solitamente non            è accostato. Può sembrare una precisazione innocua quando            è forse eccessivamente impegnativa: pare infatti che non sia            l&#8217;oggetto a imporsi in un&#8217;esperienza da cui sorge il rapporto, ma che            prima di tutto occorra che qualcuno o qualcosa ci apparecchi una sorta            di sorpresa. Invece, sono gli stessi oggetti che ci sorprendono e ci            <em>meravigliano</em>: nel momento in cui ci si parano innanzi (momento            diverso dagli istanti identici in cui si segmenta la temporalità            del fare ordinario) ci pre-accordano con la dimensione dell&#8217;inutilità            (e così producono la nostra <em>disposizione pratica</em>) meravigliandoci            (ossia istituendo la nostra <em>tonalità emotiva</em>). È            in questa complessa situazione da loro stessi creata che anche si lasciano            incontrare per quello che sono. Peter Zumthor osserva in proposito con            sobria profondità:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;All&#8217;improvviso il nostro sguardo              cade su un dettaglio, rimanendo meravigliato: quei due chiodi nel              pavimento, che tengono unite le lastre di acciaio accanto alla soglia              consumata… Affiorano i sentimenti. Qualcosa ci commuove&#8221;(<strong>10</strong>).</font></p></blockquote>
<p>Al di là della precisazione intorno alla precisazione,            resta comunque vero che l&#8217;essenziale dell&#8217;esperienza su cui ricerchiamo            non è la stranezza degli oggetti incontrati: in un suggestivo            racconto, anche Philip K. Dick mostra oggetti che, una volta riconosciuti            nella loro irripetibile identità, salvano la vita del protagonista            e tuttavia questi oggetti sono comunissimi, persino banali.</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Jennings si guardò nella              mano. Dal sacchetto aveva tirato fuori un piccolo assortimento di              articoli vari: una chiave a codice, la matrice di un biglietto, una              ricevuta bancaria, un lungo filo metallico, mezza fiche da poker,              un pezzo di stoffa verde, un gettone per l&#8217;autobus&#8221;.</font></p></blockquote>
<p>Sono gli oggetti che Jennings, il protagonista di <em>Previdenza</em>            (<em>Paycheck</em> &#8211; 1953), trova come paga, da lui stesso scelta al posto            di un&#8217;ingente somma di denaro, per un lavoro di due anni di cui però,            non ricorda più nulla essendogli stata cancellata la memoria            per conservare la segretezza dell&#8217;impresa<font size="-1">(<strong>11</strong>)</font>.            Il fatto è che ciascuno di questi oggetti all&#8217;apparenza inutili            e senza valore si trova ad essere, in una data circostanza della vicenda            narrata, l&#8217;oggetto giusto, quello di cui Jennings avrebbe bisogno per            uscire da una difficoltà o ottenere salva la vita: il filo di            ferro ad esempio gli consente di far scattare la serratura dell&#8217;automobile            della polizia in cui è stato ingiustamente rinchiuso, il gettone            per l&#8217;autobus è quello che gli serve poco dopo per sfuggire al            successivo inseguimento. Dapprima Jennings è sorpreso quanto            il lettore e allora finalmente guarda davvero gli oggetti:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Tirò fuori gli altri cinque              oggetti e li osservò attentamente. Il pezzo di stoffa verde,              la chiave a codice, la matrice del biglietto, la ricevuta bancaria,              il mezzo gettone da poker. Strano che oggetti così comuni potessero              essere importanti&#8221;.</font></p></blockquote>
<p><em> Nel racconto</em>, ciò che li rende importanti,            ossia ciò che spiega il loro essere, volta a volta, l&#8217;unico oggetto            che si vorrebbe al posto di tutti gli altri (&#8221;il mezzo gettone            aveva trasformato una situazione disperata in una provvidenziale protezione&#8221;)            è il loro essere stati individuati dallo stesso Jennings, prima            della cancellazione della memoria, attraverso uno &#8220;specchio temporale&#8221;,            uno strumento capace di mostrare il futuro mettendo così in condizione            di prepararsi ad esso. <em>Fuori del racconto</em> però, la verità            è un&#8217;altra; o meglio, grazie al racconto possiamo vedere la realtà            secondo una verità differente da quella ordinaria: l&#8217;ipotesi            narrativa dello sguardo sul futuro produce quello straniamento della            visione che consente agli oggetti di farsi incontrare nell&#8217;unicità            di valore che l&#8217;esperienza quotidiana solitamente occulta. È            lo stesso Dick ad illustrare la questione in una nota apposta al racconto            nel 1976:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;In questo racconto, ho riflettuto              sul fatto che a volte, nella nostra esistenza, si presentano occasioni              in cui avere in tasca una moneta per fare una telefonata significa              la differenza tra la vita e la morte. Chiavi, monete, magari la matrice              del biglietto d&#8217;ingresso del cinematografo; e, perché no?,              la ricevuta di un parcheggio. Mi bastava collegare quest&#8217;idea al viaggio              nel tempo per vedere come cose piccole e inutili, agli occhi saggi              del viaggiatore del tempo, possano significare moltissimo. Il viaggiatore              del tempo saprebbe quando una moneta può salvargli la vita.              E, tornato nel passato, potrebbe preferire quella moneta a qualunque              cifra di denaro, anche la più grande&#8221;(<strong>12</strong>).</font></p></blockquote>
<p>Fino ad ora la nostra ricerca ci ha fatto insistere sulla            passività del soggetto innanzi al mostrarsi degli oggetti, ora            Dick suggerisce non di rendere questa passività un&#8217;attività,            ma di produrre quella passività (ossia: di esporsi agli oggetti            nella loro singolarità) attraverso uno stratagemma, guardare            gli oggetti come se li si osservasse dal futuro, vedendo in essi le            potenzialità cui, nel futuro, potrebbero dare seguito<font size="-1">(<strong>13</strong>)</font>.            Torneremo nella seconda parte di questo articolo sull&#8217;idea di una preparazione            all&#8217;incontro, comunque indisponibile e <em>improgettabile</em>, con gli            oggetti nella loro singolarità, ora dobbiamo invece tornare sul            potere salvifico dell&#8217;esperienza cui quell&#8217;incontro dà luogo.</p>
<p>note:<br />
10. P. Zumthor, <em>Pensare architettura</em>, Electa, Milano 2003, pp.          12-13.<br />
11. In: P. K. Dick, <em>Le presenze invisibili. Tutti i racconti. Volume          primo</em>, Mondatori, Milano 1999, pp. 202-233. La citazione precedente          è a p. 205. Le due citazioni successive si trovano alle pagine:          209-210 e 227.<br />
12. <em>Ibidem</em>, p. 486.<br />
13. Seguire questo stratagemma è come valorizzare, in accordo con          alcuni filosofi contemporanei, il senso di quel tempo verbale che è          il <em>futuro anteriore</em>, in cui il futuro è visto come passato          e dunque si impara a vedere in ciò che pare più definitivamente          sancito e univocizzato (il passato e ciò che nel presente si ritiene          già stabilito) un deposito materico che ha ancora delle possibilità          inespresse. All&#8217;interno di un orizzonte o di una prospettiva generale          che giustamente va fatta risalire a Walter Benjamin (in particolare: <em>Sul          concetto di storia</em>, Einaudi, Torino 1997), due filosofi che hanno          particolarmente sottolineato il significato del futuro anteriore nell&#8217;ottica          di una critica del presente sono Alain Badiou (in particolare, <em>Filosofia          e politica</em>, in: Aa.Vv., Politica, Cronopio, Napoli 1993, pp. 59-104,          soprattutto pp. 69 e sgg.) e Paolo Virno (in particolare: <em>Parole con          parole. Poteri e limiti del linguaggio</em>, Donzelli, Roma 1995, pp. 122-133).          Il tentativo più radicale di pensare anche il passato come una          possibilità è operato da Friedrich Nietzsche attraverso          la figura dell&#8217;eterno ritorno, in cui anche il passato è reso un          possibile oggetto di volizione. Per contro, del passato come il luogo          dell&#8217;indisponibile, come il luogo in cui le cose si fissano definitivamente          e trovano la loro identità dispiegata, ha fornito un&#8217;alta difesa          E. Severino nel sesto capitolo di <em>Destino della Necessità. Katà          tò chreòn</em> (Adelphi, Milano 1980) significativamente          intitolato &#8220;Passato, perfectum&#8221;, pp. 173-211.<br />
<!--more--></p>
<p><strong>capitolo 10.</strong></p>
<p>Interpretando i racconti di Kafka, Leinster, Bradbury            e Dick, o meglio, utilizzando questi racconti come lenti con cui tornare            a guardare al nostro mondo, abbiamo raccolto diversi tratti attribuibili            a quella sfuggente esperienza di cui siamo alla ricerca: sappiamo che            in essa gli oggetti non si lasciano ricondurre a una categorizzazione            già in precedenza a disposizione, sappiamo che tale esperienza            è improduttiva e inutile e accade nella tonalità del nostro            essere meravigliati, possiamo infine credere che nessun oggetto, neppure            il più comune, sia per sé escluso dal poter essere coinvolto            in questa esperienza (divenendone, per altro, la fonte stessa). Soprattutto            però, gli ultimi tre racconti hanno testimoniato un particolare            valore per la vita di questa esperienza. Come possiamo comprendere,            per così dire &#8220;fuor di metafora&#8221;, questa capacità            degli oggetti di trarci d&#8217;impaccio, di salvarci la pelle?<br />
Credo che il senso-per-noi di quest&#8217;esperienza degli oggetti            come tali possa essere approssimato se si rivolge l&#8217;attenzione a un&#8217;altra            esperienza, per la verità altrettanto inafferrabile di quella            intorno a cui ricerchiamo, ma per accostare la quale abbiamo la fortuna            di poterci appoggiare alla poesia di Eugenio Montale. Non è certo            un uscir di metafora, quanto piuttosto un passare da una metafora ad            un&#8217;altra, tuttavia non va escluso che questo giro contorto e <em>poco            economico</em> sia la via migliore per raggiungere il significato che            può avere per noi l&#8217;esperienza dell&#8217;inutilità o improduttività            degli oggetti nella loro singolarità.<br />
In più di una poesia, Montale lascia che nei suoi            versi prendano consistenza, fino ad essere come presenti, quelle occasioni            in cui &#8220;la vita […] dà barlumi&#8221;, &#8220;uno stupore            arresta il cuore&#8221; che &#8220;raro è squassato da trasalimenti&#8221;            e allora si comprende che &#8220;il mondo esiste…&#8221;, ossia che            c&#8217;è un mondo esistente oltre lo &#8220;schermo&#8221;: per Montale,            queste esperienze sono la visione di &#8220;un secco greto&#8221;, di            &#8220;rare canne e uno sterpeto&#8221;, de &#8220;l&#8217;orto assetato [che]            sporge i suoi ramelli oltre i chiusi ripari, all&#8217;afa stagna&#8221;, delle            &#8220;crepe nel suolo&#8221; in cui &#8220;spiar le file di rosse formiche&#8221;;            sono arsi scorci di Liguria insistendo nell&#8217;attenzione ai quali, &#8220;t&#8217;imbatti            tu forse nel fantasma che ti salva&#8221;, accedi a quegli incontri a            partire dai quali &#8220;si compongono […] le storie&#8221;<font size="-1">(<strong>14</strong>)</font>.<br />
Ciascuna di queste esperienze è l&#8217;esperienza di &#8220;una            maglia rotta nella rete che ci stringe&#8221; e da cui il poeta ci esorta            a balzare fuori, a fuggire<font size="-1">(<strong>15</strong>)</font>. È            bello leggere per intero una poesia in cui ci è donata una lieve            indicazione di una tale &#8220;maglia rotta&#8221;:</p>
<blockquote><p><font size="-1">&#8220;Ora sia il tuo passo<br />
più cauto: a un tiro di sasso<br />
di qui ti si prepara<br />
una più rara scena.<br />
La porta corrosa d&#8217;un tempietto<br />
è rinchiusa per sempre.<br />
Una grande luce diffusa<br />
sull&#8217;erbosa soglia.<br />
E qui dove peste umane<br />
non suoneranno, o fittizia doglia,<br />
vigila steso al suolo un magro cane.<br />
Mai più si muoverà<br />
In quest&#8217;ora che si indovina afosa.<br />
Sopra il tetto s&#8217;affaccia<br />
una nuvola grandiosa&#8221;(<strong>16</strong>). </font></p></blockquote>
<p>Forse non esiste il vedere, esiste l&#8217;aver <em>visto</em>,            che spesso è un aver <em>già visto</em>, persino un aver            <em>già da sempre </em>visto, ed esiste un&#8217;<em>esperienza sorgiva</em>            in cui il portone arrugginito di una vecchia chiesetta di campagna si            lascia incontrare e svela il &#8220;segreto&#8221;: che la realtà            non è &#8220;quella che si vede&#8221;. Nella ripetizione degli            atti e delle apprensioni percettive, che è come un rifrangersi            di onde sugli scogli, finalmente si apre un &#8220;varco&#8221; sulla            verità<font size="-1">(<strong>17</strong>)</font>.<br />
La riflessione montaliana su questo tema si esprime in modo            particolarmente pregnante ne &#8220;<em>I limoni</em>&#8220;. Non solo si            fa riferimento a un&#8217;esperienza come quelle appena richiamate:</p>
<blockquote><p><font size="-1">&#8220;Quando un giorno da un malchiuso portone<br />
tra gli alberi di una corte<br />
ci si mostrano i gialli dei limoni;<br />
e il gelo del cuore si sfa,<br />
e in petto ci scrosciano<br />
le loro canzoni<br />
le trombe d&#8217;oro della solarità&#8221;.</font></p></blockquote>
<p>In questa poesia si trova pure un commento quasi esplicito            al senso-per-noi di questi incontri:</p>
<blockquote><p><font size="-1">&#8220;Vedi, in questi silenzi in cui le cose<br />
s&#8217;abbandonano e sembrano vicine<br />
a tradire il loro ultimo segreto,<br />
talora ci si aspetta<br />
di scoprire uno sbaglio di Natura,<br />
il punto morto del mondo, l&#8217;anello che non tiene,<br />
il filo da disbrogliare che finalmente ci metta<br />
nel mezzo di una verità.<br />
Lo sguardo fruga d&#8217;intorno,<br />
la mente indaga accorda disunisce<br />
nel profumo che dilaga<br />
quando il giorno più languisce.<br />
Sono i silenzi in cui si vede<br />
in ogni ombra umana che si allontana<br />
qualche disturbata Divinità&#8221;(<strong>18</strong>).</font></p></blockquote>
<p>Nel silenzio dei significati generali in cui giustamente            o inevitabilmente si dispiega il nostro fare quotidiano, finalmente            si offrono le cose nella loro singolarità: allora la realtà            costruita socialmente attraverso la tessitura dei significati e la strutturazione            delle pratiche, la realtà in cui sono educati i nostri occhi            a vedere e preparati per noi quei ruoli, senza i quali per altro, occorre            pur dirlo, le nostre libertà rimarrebbero informi e tenderebbero            continuamente a collidere e a scontrarsi, e noi stessi non ci saremmo,            ebbene, quella realtà ora mostra la non originarietà della            sua attuale configurazione, mostra che c&#8217;è un&#8217;ulteriorità.            Non si tratta di un&#8217;ulteriorità in cui trasferirsi per edificarvi            un nuovo mondo (nuovi significati, pratiche e ruoli), ma di un&#8217;ulteriorità            che emerge proprio come ciò che rimette ogni volta in scacco            la presunzione del presente di essere l&#8217;unico vero. Alla sera, quando            il profumo dei limoni si fa più intenso, &#8220;la mente indaga            accorda disunisce&#8221;, si espande, inventa nuove possibilità            di elaborazione di sé e di ciò che ha innanzi: i limoni            che si sporgono oltre il muro del giardino, una chiave inglese finita            chissà come tra vecchi appunti su Cartesio, il tappo di un barattolo            per conserve messo ad asciugare sul davanzale e poi caduto, non visto,            nel vaso di maggiorana, un pezzo di plastica bianca che è forse            parte di un mobile e che ora è finito nel cassetto delle tovaglie            insieme, incredibile incontro, ad un libro su Alberto Burri troppo grande            per la libreria.<br />
Non sono incontri su cui si può edificare un mondo            nuovo o nei limiti dei quali possa crescere un&#8217;intera vita: persino            le persone, non appaiono Divinità nel momento della relazione            intersoggettiva, ma mentre si vedono allontanarsi e tornare in fretta            a casa. Montale conferma ciò che traluceva dai testi letti in            precedenza: l&#8217;esperienza di cui indaghiamo la natura, come altre che            le sono simili, è un&#8217;esperienza marginale, strutturalmente sfuggente            e indisponibile al nostro operare e produrre e tuttavia, non &#8220;nonostante            questo&#8221;, ma proprio in virtù di questo, della sua delicata            natura, è salvifica. Insinuandosi all&#8217;improvviso tra le pieghe            delle ripetizioni che strutturano il quotidiano produce quelle sconnessure            che ci ricordano la molteplicità del mondo contro ogni nostro            tentativo di <em>fissare</em> i rapporti tra le cose.<br />
L&#8217;esperienza degli oggetti nella loro singolarità,            che non è l&#8217;esperienza teorica della nozione astratta di &#8220;oggetti            concreti&#8221;, ma sempre l&#8217;esperienza di questo e di quello, di questa            doga unita al telaio del letto da un po&#8217; di scotch e di quel bullone            lucidato di fresco, ebbene, quest&#8217;esperienza boicotta, con azioni minimali,            leggere, quelle che, con Wittgenstein, potremmo chiamare le ottuse superstizioni            della nostra epoca<font size="-1">(<strong>19</strong>)</font>: quegli assunti            sintetici sulla realtà che smettono di riconoscersi storicamente            condizionati e cominciano a vincolare la vita senza lasciargli più            respiro. Tale è il caso, ad esempio, dell&#8217;idea che solo ciò            che è utile meriti di sopravvivere e di essere conservato.<br />
Talvolta ci si riferisce a ciò che è utile            nel senso che può ancora svolgere una funzione ben precisa, come            un paio di forbici da cucito che tagliano ancora o magari hanno solo            bisogno di essere un poco affilate, talvolta ci si riferisce a ciò            che è utile in un senso più ampio, per cui si ricomprendono            quegli oggetti-ricordo capaci di testimoniare a noi e forse anche ad            altri un evento magari minuto della nostra personale esistenza, ad esempio            un vecchio esposimetro rotto di mio padre che, da bambino, fingevo fosse            la mia macchina fotografica. Non potremmo vivere se non avessimo nessuno            degli oggetti utili nel primo senso e la nostra vita sarebbe davvero            povera (o forse ascetica, ma solo se consapevolmente sviluppata) se            avessimo abbandonato tutti gli oggetti utili nel secondo senso, tuttavia,            circondarsi solo di questi due tipi d&#8217;oggetti, tentare di limitare la            propria esperienza alle due forme di rapporto in cui gli oggetti si            presentano come strumenti o come ricordi è chiudersi in una gabbia.            O meglio, è provare a farlo, non potendoci mai riuscire pienamente:            vi sono sempre oggetti che spuntano al momento sbagliato e rompono l&#8217;incanto            donandocene un altro, più profondo, ma anche più sconvolgente.            Questi oggetti ci fanno toccare un&#8217;altra linea del tempo oltre quella            lineare e limitata in cui un mezzo è coordinato ad un fine in            un&#8217;attività funzionale e in cui, ahimè, anche la nostra            vita, con la sua storia e i suoi ricordi, si consuma: un oggetto oramai            inutile che ci si para di fronte ci ricorda che i fini su cui misuriamo            l&#8217;utile e l&#8217;inutile passano più in fretta della materia peritura            di cui lui è fatto, ci rammenta che quando si sarà persa            memoria dei nostri ricordi, lui potrebbe esserci ancora.<br />
Questa testimonianza ha un lato drammatico che Kafka sa            ben cogliere alla fine del suo breve racconto su Odradek, quando finalmente            si comprende che è il padre di famiglia a raccontare e si comprende            che è Odradek stesso, il simpatico Odradek, l&#8217;origine del suo            cruccio:</p>
<blockquote><p> <font size="-1">  &#8220;Invano mi domando che cosa ne              sarà di lui. Può morire? Tutto ciò che muore              ha avuto una specie di scopo, una specie di attività e in conseguenza              di ciò si è logorato; ma non è questo il caso              di Odradek. Rotolerà forse un giorno per le scale, trascinandosi              dietro quei fili, tra i piedi dei miei figli e dei figli dei miei              figli? Certo non fa male a nessuno, tuttavia il pensiero ch&#8217;egli possa              anche sopravvivermi mi è quasi doloroso&#8221;(<strong>20</strong>).</font></p></blockquote>
<p>Su questo lato oscuro dell&#8217;esperienza degli oggetti nella loro singolarità            tornerò solo in futuro, in quella seconda parte di questo scritto            che ho già promesso; tuttavia, tale lato oscuro non è            l&#8217;unico e gli oggetti non ci salvano semplicemente ricordandoci la vanità            della nostra presunzione. Il cruccio del <em>pater familias</em> è,            almeno al di fuori del racconto, ma si potrebbe ben dire pure all&#8217;interno,            visti i connotati soliti delle figure paterne nei testi kafkiani, anche            il cruccio di quella forma di pensiero e di ragione che non vuole avere            niente a che fare con un&#8217;esperienza in cui è essenzialmente in            posizione subordinata, quella postura razionale che non intende accettare            di lasciare l&#8217;iniziativa agli oggetti. Ora, è questa l&#8217;unica            forma di pensiero cui siamo destinati, quella che porta con sé            il cruccio per gli oggetti che sfuggono ai significati? Oppure, ne è            possibile un&#8217;altra capace non di capitalizzare gli eventuali incontri            con gli oggetti, ma di farsi fecondare dalla meraviglia che questi incontri            instaurano? Capace ad esempio di raccogliere l&#8217;esperienza delle altre            temporalità toccate per scoprire poi che anche noi e ciò            che facciamo o lasciamo nel mondo siamo coinvolti in esse: vi sono lati            della nostra vita che abitano nel tempo dell&#8217;improduttività,            altri nel tempo pigro che aggira gli impegni e i negozi e però            arriva a distanze insperate, altri che vivono nel tempo delle cose che            durano anche se non ci si fa attenzione &#8211; altri che invece abbisognano            di quotidiana <em>attenzione</em> e <em>riassunzione di responsabilità</em>            e anche questa temporalità, come vedremo nella seconda parte,            è, in qualche modo coinvolta con l&#8217;esperienza degli oggetti.<br />
Mostrandoci con la loro semplice presenza la caducità dei nostri            progetti di utilità/inutilità, gli oggetti non ci abbandonano            necessariamente all&#8217;angoscia, piuttosto ci liberano dall&#8217;idea che altro            non siamo che quell&#8217;identità tutta distesa e chiusa in questi            progetti, ansie, delusioni e inutili preoccupazioni.</p>
<p>note:<br />
14.E. Montale, <em>Tutte le poesie</em>, Mondatori, Milano 1984. Le precedenti          citazioni sono tratte, in ordine, da: &#8220;Pareva facile gioco&#8221;,          p. 111 (da: Le occasioni), &#8220;Vento e bandiere&#8221;, p. 25 (da: Ossi          di seppia), &#8220;Mia vita, a te non chiedo lineamenti&#8221;, p. 33 (da:          Ossi di seppia), &#8220;Vento e bandiere&#8221;, p. 25, &#8220;Forse un mattino          andando in un&#8217;aria di vetro&#8221;, p. 42 (da: Ossi di seppia), &#8220;Gloria          del disteso mezzogiorno&#8221;, p. 39 (da: Ossi di seppia), &#8220;La farandola          dei fanciulli sul greto&#8221;, p. 45 (da: Ossi di seppia), &#8220;Il canneto          rispunta i suoi cimeli&#8221;, p. 41 (da: Ossi di seppia), &#8220;Meriggiare          pallido e assorto&#8221;, p. 30 (da: Ossi di seppia), ancora &#8220;Meriggiare          pallido e assorto&#8221;, &#8220;Godi se il vento ch&#8217;entra nel pomario&#8221;,          p. 7 (da: Ossi di seppia), ancora &#8220;Godi se il vento ch&#8217;entra nel          pomario&#8221;.<br />
15. <em>Ibidem</em>, p. 7, da &#8220;Godi se il vento ch&#8217;entra nel pomario&#8221;.<br />
16. <em>Ibidem</em>, p. 22.<br />
17. <em>Ibidem</em>. Le citazioni presenti nel capoverso sono tratte, in          ordine, da: &#8220;Forse un mattino andando in un&#8217;aria di vetro&#8221;,          p. 42 (da: Ossi di seppia), &#8220;Ho sceso, dandoti il braccio, almeno          un milione di scale&#8221;, p. 309 (da: Satura), &#8220;La casa dei doganieri&#8221;,          p. 185 (Le occasioni).<br />
18. <em>Ibidem</em>, p. 11-12, la prima citazione è dei versi 43-49,          la successiva dei versi 22-36.<br />
19. Cfr. L. Wittgenstein, <em>Note sul &#8220;Ramo d&#8217;oro&#8221;</em> di Frazer          (1931), Adelphi, Milano 1975, p. 25.<br />
20. F. Kafka, Il cruccio del padre di famiglia, in: Idem, Tutti i romanzi          e i racconti, Newton Compton, Roma 1991, p. 582, traduzione modificata.</p>
<p><!--more--></p>
<p><strong>capitolo 11. </strong></p>
<p>Abbiamo fino ad ora ricercato intorno a un&#8217;esperienza            possibile, ma per lo più tralasciata; intorno a un&#8217;esperienza            inevitabilmente marginale nei traffici della vita, ma che troppo spesso            è addirittura inavvertita e dunque privata della possibilità            di portare in dono la sua altra verità. Si tratta, lo abbiamo            visto, di una verità troppo minuta e fragile per poter costituire            la base di un intero piano di vita o di un nuovo modello di condivisione            interumana, eppure non è solo un nulla: essa è un qualcosa,            ci diciamo ora, ha un rapporto con noi, ci riguarda! Tuttavia non sappiamo            ben capire cosa significhino queste nostre espressioni: non abbiamo            idea di cosa comporti sul piano generale della nostra vita essere coinvolti            in essa; non sappiamo insomma dove collocare quest&#8217;esperienza, dove            trovargli uno spazio nel nostro vivere.<br />
Forse però, questa domanda intorno al giusto posto            nella nostra vita per l&#8217;esperienza degli oggetti nella loro singolarità            è mal formulata. Abbiamo visto che si tratta di un&#8217;esperienza            sorgiva, a partire dalla quale noi stessi siamo restituiti alla nostra            autoelaborazione in modo nuovo, all&#8217;interno della quale, nel momento            in cui incontriamo gli oggetti al di là della loro riduzione            a significati generali e dunque nell&#8217;irripetibile loro differenza singolare,            scopriamo pure altri lati e altre dimensioni di noi stessi, tempi e            spazi che attraversiamo e in cui abitiamo senza saperlo e senza farci            caso. Non esiste un&#8217;identità che precede l&#8217;esperienza e a cui            questa è rivolta, l&#8217;identità, invece, sorge, o almeno            è significativamente modificata, dall&#8217;esperienza stessa. Ebbene,            se tale esperienza ha siffatta natura, se in qualche modo ci rigenera,            come possiamo credere di disporne al punto da poter decidere dove disporla?            Se noi stessi siamo rinnovati da essa, allora non l&#8217;abbiamo davanti            come qualcosa di noto che ha già un suo posto nei nostri schemi            di organizzazione del dato, né come qualcosa cui tocca a noi            attribuire un significato: non siamo i padroni di quest&#8217;esperienza,            ma, in qualche modo, rinasciamo in essa. Naturalmente l&#8217;incontro con            degli oggetti non può avere il carattere di evento rifondatore            che può avere l&#8217;incontro con un&#8217;altra persona, né quello,            ancora evenemenziale, ma più illanguidito, che può accompagnarsi            all&#8217;incontro con un concentrato di senso quale ad esempio un&#8217;opera d&#8217;arte,            tuttavia, esso ha pur sempre la capacità di desituarci dalle            nostre più sfibrate consuetudini. Ma allora, se noi stessi siamo            desituati, davvero non possiamo chiedere dove situare quest&#8217;esperienza,            quasi che fossimo ben centrati e saldi.<br />
È vero però, che in quella domanda sbilenca            (&#8221;quale posto ha nella mia vita l&#8217;esperienza di oggetti qui illuminata?&#8221;)            viveva un&#8217;istanza da non disconoscere: se l&#8217;esperienza d&#8217;oggetti non            è tale che in essa noi semplicemente incameriamo un nuovo dato            senza che nessuna delle certezze su di noi e il mondo sia minimamente            scossa e però, non è neppure un evento, come l&#8217;instaurarsi            di una relazione amorosa, che dà origine a un nuovo sistema di            certezze e orientamenti con cui riprendere, secondo una direzione diversa,            il cammino nel mondo, allora, che rapporto ha con l&#8217;orizzonte generale            della nostra vita?<br />
È un esperienza che ci scuote e però poi svapora            lasciandoci in una situazione di sospensione: dimenticarla subito è            un modo per tornare a se stessi. È il modo più povero,            certamente: è quello che sembra perdere completamente il dono            portato dagli oggetti, tuttavia è pur sempre una soluzione (spontanea)            ad un problema che qui rischiavamo di disconoscere. Sarebbe una ricerca            troppo parziale questa se, dopo tanto girare intorno all&#8217;incontro con            gli oggetti, tralasciasse di considerare la questione della giusta risposta            che noi dobbiamo dare agli oggetti che ci si sono rivelati nella loro            singolarità.<br />
Mentre gli strumenti si consumano e rompono rapidamente,            mentre i significati perdono il loro senso, mentre i ricordi perdono            chi li tiene vivi nella memoria, gli oggetti incontrati nella loro verità            godono di una permanenza impensata; nell&#8217;evanescenza della loro relazione            con quella sfera, il mondo storico e umano, che pretende di essere l&#8217;unica            dimensione in cui qualcosa può sopravvivere e conservarsi, gli            oggetti sembrano bruciare più lenti &#8220;di un duro ceppo nel            focolare&#8221;<font size="-1">(<strong>21</strong>)</font>. Ebbene, questa loro            &#8220;verità&#8221; e permanenza ci riguarda solo illuminandoci            o desituandoci? Ha a che fare con noi solo in quanto soggetti passivi            che subiscono la liberante azione di autosvelamento da parte degli oggetti,            oppure, in quest&#8217;esperienza noi siamo <em>messi in gioco</em> nel senso            che anche a noi tocca la possibilità di fare una mossa? Siamo            destinati a dimenticare distrattamente l&#8217;esperienza, oppure ha senso            chiederci <em>quale sia il giusto o i giusti modi di corrispondere agli            oggetti incontrati nella loro singolarità?</em><br />
Nella ricerca intorno all&#8217;esperienza in cui sono incontrati            oggetti, fino ad ora abbiamo considerato il soggetto che li incontra            come paziente e non a caso, perché quest&#8217;esperienza è            <em>dapprima e innanzi tutto</em> qualcosa in cui il soggetto si trova            coinvolto ed esposto, ora però, dobbiamo completare il percorso            considerandolo anche come principio di attività; in particolare            dobbiamo comprendere se l&#8217;unica alternativa all&#8217;attività incosciente            del dimenticare è quell&#8217;attività rarefatta e puntuale            che è il contemplare, o magari, addirittura, l&#8217;interdetto vedere.</p>
<p>note:<br />
21. E. Montale, <em>Piccolo testamento</em> (da: La bufera e altro), in:          <em>Tutte le poesie</em>, Mondatori, Milano 1984, p. 275.</p>
<p><!--more--></p>
<p><strong>capitolo 12.</strong></p>
<p>Per svolgere questo compito, è opportuno tornare            ad esaminare la tipologia delle situazioni in cui ci accade di incontrare            oggetti e non solo i correlati materiali di significati generali (funzioni,            simboli, segnali): tornare a quelle situazioni è tornare ai momenti-luoghi            in cui il soggetto dell&#8217;esperienza può e deve <em>cor-rispondere</em>            agli oggetti.<br />
Può aiutarci in questa indagine Martin Heidegger            che nei paragrafi 15 e 16 di <em>Essere e tempo</em> si interroga su quella            che potremmo inizialmente chiamare &#8220;l&#8217;esperienza ordinaria delle            cose&#8221;<font size="-1">(<strong>22</strong>)</font>. Heidegger innanzi tutto            sottolinea che questa prima caratterizzazione è alquanto inadeguata            giacché lascia intendere che nell&#8217;orizzonte quotidiano noi innanzi            tutto incontriamo (ossia, vediamo e riconosciamo intellettualmente)            &#8220;cose&#8221; e solo successivamente ce ne serviamo per i nostri            fini pratici, tuttavia, questa rappresentazione del nostro rapporto            con le &#8220;cose&#8221; è viziata da una visione intellettualistica            dell&#8217;uomo: l&#8217;uomo sarebbe infatti dapprima un osservatore disinteressato            cui stanno innanzi mere &#8220;cose&#8221;, che poi assume degli interessi            e dei fini e quindi si serve delle &#8220;cose&#8221; come se fossero            strumenti. Per Heidegger invece, se si vuole far luce sul nostro originario            rapporto con le &#8220;cose&#8221;, occorre riconoscere che fin dal principio            noi siamo coinvolti in un commercio pratico col mondo e con ciò            che in esso si incontra: &#8220;Il modo più immediato del commercio            intramondano non è il conoscere semplicemente percettivo, ma            il prendersi cura [inteso come un occuparsi di faccende] maneggiante            ed usante, fornito di una propria &#8220;conoscenza&#8221;". Per            questo, ciò che viene maneggiato, manipolato ed usato non è            in principio una semplice &#8220;cosa&#8221; cui ora è attribuita            esternamente una funzione, bensì è fin dall&#8217;inizio un            mezzo-per: &#8220;Nel commercio intramondano si incontrano mezzi per            scrivere, per cucire, di trasporto, per misurare&#8221;. È in            questo maneggiare che le &#8220;cose&#8221; si manifestano dapprima e            per lo più ed è solo a causa di tendenze interpretative            di tipo intellettualistico che noi, quando elaboriamo la nostra esperienza,            occultiamo l&#8217;originario impegno pratico e concepiamo i mezzi-per come            delle &#8220;cose&#8221; che solo in seconda battuta sono da noi utilizzate            come mezzi. Invece, per Heidegger, è piuttosto questa postura            intellettualistica che nei mezzi vede solo &#8220;cose&#8221;, che va            compresa a partire dalla postura pratica: la postura intellettualistica            è una forma difettiva di impegno pratico, accade quando nell&#8217;aver-a-che-fare            &#8220;ci si limita a contemplare&#8221;.<br />
Nel maneggiare ed &#8220;occuparsi pratico&#8221; in cui già ci            troviamo essendo l&#8217;atteggiamento originario, il mezzo si manifesta in            quello che più propriamente è: il martello è pienamente            se stesso non quando lo si contempla, ma quando lo si usa per martellare.            Ossia: la &#8220;cosa&#8221; che noi chiamiamo &#8220;martello&#8221; è            prima di tutto solo il mezzo per martellare. Scrive Heidegger, un po&#8217;            criticamente: &#8220;l&#8217;utilizzabile [ossia, il mezzo-per, ad esempio,            il martello in quanto mezzo del martellare] non è conosciuto            teoreticamente [ossia, come "cosa" a cui è ciascuno            di noi ad attribuire una certa funzione] […]. La peculiarità            di ciò che è innanzi tutto utilizzabile sta nel ritrarsi            in certo modo nella propria utilizzabilità, per essere così            autenticamente utilizzabile [ossia, il mezzo, non solo non è            una cosa cui si aggiunge una funzione, ma non è neppure concepito-tematizzato            come il mezzo di una attività, piuttosto è intravisto            nello stesso dedicarsi a quella attività]. Ciò con cui            il commercio quotidiano ha innanzi tutto a che fare non sono i mezzi            per attuare l&#8217;opera, ma l&#8217;opera stessa&#8221;.<br />
Come è evidente, in questo attivo commercio pratico            con mezzi-per, non è possibile che si dia quell&#8217;esperienza di            oggetti su cui ci stiamo soffermandi: tale esperienza è infatti            strutturalmente un&#8217;esperienza non di mezzi incontrati alla luce di un            interesse o di un fine pratico (quello che Heidegger chiama l&#8217;<em>a-che</em>            a partire dal quale il mezzo si illumina), bensì proprio di &#8220;cose&#8221;,            sebbene non sia un&#8217;esperienza generica di &#8220;mere cose&#8221;, ma            un esperienza singolare di oggetti determinati che si parano innanzi            nella positività e differenza loro.<br />
Per Heidegger al capo opposto del prendersi cura maneggiante            ed usante c&#8217;è l&#8217;atteggiamento intellettualistico connesso ai            contesti filosofico-scientifici, in cui i mezzi-per sono visti o come            quantità di materia misurabili o come mere cose (&#8221;enti&#8221;)            presenti di fronte al soggetto, questo secondo atteggiamento non è            affatto quello di cui siamo in cerca, esso infatti dissolve la singolarità            degli oggetti in altri significati e categorie. In particolare nel paragrafo            16, però, il filosofo tedesco esamina anche quelle situazioni            che, pur collocandosi nella dimensione generale del maneggiare, in qualche            modo incontrano &#8220;cose&#8221; e non usano semplicemente mezzi. Forse            che questa esplorazione è ciò che cerchiamo?<br />
Heidegger osserva:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;L&#8217;ente immediatamente utilizzabile              [il mezzo-per] nel corso del prendersi cura [nel corso del generale              essere praticamente occupati nel mondo] può risultare inidoneo,              non adatto a un determinato impiego. Uno strumento è guasto,              un materiale inadatto […]. In questa scoperta della inidoneità,              il mezzo ci sorprende […]. Dal che deriva: il non-adoperabile              […] si manifesta come cosa-mezzo, che ha questo o quell&#8217;aspetto              […]. La semplice-presenza [l'essere una mera cosa davanti al              soggetto] si annuncia nel mezzo, per ritrarsi però di nuovo              nell&#8217;utilizzabilità […] tosto che se ne intraprende il              riadattamento [ossia, la cosa guasta torna ad essere mezzo-per]. […]              il mezzo che è così presente [ossia, che è presente              come mezzo inidoneo] non è ancora una cosa qualsiasi [non è              ancora l'oggetto dell'atteggiamento scientifico-filosofico]&#8220;.</font></p></blockquote>
<p>Quando un mezzo non è idoneo a ciò per cui            ce ne volevamo servire, allora si mostra a noi nei suoi aspetti, ci            sorprende e ci porta a guardarlo e non solo ad utilizzarlo. Lo stesso,            secondo Heidegger, accade quando, avendo bisogno di un certo mezzo che            però manca, ad esempio il martello, incontriamo quelli di cui            disponiamo, ad esempio cacciaviti o pinze o cucchiaini da caffè,            come importuni. Nell&#8217;esperienza dell&#8217;importunità di un mezzo,            noi e il nostro programma d&#8217;attività restiamo interdetti e ancora            una volta possiamo tematicamente cogliere quel mezzo come cosa singolare:            &#8220;Il restare interdetto, quale modo difettivo del prendersi cura            [ossia, come postura che sorge in una sospensione del maneggiare, ma            anche come forma negativa di esso, come un non maneggaiare, quando si            dovrebbe o vorrebbe], scopre l&#8217;essere-solo-più-semplicemente-presente            dell&#8217;utilizzabile&#8221;. Infine Heidegger considera una terza situazione            in cui l&#8217;usare è interrotto e quindi si può incontrare            l&#8217;oggetto: quando si ha qualche altra cosa da fare, ma ci si trova tra            i piedi qualcosa che rivela di essere fuori posto, di non essere stato            sbrigato. Qui, si incontrano oggetti nel modo dell&#8217;impertinenza loro:            sono oggetti molesti che reclamano il disbrigo, ma che allo stesso tempo,            proprio in quanto non sbrigati, si mostrano non solo come mezzi-per,            ma anche nella loro singolarità.</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;I modi della sorpresa, dell&#8217;importunità              e dell&#8217;impertinenza hanno la funzione di far emergere nell&#8217;utilizzabile              il carattere della semplice presenza. Ma con ciò l&#8217;utilizzabile              non è ancora considerato e visto esclusivamente come semplice-presenza              [ossia nella maniera più tematica, ma più astraente              che è propria della scienza e prima ancora della filosofia              e della metafisica]&#8220;.</font></p></blockquote>
<p>Sfortunatamente, in queste tre situazioni esperienziali            così dettagliatamente descritte da Heidegger noi non possiamo            trovare quella in cui accade l&#8217;incontro con gli oggetti, infatti queste            sono ancora troppo legate al commercio maneggiante ed utilizzante: certo            gli oggetti nella loro singolarità si lasciano intravedere, ma            il soggetto ha sempre innanzitutto in vista il lavoro che ha da fare;            è sorpreso dall&#8217;oggetto che non è adatto al lavoro, è            interdetto per l&#8217;oggetto importuno rispetto al lavoro, è molestato            dall&#8217;oggetto che, reclamando il disbrigo, ostacola il lavoro. Sembra            che per Heidegger, un oggetto che non sia semplicemente impiegato come            mezzo, che non sia un mezzo di cui è momentaneamente sospesa            l&#8217;utilizzabilità, che non sia un&#8217;opera d&#8217;arte, che non sia solo            un esemplare della generale categoria degli oggetti o delle cose, ebbene,            sembra che per Heidegger e in misura più radicale per Sartre            (come vedremo nella seconda parte di questo scritto) un tale oggetto            possa essere incontrato solo in un&#8217;esperienza straniante. Così            un&#8217;esperienza di oggetti comuni incontrati nella loro singolarità,            che sia anzi liberante e potenzialmente salvifica, resta esclusa. note:<br />
22. M. Heidegger, <em>Essere e tempo</em>, Longanesi, Milano 1976. Le citazioni          seguenti sono rispettivamente tratte dalle pagine: 92, 94, 96, 99-100,          100 e 101.</p>
<p><!--more--></p>
<p><strong>capitolo 13.</strong></p>
<p>Diversa è in proposito la posizione            di Walter Benjamin. L&#8217;esperienza straniante di oggetti come tali, secondo            Benjamin, accade per lo più in rapporto ai più recenti            prodotti della tecnica: in tale esperienza, non si coglie che l&#8217;esser            nuovo dell&#8217;oggetto e dunque il suo non aver rapporto con l&#8217;humus simbolico-immaginifico            in cui ciascuno di noi cresce e in cui trova i materiali con cui edificare            la sua identità. Questa estraniazione è prima di tutto            una semplificazione-riduzione di quell&#8217;humus: noi avvertiamo nell&#8217;oggetto            nuovo solo l&#8217;essere nuovo e il non aver nulla in comune con le nostre            risorse simboliche, in quanto circoscriviamo le nostre risorse a quelle            che attualmente crediamo di avere, in quanto oggettiviamo le risorse            che sono strutturalmente una potenzialità, in quelle attualmente            presenti e riconoscibili. Contro questa oggettivazione-riduzione delle            potenzialità creative degli uomini lotta consapevolmente la critica            storico-dialettica, ma, per Benjamin, tale critica ha un alleato spontaneo            nell&#8217;infanzia: per questo la stessa critica dialettica deve raccogliere            dall&#8217;infanzia l&#8217;esempio del suo metodo. Ecco un passo in cui Benjamin            spiega il ruolo assolto dall&#8217;infanzia in rapporto alle nuove produzioni            tecniche:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Compito dell&#8217;infanzia: inserire              il nuovo mondo nello spazio simbolico. Al bambino è infatti              possibile qualcosa di cui l&#8217;adulto è del tutto incapace: riconoscere              il nuovo. Per noi le locomotive possiedono già un carattere              simbolico, poiché appartennero alla nostra infanzia. La stessa              cosa accade ai nostri bambini con le automobili, di cui noi stessi              non cogliamo invece che l&#8217;aspetto nuovo, elegante, moderno e sfrontato.              […] A ogni formazione naturale veramente nuova, e tale è              in fondo anche la tecnica, corrispondono nuove immagini. Ogni infanzia              scopre queste nuove immagini, per incorporarle nel patrimonio immaginario              dell&#8217;umanità&#8221;(<strong>23</strong>).</font></p></blockquote>
<p>I bambini incrementano le risorse immaginifiche dell&#8217;umanità            e così anche ostacolano l&#8217;oggettivazione-cristallizzazione di            queste stesse risorse continuamente tentata dal mondo intellettuale            quando pretende di distinguere ciò in cui l&#8217;uomo può fiorire            o che è &#8220;naturale&#8221; e ciò che è solo artificiale,            forse utile, ma anche destinato ad essere estraniante. L&#8217;attività            immaginaria dei bambini invece pone le condizioni di possibilità            perché un ambiente che potrebbe apparire esteriormente solo un            che di nuovo, divenga un potenziale ricettacolo di poesia e di figure            familiari: non si tratta affatto dell&#8217;elevazione spirituale dello status            quo, dell&#8217;inganno attraverso cui si fa passare una situazione di oggettivo            dominio per un mondo fatato, si tratta invece eventualmente dello svelamento            di risorse &#8220;fatate&#8221; che nessun dominio riesce a cancellare            del tutto e che possono essere attivate contro la sua violenta pretesa            di totalizzare l&#8217;orizzonte delle possibilità a disposizione.<br />
Benjamin approfondisce dunque ulteriormente il potere salvifico            di quelle esperienze, come gli incontri con oggetti singoli, in cui            in ciò che è esperito viene colto più di quanto            la sfera ordinariamente dominante vorrebbe che si cogliesse o, più            semplicemente, è essa stessa capace di cogliere. È vero            però, che il passo precedentemente citato ci offre indicazioni            ulteriori anche in rapporto al nostro attuale problema: ci dice infatti            che in quell&#8217;esperienza in cui gli oggetti non ci appaiono solo un che            di genericamente nuovo e magari solo utile oppure qualcosa di elegante            o moderno da mostrare o con cui compiacere identità fittizie            oppure infine qualcosa di sfrontato e straniante, nell&#8217;esperienza insomma            in cui l&#8217;oggetto è se stesso e proprio per questo è qualcosa            di più da ciò che si è sempre ritenuto, ebbene,            in quest&#8217;esperienza ha un qualche ruolo l&#8217;infanzia, l&#8217;esser bambini.<br />
Già leggendo Kafka avevamo constatato come i colloqui            con Odradek richiedano che ci si rivolga a lui come a un bambino: ma            parlare a un oggetto come a un bambino è esso stesso un atteggiamento            infantile, tipico dei bambini. Perché l&#8217;incontro con Odradek            si prolunghi e si approfondisca in un breve colloquio, occorre in qualche            modo tornare bambini &#8211; questo sembra dirci Kafka e questo potrebbe trovare            ora conferma nell&#8217;osservazione di uno dei più appassionati lettori            di Kafka, Benjamin. Forse che allora, la giusta risposta che va offerta            agli oggetti quando questi si fanno incontrare nella loro singolarità            è una risposta che ci è possibile proprio in quanto nel            meravigliarci davanti agli oggetti siamo come tornati bambini? In effetti,            sappiamo che gli oggetti saltandoci di fronte sospendono i nostri lavori            e ci accordano all&#8217;inutile proprio in quanto ci meravigliano e la meraviglia            è essenzialmente legata all&#8217;infanzia: esiste dunque un legame            tra l&#8217;esperienza quale l&#8217;abbiamo determinata fino ad ora e l&#8217;esser bambini,            si tratta ora di provare ad accostare, a partire da questo legame, la            domanda intorno al giusto modo di corrispondere agli oggetti incontrati.<br />
Scrive ancora Benjamin:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Certo, il nuovo generato dalla              tecnica appare da principio solo come tale. Ma già nel primo              ricordo infantile muta i suoi tratti. Ogni infanzia compie qualcosa              di grande, di insostituibile per l&#8217;umanità. Ogni infanzia,              nel suo interesse per i fenomeni tecnici, nella sua curiosità              per ogni sorta di invenzioni e macchinari, lega le conquiste della              tecnica agli antichi universi simbolici. […] questo genere di              legame […] non si forma nell&#8217;aurea della novità, ma in              quella dell&#8217;abitudine&#8221;(<strong>24</strong>).</font></p></blockquote>
<p>In queste righe Benjamin ci dona ancora due ultimi indizi            su cui meditare la &#8220;curiosità&#8221; infantile &#8220;per            ogni sorta di invenzioni e macchinari&#8221; e una qualche &#8220;abitudine&#8221;            come la dimensione in cui l&#8217;incontro con gli oggetti accade e forse            si prolunga: l&#8217;abitudine è innanzitutto la familiarità            dei bambini con ciò che è anche più nuovo, il loro            essere capaci di ri-conoscerlo fin dall&#8217;inizio, tuttavia è anche            un agire, non un puro contemplare incuriositi o meravigliati, infine            è un agire ripetuto, che si prolunga, irriducibile ad un singolo            atto di risposta; addirittura, l&#8217;abitudine è un agire che non            solo si prolunga, ma che non ha mai avuto un inizio puntuale, quando            si riflette su un nostro atto d&#8217;abitudine, l&#8217;abitudine di cui fa parte            appare sempre come già presente in noi da prima.<br />
Il nostro compito è ora quello di trovare la fonte            di senso che congiungendo i due indizi ci conduca all&#8217;ultima risposta            cercata. note:<br />
23. W. Benjamin, Opere complete IX. I &#8220;passages&#8221; di Parigi,          Einaudi, Torino 2000, p. 435.<br />
24. W. Benjamin, Opere complete IX. I &#8220;passages&#8221; di Parigi,          Einaudi, Torino 2000, p. 516.</p>
<p><!--more--></p>
<p><strong>capitolo 14. </strong></p>
<p>La nostra è una ricerca davvero            strana: cerchiamo gli oggetti che noi stessi ammettiamo essere quelli            che ci stanno sempre davanti e per trovarli recuperiamo e leggiamo testi            astrusi o comunque non facili da reperire… cos&#8217;è questo            girare circonvoluto, una posa?<br />
Non credo. Il fatto è che noi non cerchiamo affatto            gli oggetti, abbiamo infatti già osservato più volte che            sono gli oggetti a cercarci, anzi a trovarci. Noi cerchiamo di comprendere            la natura e la possibilità dell&#8217;esperienza di tali oggetti nel            loro essere quelli, nella loro singolarità. Accade però            che quest&#8217;esperienza non sia affatto quotidiana e soprattutto che non            si disponga di un&#8217;elaborazione teorica di essa che sia adeguata: accade            insomma che quest&#8217;esperienza venga occultata nella sua natura più            propria e che sia incompreso il suo potenziale valore per noi. È            per questo che per raggiungerla abbiamo dovuto appoggiarci ad autori            e testi diversi ed è per questo che ancora dovremo farlo per            completare il nostro lavoro.<br />
Leggendo due brevi frammenti dell&#8217;opera incompiuta di Benjamin            sui &#8220;passages&#8221; di Parigi, abbiamo raccolto queste tre indicazioni            intorno alla giusta risposta che il soggetto deve offrire agli oggetti            incontrati: essa ha a che fare con l&#8217;infanzia, l&#8217;infanzia ha a che fare            con la curiosità e la meraviglia, ma anche con l&#8217;agire, anzi,            con un agire ripetuto e infine, l&#8217;infanzia e dunque il suo agire nella            meraviglia è in un rapporto con le invenzioni e i macchinari.            Ritroviamo queste tematiche e queste figure in una suggestiva conversazione            tra Pablo Picasso e alcuni amici, trascritta da uno di questi.</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Picasso ci lascia un momento e              ritorna con un oggetto in ferro, una statuetta rappresentante una              donna, di non so quale civiltà, di un&#8217;arte arcaica, oppure              negra, o di una concezione molto moderna: una testa piatta sorretta              da un lungo collo, le braccia arrotondate a cerchio, in mezzo al cerchio              un cerchio più piccolo forato da buchi che possono rappresentare              i seni e al di sotto due gambe che reggono il tutto.<br />
- Che nome le dareste? Io la chiamerei La Venere della              Compagnia del Gas.<br />
- E perché mai?<br />
- Perché l&#8217;oggetto che vi presento non è              una statuetta. È semplicemente un pezzo del mio fornello a              gas. Troverete senz&#8217;altro un pezzo simile nella vostra cucina.<br />
- Lo ammetto, mi sono ingannato.<br />
- Perché ingannato? Quest&#8217;oggetto può ben              essere il segno di una donna e le linee, i volumi, sono armoniosi.              Bastava scoprirlo.<br />
- Fate spesso scoperte del genere?<br />
- Qualche volta. Ricordate la Testa di toro che ho esposto              recentemente? Ecco com&#8217;è stata concepita. Avevo notato in un              angolo un manubrio e una sella di bicicletta disposti in modo tale              che assomigliavano a una testa di toro. Ho messo insieme questi due              oggetti in un certo modo.<br />
- Ci avrete senz&#8217;altro messo del vostro.<br />
- Insomma, ho fatto di quel manubrio e di quella sella              una testa di toro che tutti hanno riconosciuto tale. La metamorfosi              si era compiuta e mi auguro che un&#8217;altra metamorfosi si compia in              senso contrario. Supponete che la mia testa di toro sia gettata tra              i rottami. Un giorno forse un ragazzino, vedendola, si dirà:              &#8220;Ecco qualcosa che mi potrebbe servire molto bene come manubrio              per la mia bicicletta…&#8221;. Così una doppia metamorfosi              sarà compiuta&#8221;(<strong>25</strong>).</font></p></blockquote>
<p>Quello appena letto è un significativo esempio di            testo di cui è tanto più complesso districare i molteplici            significati perché, all&#8217;apparenza, sembra semplice: in questo            contesto ci accontenteremo di commentare le parole di Picasso considerandole,            rigorosamente, in rapporto ai nostri interessi e al nostro punto di            vista.<br />
<em> Innanzitutto </em>vediamo baluginare un&#8217;esperienza che            ci ricorda quella intorno a cui abbiamo ricercato nel riferimento ad            oggetti comuni e poveri come il pezzo della cucina a gas, il manubrio            e il sellino della bicicletta. Che questi oggetti siano incontrati anche            nel loro esser sé, lo testimonia <em>poi</em> l&#8217;alto momento in            cui Picasso immagina che la sua celebre scultura possa finire tra i            rottami: qui infatti l&#8217;artista mostra di riconoscere che se c&#8217;è            un tempo, ben distinto dall&#8217;eternità, del manubrio e del sellino,            c&#8217;è un tempo, altrettanto distinto dall&#8217;eternità, anche            per l&#8217;opera d&#8217;arte; e ciò che protegge la differenza tra questi            due tempi e il sogno dell&#8217;eterno è proprio il tempo degli oggetti            come tali, del manubrio-corna e del sellino-muso, oggetti entrambi che            travalicano i significati di cui noi li investiamo, sia i significati            della sfera dell&#8217;utile, sia quelli della sfera dell&#8217;artistico. Gli oggetti            nella loro singolarità e materialità possono sopravvivere            agli orizzonti entro cui ricevono certi significati e proprio per questo            sono aperti a nuove significazioni. Una scultura è sempre di            più del suo marmo o del suo bronzo, anche se è sempre            anche questo, tuttavia, nello scorrere del tempo può accadergli            di perdere quel di più e di farsi incontrare sotto nuove comprensioni            e <em>significati</em>. L&#8217;elemento per noi essenziale però, non            è la disponibilità a nuovi sensi, bensì proprio            il trascendimento di ogni senso dato, il fatto che l&#8217;oggetto sia sempre            più del significato in cui lo inscriviamo e dunque il fatto che            talvolta possa accadere di incontrarlo <em>in questa sua irriducibilità            d&#8217;oggetto</em>. È proprio perché è questo ciò            verso cui ci dirigiamo che dobbiamo anche prendere le distanze dalle            parole di Picasso: se infatti le due situazioni narrate sono mescolate            a due esperienze di oggetti nella loro singolarità (il pezzo            della cucina e i due pezzi della bicicletta), è vero anche che            sono due situazioni tutte protese non sugli oggetti, ma sulle significazioni.            Dobbiamo sottolinearlo per non farci sottilmente fuorviare.<br />
Picasso non mostra un pezzo di una cucina a gas, mostra            una Venere: quando gli amici riconoscono che si tratta di un semplice            pezzo di cucina e restano delusi, Picasso non difende il pezzo come            tale, ma il pezzo in quanto resta legittimo vedervi una donna, non in            quanto è fatto così com&#8217;è fatto, ma in quanto ha            linee armoniose, linee per cui può legittimamente non essere            trattato come un inutile pezzo di cucina, ma come una scultura. Lo stesso            accade con la <em>Testa di toro</em>: Picasso dice di aver raccolto un            manubrio e una bicicletta e di aver operato la &#8220;metamorfosi&#8221;,            ossia di aver fatto sì che essi non fossero più i meri            oggetti che sono, ma le corna e il muso di un toro. E ancora: il ragazzo            del futuro ipotetico è immaginato ancora una volta non come uno            che incontra gli oggetti come tali, ma che opera una nuova metamorfosi            ossia l&#8217;attribuzione di un nuovo significato. Picasso insomma, non dice            che forse accadrà di vedere in un oggetto che oggi è coperto            da un significato (&#8221;bicicletta&#8221; o &#8220;testa di toro&#8221;)            un puro oggetto, ma solo il possibile sostegno materiale di un nuovo            significato.<br />
Una controprova la si può trovare non solo esaminando            la significativa introduzione da parte di Picasso nei suoi quadri di            materiali poveri o d&#8217;uso comune come pezzi di cartone o giornali, che            però sono ancora piegati a diventare strumenti di rappresentazione            (rappresentazione cubista, ma pur sempre rappresentazione), ma anche            leggendo altri suoi scritti. Da un lato l&#8217;artista spagnolo sottolinea            la passività dell&#8217;artista di fronte all&#8217;oggetto: &#8220;È            l&#8217;oggetto che ha toccato l&#8217;artista, ha eccitato le sue idee, ha scosso            le sue emozioni&#8221;. Anche nel passo precedentemente citato sono il            manubrio e la sella che colpiscono l&#8217;immaginazione di Picasso sembrandogli            già un muso di toro e lui non fa che dare credito a un&#8217;impressione            che noi altri avremmo probabilmente lasciato scorrere via e svanire.            E ancora poi, aggiunge: &#8220;Io non do alcuna importanza al soggetto            [del dipinto, ossia ha ciò che è raffigurato], ma tengo            enormemente all&#8217;oggetto [ossia, all'oggetto dipinto, all'oggetto in            quanto oggetto pittorico]. Rispettare l&#8217;oggetto!&#8221; oppure, &#8220;Io            voglio riprodurre gli oggetti per ciò che sono e non per ciò            che vogliono dire&#8221;. Queste affermazioni sembrano davvero andare            nella direzione in cui in questo articolo ci siamo incamminati, eppure            esiste un altro lato del discorso picassiano: &#8220;La poltrona è            una spalliera a cui ci si appoggia. È un oggetto, non è            arte&#8221;. Picasso insomma, vuole rispettare l&#8217;oggetto nel senso di            non porsi come l&#8217;artefice supremo che infonde significati arbitrariamente            scelti a oggetti che per sé sono mera materia, egli vuole piuttosto            inseguire e rendere percepibili a tutti, i molteplici <em>significati</em>            sotto cui, talvolta, gli oggetti si lasciano vedere (un manubrio talvolta            si lascia vedere come corna di toro, un pezzo di cucina come una venere):            siamo pur sempre nel regno del simbolico, non nei significati ordinari,            bensì in quelli artistico-immaginari, ma pur sempre all&#8217;interno            della fabulazione umana. note:<br />
25. P. Picasso, <em>Scritti</em>, SE, Milano 1998, pp. 55-56. Le quattro          citazioni successive sono tratte dalle pagine: 29, 19, 47 e 17.</p>
<p><!--more--></p>
<p><strong>capitolo 15.</strong></p>
<p>Naturalmente non si intende qui affermare che Picasso            o qualunque altro artista avrebbe dovuto fare altro da ciò che            ha fatto, ma semplicemente marcare la differenza tra ciò che            ha fatto e ciò che noi perseguimo: il fare spazio per un&#8217;esperienza            degli oggetti come tali. La stessa differenza sottolineata rispetto            a Picasso non potrebbe essere affermata rispetto a M. Duchamp o a M.            Ray e soprattutto rispetto a A. Warhol, J. Cage, J. Johns e R. Rauschenberg            oppure rispetto a C. Oldenburg, ma di questi artisti e del loro lavoro            sugli oggetti mi occuperò solo nella seconda parte di questo            scritto. Una posizione che rispetto al nostro percorso finisce con l&#8217;assomigliare            a quella di Picasso (apparentemente vicinissima, ma poi anche significativamente            distante) la troviamo invece nella riflessione sulla poetica degli oggetti            proposta da Gaston Bachelard ne <em>La poetica della rêverie</em>.<br />
Il riferimento di Picasso ad oggetti che appartengono alla            nostra quotidianità come a opere d&#8217;arte produce in noi una sensazione            come di dono inaspettato: forse un artista, pensiamo, vedrebbe negli            oggetti che riempiono la nostra casa opere d&#8217;arte a non finire e questo            ci sorprende e forse ci entusiasma. La vita assoggetta ai bisogni sembra            infatti confondersi col regno libero dell&#8217;arte e da qui con quello magico            delle favole. Bachelard muove proprio da questi momenti, da quelli in            cui siamo coinvolti nelle rêverie (fantasticherie, sogni ad occhi            aperti e però non totalmente a nostra disposizione, tali che            in essi ci sentiamo presi e come trascinati) rese plastiche dai poeti            e dunque, attraverso di esse, nelle rêverie della nostra infanzia.            Bachelard cita ad esempio questi versi di Jean Follain. (Sarebbe certamente            meglio se tali versi fossero tradotti, o almeno letti, non in italiano,            ma in un dialetto, la lingua delle cose &#8211; con ciò il lettore            è avvertito).</p>
<blockquote><p><font size="-1">&#8220;Quando cade dalle mani della domestica<br />
il pallido piatto rotondo<br />
del colore delle nuvole,<br />
bisogna raccoglierne i cocci<br />
mentre freme il lampadario<br />
nella sala da pranzo dei padroni&#8221;(<strong>26</strong>).</font></p></blockquote>
<p>Il filosofo francese commenta così:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Un poema siffatto potrebbe essere              un test di adesione alla poesia della vita comune. Che solidarietà              tra gli esseri della casa. Quale pietà umana sa ispirare il              poeta al lampadario che freme per la morte di un piatto! Dalla serva              ai padroni, dal piatto ai cristalli del lampadario, che campo magnetico              per misurare l&#8217;umanità degli esseri della casa, di tutti gli              esseri, uomini e cose. Aiutati dal poeta come ci svegliamo dal sonno              dell&#8217;indifferenza! Ma sì, come potevamo essere indifferenti              di fronte a questo oggetto? Perché cercare più lontano              quando possiamo sognare le nubi del cielo contemplando un piatto?&#8221;(<strong>27</strong>).</font></p></blockquote>
<p>Più in generale, l&#8217;articolazione bachelardiana di            questa esperienza di rêverie è molto vicina alla nostra            determinazione dell&#8217;esperienza di oggetti nella loro singolarità,            come provano queste righe: &#8220;All&#8217;improvviso un&#8217;immagine si mette            al centro del nostro essere immaginante. Ci trattiene, ci fissa. Ci            infonde dell&#8217;essere. Il cogito è conquistato da un oggetto del            mondo, un oggetto, che, da solo, rappresenta il mondo. Il particolare            immaginato è una punta che penetra il sognatore, suscitando in            lui una meditazione concreta. […] L&#8217;immagine ci offre un&#8217;illustrazione            del nostro stupore&#8221;. Poco dopo, però, Bachelard aggiunge:            &#8220;Un fiore, un frutto, un semplice oggetto familiare ci sollecitano            perché li pensiamo, sognamo vicino a loro, li aiutiamo a salire            al rango di compagni dell&#8217;uomo. […] Una volta che un poeta ha scelto            il suo oggetto, l&#8217;oggetto stesso cambia d&#8217;essere. È promosso            al poetico&#8221;. E poi ancora: &#8220;Le forme prese da reale hanno            bisogno di essere riempite di materia onirica&#8221;. Occorre insomma            un lavoro poetico che sviluppi da un oggetto una storia perché            sia possibile un incontro singolare con quell&#8217;oggetto, perché            un semplice piatto riceva &#8220;un&#8217;esistenza poetica&#8221; e con ciò            un nome proprio: &#8220;Chi sogna non lo confonderà con nessun            altro. Per me, è il piatto Jean Follain&#8221;.<br />
Con Bachelard, come con Picasso, oggetti comuni si sollevano            dalla condizione di puri mezzi-per, fuoriescono dal significato all&#8217;interno            del quale li maneggiamo indifferenti alla loro singolarità, tuttavia,            si sollevano solo per assurgere a una nuova significazione poetico-artistica,            solo per entrare in una nuova narrazione: non le istruzioni d&#8217;uso di            uno strumento, ma la favola in cui è un magico oggetto il protagonista.            In entrambi i casi tale metamorfosi è il prodotto del lavoro            onirico-immaginativo (e questo è prima di tutto ed essenzialmente            il lavoro dell&#8217;infanzia), tuttavia, nella misura in cui tale lavoro            è inteso come finalizzato a nuovo costrutto di significati, non            è propriamente il lavoro che cerchiamo noi: non è l&#8217;unico            modo di corrispondere agli oggetti presentatisi nella loro singolarità            e soprattutto, <em>forse</em> non è il più <em>giusto</em>,            quello in cui più autenticamente essi fioriscono nella loro differenza.            Il problema non è che l&#8217;attività immaginativa accentua            troppo l&#8217;arbitrio del soggetto rispetto agli oggetti che sono i veri            protagonisti dell&#8217;esperienza, infatti, l&#8217;immaginazione, ben lungi dall&#8217;essere            il luogo della creatività spontanea e padrona di sé, opera            a partire da un innesco esterno e, in un modo che sfugge all&#8217;intelletto,            procede seguendo le nervature poetiche di ciò che l&#8217;ha innescata            (una situazione, un oggetto, un profumo, una luce tremante in una strada            che dal paesello gira verso la campagna): si potrebbe anzi dire che,            una volta radicata nel terreno suo, cioè un angolo qualunque            di concretezza (e, come detto, il più delle volte tale radicamento            semplicemente si dà e occorre solo approfondirlo), essa opera            da sé &#8211; sebbene possa e debba essere educata affinché            questo autonomo operare sia ricco e multiforme. Il punto dunque non            è l&#8217;eccessiva libertà del soggetto, ma il fatto che sebbene            l&#8217;immaginazione operi a partire da e sugli oggetti, in qualche modo            anche si distanzi dalla loro materialità (colore, consistenza,            peso, forma, capacità di disegnare ombre, ecc) per seguirli nelle            loro propaggini poetico-narrative, come in questo passo di F. Carrozza.</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Billington (…) possedeva,              meglio di chiunque altro, un&#8217;ars &#8211; ars nell&#8217;accezione medioevale &#8211;              destinata a decorare ad esempio l&#8217;angolo di un salotto con affreschi              iperrealisti raffiguranti pere di ogni dimensione, a trasformare un              ripostiglio asettico in un tunnel primaverile pieno di lucciole, a              dare voce e soggettività a tutto ciò che si trova in              quello stesso ripostiglio: scarpe vecchie più suggestive delle              giornate d&#8217;autunno in cui hanno percorso viali bagnati ma ancora fruscianti              di foglie, saponette che ci riportano alle prime agnizioni dell&#8217;ultima              infanzia, bottiglie di latte in grado di liberare, nell&#8217;acidità              della panna rappresa all&#8217;interno del collo ed esattamente sotto al              tappo di stagnola, l&#8217;emozione provata a tredici anni quando ci siamo              accorti che la bellissima cuginetta dodicenne era davvero bellissima…&#8221;(<strong>28</strong>).</font></p></blockquote>
<p>Il potere degli oggetti sulla nostra immaginazione è            uno dei tratti peculiari della loro singolarità e la fabulazione            immaginativa (quando è praticata e non malamente teorizzata)            è senz&#8217;altro <em>una risposta che non violenta questa singolarità</em>,            tuttavia, possiamo e dunque dobbiamo, scoprirne altre.<br />
Per Bachelard il bambino prima di essere un creatore di            favole è chi vive in esse, chi riesce con la sua immaginazione            ad estendere il confine di ciò che è realmente reale:            egli dunque armeggia e briga nell&#8217;immaginario. Picasso da parte sua,            ipotizzando il bambino che farà della <em>Testa di toro</em> rottamata            due pezzi per una bicicletta, declina l&#8217;attività dell&#8217;infanzia            prima che come un inventare storie o un impiegare mezzi come la bicicletta,            come uno smontare cose, un maneggiare e rimontare. Qui, sia Bachelard            che Picasso, tornano ad offrirci un&#8217;indicazione importante in ordine            alla nostra ricerca: congiungono l&#8217;infanzia a una creatività            fattiva e questo fare a un darsi da fare intorno a macchinari da montare            e smontare. Sono le tre tracce già fatte emergere da Benjamin.            Soprattutto è un generale indicare verso il tratto non sottolineato            nei racconti di Bradbury e soprattutto di Leinster : l&#8217;assemblaggio            degli oggetti. In quei racconti, gli oggetti incontrati nella loro singolarità            non sono meramente oggetti &#8220;strani&#8221;, sono oggetti montati,            sono esemplari di quelle &#8220;combinazioni totalmente immaginarie&#8221;            che Raymond Roussell voleva fossero il tutto dell&#8217;arte<font size="-1">(<strong>29</strong>)</font>.            Ma allora, se gli oggetti incontrati nella loro singolarità e            irriducibilità a un significato generale sono talvolta oggetti            rimontati, forse che la risposta desiderata dagli stessi oggetti svelatisi            nel loro essere più proprio è di essere rimaneggiati,            riassemblati, ricombinati?</p>
<p>note:<br />
26. J. Follain, <em>Il piatto</em>, in: <em>Territoires</em>, citato in: G.          Bachelard,<em> La poetica della rêverie</em>, Dedalo, Bari 1993, p.177          e 241.<br />
27. G. Bachelard,<em> La poetica della rêverie</em>, Dedalo, Bari          1993, p. 177. Le citazioni seguenti sono tratte dalle pagine: 166, 166,          173, 177.<br />
28. F. Carrozza, <em>Quasi tutto come allora</em>, Cap. 7, sottocapitolo          7, Riassunto dei capitoli precedenti, p. 602. Romanzo non pubblicato:          cfr. sopra nota 1.<br />
29. R. Roussel a Pierre Janet, citato da R. Radrizzani, <em>Roussel scopritore          di nuovi mondi</em>, in: <em>Le macchine celibi</em>, a cura di H. Szeemann,          Electa, Milano 1989, p. 152.</p>
<p><!--more--><strong>capitolo 16.</strong></p>
<p>La simbologia e soprattutto l&#8217;immaginario            della macchina, del complesso ingranaggio di leve, argani, contrappesi,            molle e pistoni, sono temi classici, come è classico il loro            rapporto con l&#8217;infanzia: il piacere infantile di trafficare con rotelle,            dadi a farfalla, perni e guide di scorrimento. Una lunga tradizione            di rapporto esiste anche tra questo universo macchinino e la produzione            artistica, che si è essenzialmente rivolta ai valori irriducibili            alla funzionalità e all&#8217;utilità di questo universo facendo            piuttosto emergere la singolarità d&#8217;oggetto delle parti degli            ingranaggi. Se prescindiamo dai complessi significati psicanalitici            che sono loro attribuite, le macchine celibi descritte da Michel Carrouges            nel 1954 a partire da una sollecitazione duchampiana sono combinazioni            di oggetti che non si lasciano ricondurre a significati, simili ai comediavolosichiama            di Bradbury:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Al contrario delle macchine reali              o anche della maggior parte delle macchine immaginarie, ma razionali              e utili come il Nautilus di Jules Verne o i razzi della fantascienza,              la macchina celibe si presenta innanzi tutto come una macchina impossibile,              inutile, incomprensibile, delirante. Essa può addirittura non              comparire affatto, nella misura in cui si confonde con l&#8217;ambiente              circostante. La macchina celibe può dunque essere costituita              da una sola macchina bizzarra e sconosciuta, o da un insieme apparentemente              eteroclito di parti. Può contenere un parafulmine, un orologio,              una bicicletta, un treno, una dinamo, o anche un gatto, o rottami              di qualsiasi cosa&#8221;(<strong>30</strong>).</font></p></blockquote>
<p>La declinazione del lavoro artistico come un montaggio            di macchine deliranti si radicalizza quando è liberato dal pur            interessante lavoro di costruzione di figurazioni socio-psicanalitiche            talvolta altrettanto deliranti: accade con le macchine aeree, aritmiche            e inutili che negli anni trenta del XX secolo Bruno Munari realizza            con materiali ordinari e poveri, come cartoncini colorati e tempere,            bastoncini di legno e fili di seta oppure con semplici ingranaggi a            carica e fili di ferro<font size="-1">(<strong>31</strong>)</font>. Soprattutto            però, la più esplicita celebrazione degli oggetti attraverso            il loro inutile impiego in macchine prive di una funzione che trascenda            il loro essere in movimento è quella che si trova nell&#8217;opera            dello scultore svizzero Jean Tinguely (1925-1991). Ed è significativo            che sia lo stesso Tinguely a trovare la lontana origine di questo suo            lavoro d&#8217;artista in un&#8217;attività che lo vedeva impegnato a dodici            anni e che descrive così:</p>
<p><font size="-1">  &#8220;Cominciai a fare una cosa bizzarra:              trascorrevo i fine settimana, uno dopo l&#8217;altro, accanto ad un ruscello,              costruendo piccole ruote di legno […]. Ho fatto due dozzine di              queste piccole ruote, che giravano a velocità differente, e              la velocità talvolta cambiava a seconda della portata del piccolo              corso d&#8217;acqua. Ogni ruota possedeva un dente […] quest&#8217;unico              dente faceva girare la ruota irregolarmente, cioè girava, percuoteva              un piccolo martello che a sua volta batteva piccoli barattoli di vari              tipi, alcuni arrugginiti, altri no, e con differenti risonanze. […]              L&#8217;impianto, evidentemente, molto fragile, funzionava per due settimane,              ma alcune ruote continuavano a funzionare per mesi&#8221;(<strong>32</strong>).</font></p>
<p>note:<br />
30. M. Carrouges, <em>Istruzioni per l&#8217;uso</em>, in:<em> Le macchine celibi</em>,          a cura di H. Szeemann, Electa, Milano 1989, p. 17.<br />
31. Cfr. AaVv, <em>Tinguely e Munari</em>. Opere in azione (catalogo della          mostra dedicata ai due artisti nel 2004 a La Spezia), Mazzotta, Milano          2004.<br />
32. Passo citato in: P. Hulten, <em>Una magia più forte della morte</em>          (catalogo della mostra dedicata a Tinguely nel 1987 a Venezia), Bompiani,          Milano 1987, p. 13.</p>
<p><!--more--></p>
<p><strong>capitolo 17.</strong></p>
<p>Ormai, lo sappiamo bene, gli oggetti non ci si parano            davanti solo quando sono combinati in macchine curiose, solo quando            sono parte di aggregati discontinui, tuttavia esiste una fioritura degli            oggetti colti nella loro singolarità che è legata al loro            venir maneggiati e assemblati con altri a formare qualcosa che è            il deposito di un&#8217;attività inutile e improduttiva.<br />
Esiste un&#8217;attività inutile che può corrispondere            all&#8217;orizzonte di inutilità che l&#8217;esperienza degli oggetti ci            fa scoprire. I testi che abbiamo attraversato ricercando un&#8217;esperienza            che pareva impossibile sono le tappe di una &#8220;<em>poetico-analisi</em>&#8221;            (Bachelard) &#8220;che dovrebbe aiutarci a ricostruire in noi l&#8217;essere            delle solitudini liberatrici&#8221;<font size="-1">(<strong>33</strong>)</font>,            quelle solitudini infantili non abitate dai traumi che spetta alla &#8220;psico-analisi&#8221;            sciogliere, ma dalla fattiva immaginazione che sa spontaneamente rispondere            agli oggetti. Non è più tempo di cercare: torniamo a quei            pomeriggi in cui i raggi del sole illuminavano le particelle di polvere            che volteggiano nelle stanze, nelle soffitte, nelle cantine disordinate,            in cui i rumori di casa erano un po&#8217; distanti e in cui tutto sembrava            fermarsi e fare spazio all&#8217;accadere dell&#8217;inatteso, dell&#8217;inusitato, dell&#8217;impossibile.            In quei momenti, un raggio giallo e sereno si posava su un oggetto qualunque            e la possibilità di prendere quell&#8217;oggetto e farsi guidare alla            raccolta di altri con cui poi qualsiasi cosa si sarebbe potuta <em>costruire</em>            diventava per ciascuno di noi più di una promessa: qualcosa che            già cominciava ad essere reale.<br />
Un oggetto ci si para innanzi, si fa incontrare nella sua            singolarità, ci meraviglia e ci intona all&#8217;improduttività,            ci promette però anche nuove possibilità d&#8217;azione e di            costruzione: lascia insomma trasparire un&#8217;intera dimensione di oggetti            singolari, un orizzonte di ferraglia, di rottami, di teste-di-toro smontabili            e rimontabili, di anticaglie, di cose dalla forma familiare e però            ora percepita curiosa. Quest&#8217;oggetto che spesso notiamo interdetti e            lasciamo subito correre via, con la sua voce senza polmoni ci chiede            una dedizione improduttiva, ci chiede di seguirlo nel mondo piccolo            e nuovo degli oggetti che abbiamo sempre intorno: se lo seguiamo, se            lo ascoltiamo e rispondiamo come tanto tempo fa avremmo risposto, ne            incontreremo altri come lui, anzi, tutti differenti da lui nella singolarità            loro. Si tratta insomma di quella risposta all&#8217;esperienza di oggetti,            che sola può <em>prolungare ed estendere</em> quest&#8217;esperienza            perché è l&#8217;unica risposta attiva che sorge dallo stesso            cuore di quest&#8217;esperienza e si mantiene aderente alla sua natura. Qui            non ci si limita a constatare l&#8217;oggetto e a sopravvivere all&#8217;effetto            dirompente della meraviglia: ci si dedica all&#8217;osservazione degli oggetti,            di <em>questi</em> singoli oggetti, se ne seguono le forme e le linee            fino a trovare la ragnatela su cui sono incollati e allora, è            in un movimento quasi di scivolo che se ne scoprono altri.</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;Nelle cose comuni della vita quotidiana              risiede una forza particolare (…). Per vederla, occorre semplicemente              guardare abbastanza a lungo&#8221;(<strong>34</strong>).</font></p></blockquote>
<p>È un contemplare attivo e persistente e tuttavia            è ancora solo una forma diminuita della più vera risposta            dei bambini, che però talvolta torna possibile anche a noi: afferrare            gli oggetti, ammucchiarli, metterli al sicuro, ordinarli con un rigore            inaudito, ma secondo un ordine inanticipabile, assemblarli e risepararli.<br />
Risolversi per questa risposta all&#8217;oggetto che si è            fatto incontrare significa non dover più cercare, ma poter solo            trovare: qualcosa si è fatto trovare da se stesso e offre ora            la possibilità di continuare <em>fattivamente</em> a trovare. Si            raccolgono e accumulano così intorno a noi strani, ma comuni            oggetti: non esistono legami privilegiati tra alcuni di questi, c&#8217;è            discontinuità o unità complessa. Ciascuno di essi allude            ad altri tempi e altri luoghi e così noi ci troviamo ad abitare            al centro di tutti gli spazi e di tutti i tempi.<br />
È questo &#8220;quel sentimento d&#8217;eternità            che porta in sé la prima infanzia&#8221; (Jean Follain)<font size="-1">(<strong>35</strong>)</font>?            Forse, però occorre essere cauti, o almeno precisi, nel trovare            nell&#8217;infanzia la soluzione. Osserva opportunamente Bachelard:</p>
<blockquote><p><font size="-1">  &#8220;gli adulti scrivono con troppa              facilità racconti per bambini. Fanno anche dell&#8217;infantilismo.              Per entrare nel tempo favoloso bisogna essere serio come un bambino              che fantastica. La favola non diverte, incanta. […] bisogna partecipare              dell&#8217;esistenzialismo del favoloso, […] sostituire davanti al              mondo la percezione con l&#8217;ammirazione. Ammirare per ricevere i valori              di ciò che si percepisce&#8221;(<strong>36</strong>).</font></p></blockquote>
<p>Noi tralasceremo l&#8217;invito ad attivarci per sostituire la            percezione o qualunque altra cosa con l&#8217;ammirazione o lo stupore, ricordando            che solo agli oggetti spetta la possibilità di aprirci alla meraviglia,            ma dobbiamo fare tesoro del riferimento alla <em>serietà</em> dell&#8217;attivo            e &#8220;maneggiante&#8221; fantasticare infantile.</p>
<p>Fino a qui, abbiamo tentato di dispiegare una concettualizzazione            con cui chi vi è coinvolto possa aiutarsi a capire, a vivere            e soprattutto a non ricacciare subito nel nulla, un&#8217;esperienza sottile            che fiorisce in risposte singolari ed evidentemente improgettabili per            il loro stesso carattere di risposte. Ciascuna di queste risposte è            una pratica ordinata e non un agire quale che sia, ed è ordinata            non perché esegue un piano regolativo esterno, ma perché            si ordina immanentemente, seguendo la natura degli oggetti e dell&#8217;esperienza            in cui questi si lasciano incontrare. La <em>dedizione</em> che rimonta            e assembla oggetti è il più giusto modo di corrispondere            a tali oggetti, ma, in misura minore, anche la dedizione nell&#8217;osservarli            accuratamente e quella che protegge il fantasticare su di essi dall&#8217;essere            troppo affrettatamente abbandonato sono risposte all&#8217;esperienza che            tengono in vita quell&#8217;esperienza, fecondandosi anche a vicenda. Addirittura,            forse, questo esser dediti agli oggetti non è solo la risposta            a un&#8217;esperienza totalmente gratuita, ma in qualche modo ne è            anche una lontana pre-condizione; in qualche modo esso anche <em>prepara</em>            l&#8217;incontro con gli oggetti &#8211; questo però, non tocca a un&#8217;estetica            stabilirlo: la <em>dedizione</em> è un&#8217;attività e dunque            ci porta oltre l&#8217;estetica e chiede di essere approfondita in un&#8217;etica            degli oggetti.<br />
Significativamente, Munari lamenta (anche se con serenità)            la fruizione delle sue macchine: &#8220;Le mie macchine inutili sono            sempre state considerate come scherzi o meglio come giochini, neanche            giochi, ma giochini, proprio roba da poco&#8221;<font size="-1">(<strong>37</strong>)</font>.            È una reazione normale: non è forse più che &#8220;sensato&#8221;            ritenere questo dedicarsi agli oggetti esperiti nella loro singolarità            roba da poco, una pratica che non può che stare ai margini di            ciò che è utile, serio ed &#8220;importante&#8221;? È            in effetti più che razionale ritenere che questa attenzione agli            oggetti singoli che dà credito e fa spazio alla loro singolarità            sia solo un giochino, un&#8217;inutilità improduttiva, qualcosa di            non necessario e che dunque non merita un serio applicarsi …</p>
<blockquote><p><font size="-1">&#8220;Siamo o non siamo, socialmente parlando, in              una situazione in cui il vecchio muore e il nuovo sta nascendo? Quanto              al vecchio &#8211; pagare le fatture, ricercare il potere &#8211; assumi l&#8217;atteggiamento              del gioco: divertiti. Quanto al nuovo &#8211; fare ciò che non è              necessario, &#8220;spostare la sabbia da una parte all&#8217;altra della              spiaggia&#8221; (Buckmister Fuller) &#8211; assumi un atteggiamento religioso:              celebra&#8221;.<br />
John Cage, Diario: Come migliorare il Mondo (non farete che peggiorare              le cose), 1965(<strong>38</strong>).(<strong>*</strong>)</font></p></blockquote>
<p>note:<br />
33. G. Bachelard,<em> La poetica della rêverie</em>, Dedalo, Bari          1993, p. 110. Cfr. anche p. 28.<br />
34. P. Zumthor, <em>Pensare architettura</em>, Electa, Milano 2003, p. 14.          Secondo Zumthor l&#8217;indicazione citata è quello che &#8220;sembrano          dire i quadri di Edward Hopper&#8221;.<br />
35. Citato da G. Bachelard,<em> La poetica della rêverie</em>, Dedalo,          Bari 1993, p. 121.<br />
36. G. Bachelard, <em>La poetica della rêverie</em>, Dedalo, Bari          1993, pp. 129-130.<br />
37. Citato in: AaVv, <em>Tinguely e Munari</em>. Opere in azione, Mazzotta,          Milano 2004, p. 53.<br />
38. In: <em>John Cage</em>, a cura di G. Bonomo e G. Furghieri, Riga 15,          Marcos y Marcos, Milano 1998, pp. 96-97. In questo volume è tradotta          solo quella parte del Diario di Cage datata 1965, Antonella Carosini ne          ha prodotto una traduzione dattiloscritta integrale e accuratissima: la          ringrazio per avermene donata una copia. Chi volesse ulteriori informazioni          o fosse interessato a questa traduzione in vista di una pubblicazione          può rivolgersi alla redazione del sito citato alla nota 1.</p>
<p align="center">________</p>
<p align="left"><font size="-1">(*) Vorrei ringraziare Stefania che non            solo mi ha regalato, come fa sempre, osservazioni e critiche importanti            che ho tenuto nella massima considerazione e che ho cercato di integrare            nel testo e sulle quali tornerò nella seconda parte dell&#8217;articolo,            ma ha anche alleggerito questo scritto delle frasi più faticose,            quelle che non poteva lasciar passare neppure lei, il mio lettore più            benevolo e indulgente, quello a cui prima di tutto penso quando scrivo.</font></p>


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		<title>Mondi paralleli: spirito hacker</title>
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		<pubDate>Sat, 25 Sep 2004 18:35:42 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daneel Olivaw</dc:creator>
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<span id="more-19"></span></p>
<p><strong>Cosa non è un hacker</strong></p>
<p>Definire l&#8217;esatto significato della parola hacker e di tutto il mondo che ne sta attorno non è certo facile, soprattutto oggi che questo termine è molto inflazionato e spesso distorto o frainteso dai mass-media.<br />
Partiamo dalla definizione che ne da il &#8216;Jargon file&#8217;(1) .</p>
<blockquote><p><strong>hacker</strong><br />
1) Una persona che si diverte esplorando i dettagli dei sistemi di programmazione ad espandere le loro capacità, al contrario di molti utenti, che preferisono imparare solo il minimo indispensabile. 2) Qualcuno che programma con entusiasmo (spesso ossessivamente) o si diverte programmando ancor prima che teorizzare sulla programmazione. 3) Una persona capace di apprezzare il valore di un &#8216;hack&#8217;. 4) Una persona capace di programmare rapidamente. 5) Una persona esperta nell&#8217;utilizzo di un programma, o che ci lavora frequentemente, ad esempio &#8216;un UNIX hacker&#8217;. 6) Una persona esperta o entusiasta in ogni ambito, un hacker dell&#8217;astronomia per esempio. 7) Una persona che si diverte in competizioni intellettuali o creative superando o aggirando le limitazioni. 8 ) Esiste anche una connotazione negativa del termine legata a fattori di criminalità informatica e viene espressamente indicata con il termine cracker.<br />
Il termine hacker tende a connotare l&#8217;appartenenza alla comunità globale definita dalla rete. Una trattazione di alcune delle basi di questa cultura, vedi &#8220;Come diventare un hacker FAQ&#8221;. Questo implica anche che la persona descritta aderisca all&#8217;etica hacker.<br />
È meglio essere definito un hacker da altri piuttosto che definirsi così da sé. Gli hacker si considerano parte di un elite (una meritocrazia basata sull&#8217;abilità), nella quale tuttavia i nuovi membri sono benvenuti. C&#8217;è così una certa soddisfazione nell&#8217;essere identificati come hacker (ma se sostieni di esserlo e non lo sei sarai presto etichettato &#8216;bogus&#8217;). Vedi anche &#8216;geek&#8217;, &#8216;wannabee&#8217;.<br />
Sembra che questo termine sia stato adottato come un distintivo negli anni 60 dagli hacker del TMRC e del laboratorio AI del MIT. Abbiamo notizia che esso veniva utilizzato in senso stretto dai giovani radioamatori e appassionati di elettronica nella metà degli anni 50.</p></blockquote>
<p>Dimentichiamo per un momento la figura mitica del ragazzino che scardina password per penetrare nei sistemi informatici dell&#8217;esercito o dell&#8217;FBI. Dimentichiamo anche l&#8217;associazione automatica hacker = pirata informatico(2) reo di commettere i più svariati crimini.<br />
Per distinguersi da questi ultimi, gli hacker hanno coniato e dato loro il termine cracker (dall&#8217;inglese to crack: spaccare).<br />
Abbiamo visto cosa non è un hacker, definire cos&#8217;è non è così semplice, in quanto questo termine ha assunto negli anni sfumature differenti (si vedano anche le otto definizioni del Jergon file). Per capire meglio di cosa si tratta vediamo per grandi passi la storia di questa cultura underground.</p>
<p><strong>La storia</strong> (3)</p>
<p>Nell&#8217;anno accademico 1958-59, il Massachussets Institute of Technology            di Boston ospitava al suo interno una serie di gruppi, di piccoli club            che univano studenti dagli interessi comuni fuori delle ore di studio.            Uno di questi gruppi era il Tech model railroad club (Tmrc), la cui            stanza era occupata da un enorme plastico ferroviario. All&#8217;interno del            Tmrc esistevano due sottogruppi: alcuni soci amavano passare il loro            tempo a costruire e dipingere modellini di determinati treni. Gli altri            iscritti frequentavano il &#8220;Signal&amp;Power subcommittee&#8221;            (S&amp;P), la sottocommissione del club per lo studio dei segnali e            dell&#8217;energia, indirizzando la loro attenzione a tutto ciò che            accadeva sotto il modellino ferroviario. Molti pezzi del sistema provenivano            dalla compagnia dei telefoni Western Electric. Il materiale della compagnia            veniva riadattato a nuovi scopi sul modellino, ma presto non bastò            più a saziare la sete di curiosità ed ingegno degli studenti.<br />
Fu così che i membri del S&amp;P si misero alla ricerca della            leggendaria stanza Eam, l&#8217;Electronic account machinery, la quale ospitava            dei macchinari che funzionavano come computer. In quel periodo non erano            molte le persone ad aver visto un computer, sul quale lavoravano pochi            fortunati tecnici, in camice bianco, intenti ad inserire schede perforate            grandi come schedari metallici, davanti ad un selezionato gruppo di            laureandi. Così, inizialmente senza nessun&#8217;autorizzazione, alcuni            membri del Tmrc iniziarono a frequentare l&#8217;Eam, realizzando le prime            intrusioni notturne dedicate ad un imperativo molto caro all&#8217;etica hacker,            quello dell&#8217; &#8220;hands-on&#8221; (letteralmente, &#8220;metterci le            mani sopra&#8221;).</p>
<p>All&#8217;interno del vecchio gergo del MIT, il termine &#8220;hack&#8221;            era usato per designare gli scherzi elaborati dagli studenti (es. rivestire            d&#8217;alluminio la cupola che domina l&#8217;università), tuttavia all&#8217;interno            del Tmrc era un termine degno di rispetto. Tale termine indicava un            progetto intrapreso, o un prodotto costruito, che trasmettesse, oltre            lo scopo specifico, il piacere della pura partecipazione. Un semplice            collegamento di relè era definito un &#8220;hack semplice&#8221;,            tuttavia per essere tale doveva dimostrare stile, virtuosismo tecnico,            innovazione.</p>
<p>Il rapporto &#8220;conflittuale&#8221; con la rete telefonica divenne            una costante di quegli anni. Nel 1964 un brillante hacker del MIT, Stewart            Nelson, programmando con il Pdp-1 (l&#8217;Eam poteva considerarsi un ricordo),            generò delle particolari frequenze sonore identiche a quelle            utilizzate dalle compagnie dei telefoni, cosa che gli avrebbe permesso            di telefonare ovunque, negli USA, scaricando il costo sulle compagnie            stesse. Tuttavia Nelson, assieme ad altri hacker dediti a simili pratiche,            era convinto di rendere un servizio a tali compagnie, in quanto &#8220;collaudatore&#8221;            delle dorsali installate da queste ultime (che a volte ricevevano, a            proprie spese, strane segnalazioni da parte di studenti che rivelavano            errori e difetti all&#8217;interno della rete, puntualmente riscontrati in            seguito).</p>
<p>Il nuovo decennio vide la volontà di portare i computer fuori            dalle stanze protette delle università, lontano dai dipartimenti            di contabilità delle grandi aziende, permettendo alla gente di            esplorarli da sola, di &#8220;metterci su&#8221; le mani. Per la prima            volta si pensò a dei computer center di quartiere, dove la gente            andasse a divertirsi come allora avveniva al bowling.<br />
Nel 1975 l&#8217;idea che ogni persona dovesse possedere in casa propria un            computer era considerata da quasi tutti un&#8217;assurdità, tuttavia            nella primavera di quell&#8217;anno nacque l&#8217;Homebrew computer club, uno dei            gruppi che ebbe maggiore importanza nello sviluppo di quest&#8217;idea. La            piccola confraternita hacker propose dibattiti, diede lezioni di programmazione            e costruzione, approfondì lo studio di nuovi sistemi e ne insegnò            l&#8217;utilizzo, reperì e distribuì le prime fanzine che tale            tematica cominciava a proporre, in altre parole, contribuì allo            sviluppo di una cultura che &#8220;addestrava&#8221; una generazione di            hacker verso una nuova industria: i computer da tavolo.</p>
<p>L&#8217;armonia che sembrava raggiunta dagli hacker dell&#8217;Homebrew svanì            di fronte ad uno dei temi più scottanti ed attuali del mondo            informatico: la proprietà del software. Come accennato, nel club            vi era l&#8217;abitudine di creare insieme i programmi ed il loro sviluppo,            ed a chiunque riusciva ad apportare dei miglioramenti a linguaggi e            programmi sembrava logico condividerli con gli altri soci.<br />
Una giovane casa di produzione software, la Mits, stava lavorando ad            un programma in Basic per l&#8217;Altair, uno dei primi computer ad avere            una diffusione rilevante. Tale programma fu ultimato per primi da due            giovani hacker di Seattle, B. Gates e P. Allen, i quali lo vendettero            alla Mits in cambio di una percentuale su ogni copia venduta. Quello            appena descritto rimase il primo caso in cui sorsero dei problemi sulla            proprietà di un programma software, fino ad allora condivisa            dai soci dei vari club come del materiale comune.<br />
Alle sedute dell&#8217;Homebrew partecipavano anche altri due giovani hacker,            S. Jobs e S. Wozniak, i quali erano destinati senza saperlo a scrivere            una pagina importante nella storia dell&#8217;informatica americana. Un loro            progetto, finanziato tramite la vendita di blue boxes agli studenti            dei colleges californiani, era in procinto di concludersi con la produzione,            nel loro garage, del primo vero home computer della storia: l&#8217;Apple.<br />
Questi due giovani studenti, in seguito fondatori di una delle più            famose case informatiche, l&#8217;Apple computer Inc., incarnarono la necessità            di quella &#8220;democratizzazione&#8221; dell&#8217;informatica, nata nei corridoi            del MIT, e conseguenza della volontà di minare un monopolio di            sapere e di calcolo rappresentato dai mainframe IBM.<br />
Quella intrapresa da Wozniak e Jobs fu una decisione storica: ora che            anche altre persone stavano costruendo macchine con terminali e tastiere,            che sarebbero state utili non solo agli appassionati ma anche alla gente            comune, la direzione di quell&#8217;industria nascente stava per sfuggire            dalle mani degli hacker. Erano passati quasi vent&#8217;anni da quando gli            studenti del Tmrc avevano cominciato a lavorare all&#8217;Eam.</p>
<p>Dalla metà degli anni &#8216;70 molti giovani, in parte ancora provenienti            dal MIT, diventarono linfa attiva del fenomeno Silicon Valley, la regione            dove si andarono a concentrare le migliori menti tecnologiche, il traino            della scalata americana al successo mondiale nei settori della componentistica            e della programmazione informatica. Questi giovani hacker videro le            loro pratiche d&#8217;intrusione e di sperimentazione agevolmente sopportate            dalle multinazionali del settore, che intuirono la presenza della genialità            dietro quell&#8217;esuberanza giovanile, incapace di seguire un orario di            lavoro o d&#8217;inserirsi in gruppi guidati di ricerca.<br />
I computer uscivano dalla catena di montaggio come materia prima, come            fogli bianchi: una nuova generazione di hacker, quella degli anni &#8216;80,            si sarebbe occupata di plasmare quella materia, di riempire quei fogli,            di creare un mondo che avrebbe guardato ai computer in maniera molto            diversa dal decennio precedente.</p>
<p>La nuova generazione di hacker fu composta da una cerchia di persone            definite Software Superstar, individui molto bravi a programmare sui            p.c., ma lontani anni luce dai principi dei loro progenitori. La denominazione            di hacker può essere mantenuta in virtù della curiosità,            del voler &#8220;mettere le mani&#8221; sulla macchina, dell&#8217;amore per            il computer. I prodotti per eccellenza del terzo decennio furono i giochi,            intorno ai quali si scatenò un mercato inimmaginabile fino a            pochi anni prima. L&#8217;utente si sentiva in grado di domare il computer            solo perché vi faceva girare l&#8217;ultimo software acquistato, e            diveniva sempre più bravo nel giocarci fino a doverne acquistare            un altro.</p>
<p>Le profezie di chiunque avesse pronosticato la crisi dell&#8217;IBM erano            andate in fumo. Il gigante dell&#8217;informatica aveva cambiato la propria            strategia e si era adattato ai tempi: aveva aperto la sua macchina ed            invitato società esterne a scrivere del software per il proprio            prodotto, secondo una perfetta applicazione… dell&#8217;etica hacker.            L&#8217;azienda che riuscì a sfruttare nel modo più favorevole            tale possibilità fu la MicroSoft di B. Gates, che la storia considera            come una sorta di &#8220;traditore&#8221; dell&#8217;etica hacker. Egli scrisse            un nuovo sistema operativo per l&#8217;IBM che divenne immediatamente uno            standard industriale. E&#8217; certo che l&#8217;etica hacker, a causa del denaro,            aveva finito col tradirsi da sola, tuttavia, vi fu un momento in cui            essa parve tornare agli antichi splendori, tentando una resistenza alla            &#8220;copy protection&#8221;.<br />
La reazione delle grandi aziende fu una trovata d&#8217;ingegno: cominciarono            ad assumere la stessa categoria di giovani hacker che rappresentava            una minaccia, per escogitare contromisure tecniche di protezione. In            altre parole c&#8217;erano ex-hacker, fortunati dirigenti d&#8217;azienda, che assumevano            giovani hacker per difendersi da altri hacker, i quali reclamavano la            stessa libertà che un tempo aveva ispirato gli attuali dirigenti.</p>
<p>Il divenire popolare del termine non giovò agli hacker, col            tempo andò assumendo una connotazione specifica negativa. La            parola, una volta in possesso dei media, divenne sinonimo di &#8220;trasgressore            digitale&#8221;, accoppiata allo stereotipo di un secchione poco sociale            con l&#8217;abilità di evocare dal computer una strana magia criminale            <font size="-2">(<strong>4</strong>)</font>.<br />
A riprova del definitivo cambiamento di clima si possono citare le numerose            operazioni delle forze dell&#8217;ordine, iniziate nel 1987, che portarono            i Servizi Segreti americani a raccogliere, in pochi anni, un dossier            d&#8217;indagine su tutti i soggetti che sembravano contare veramente nell&#8217;underground            digitale statunitense.</p>
<p>Il 15 gennaio 1990 quando il servizio telefonico dell&#8217;AT&amp;T andò            in tilt a causa di un piccolo difetto di programmazione in un software            nuovo di zecca, e circa 70milioni di chiamate rimasero interrotte per            quasi nove ore, a qualcuno non parve vero di far pagare agli hacker            con gli interessi anni d&#8217;abusi sul sistema telefonico, anche se nell&#8217;incidente            in questione essi non avevano alcuna responsabilità.<br />
Si diede gran risalto agli arresti dei singoli hacker, e si lasciarono            nel vago le azioni da loro commesse. Vari soprusi furono commessi dagli            agenti implicati nell&#8217;Hacker Crackdown, ma taluni di essi sfiorarono            il ridicolo, e finirono per arrecare del danno alla polizia stessa che            fu accusata d&#8217;ignoranza e superficialità nella condotta delle            operazioni.</p>
<p>Anche in Italia nel 1994, si ripeté la situazione ricalcando            in alcuni sviluppi quella statunitense. L&#8217;operazione venne ribattezzata            &#8220;Italian Crackdown&#8221;.</p>
<p>La storia dell&#8217;hacking in Italia è molto più recente.<br />
Nei primi anni &#8216;80 non si parlava ancora di hacker, né dei diversi            significati legati in seguito a tale termine. In quegli anni stavano            nascendo i primi circoli, a volte veri e propri sgabuzzini, dove si            vendevano computer e programmi, messi assieme da appassionati un po&#8217;            incoscienti che avevano deciso d&#8217;investire in questo settore.<br />
Ai primi tentativi delle case straniere di proteggere i propri prodotti,            facevano sempre seguito nuove tecniche d&#8217;intrusione. I primi hacker            (nel significato letterale inglese del termine &#8220;to hack&#8221;)            furono degli utenti presto stanchi di giocare, che cercarono nei videogames            degli stimoli diversi, ed iniziarono la sfida al funzionamento finendo            per modificarne il linguaggio. La conoscenza del linguaggio macchina            permise di rimuovere le protezioni e di creare la prima divisione interna            al mondo degli appassionati: quelli che volevano soltanto giocare, e            quelli per i quali la cosa più importante era capire il gioco            in sé. Spesso questi patiti dell&#8217;&#8221;hands on&#8221; italiano            erano raggirati dal mercato, che ne sfruttava la passione ottenendo            manodopera qualificata a costi praticamente nulli.</p>
<p>In Italia, nel 1986, vi erano già tre BBS. Legati ad esse sorsero            anche i primi club di hacker, il più famoso dei quali era il            DTE222 di Milano, i cui maggiori esponenti avevano nomi celebri come            Virus o Blue Boy.</p>
<p>Con l&#8217;arrivo di Internet nelle case nacque la nuova generazione degli            hacker italiani, la più fortunata come mezzi a disposizione ma            anche quella più studiata, seguita, controllata.<br />
Il sistema operativo più usato divenne LINUX, scritto inizialmente            come kernel per UNIX da uno studente universitario finlandese, che ebbe            l&#8217;idea di lasciarlo circolare in rete liberamente. Molti programmatori            ne rimasero entusiasti e lo completarono aggiungendo varie utility al            nucleo originario, creando una delle più belle storie raccontate            dalla rete: quella di un progetto in grado di abbattere i confini fra            le nazioni e le barriere tra le persone, di un sistema operativo che            tutti contribuirono nei modi più diversi a sviluppare, che circola            tuttora in rete dalla quale è scaricabile gratuitamente.<br />
<font size="-2"><br />
</font><br />
<strong>I          principi</strong></p>
<p>La storia di questo fenomeno è lunga più di quarant&#8217;anni            e, come abbiamo visto, assume sfumature diverse nelle varie generazioni            che si sono susseguite. E&#8217; comunque sempre rintracciabile uno spirito            di fondo che guida il modo di pensare e agire.<br />
Tra i principi più noti dell&#8217;etica hacker sicuramente il più            importante è la più assoluta libertà d&#8217;informazione:            la libertà d&#8217;accesso ai computer ed a tutto ciò che insegna            qualcosa su come funziona il mondo. Famoso è lo slogan &#8220;l&#8217;informazione            vuole essere libera&#8221;.<br />
Legato a questo, il dubitare continuamente di qualunque forma d&#8217;autorità            che potrebbe influire sul lavoro dell&#8217;hacker restringendone la libertà            d&#8217;azione, e il conseguente promuovere situazioni di decentramento culturale            ed amministrativo (l&#8217;odio verso l&#8217;universo burocratico accentratore            si materializzava in quegli anni nell&#8217;IBM).<br />
Altro principio è la richiesta di essere giudicati per il proprio            operato e non sulla base di criteri differenti (es. il ceto, l&#8217;età,            la razza o la posizione sociale).<br />
Infine la convinzione che con il computer si possa creare arte e che            il p.c. possa cambiare la vita in meglio.<br />
L&#8217;attività dell&#8217;hacker ha a che fare con l&#8217;esperienza tecnica            e il gusto di risolvere problemi e di superarne i limiti. Questo conduce            a una vera e propria sfida alle limitazioni attuali al fine di progredire            e migliorare ciò che lo circonda. Per poter andare avanti e creare            qualcosa di nuovo, l&#8217;hacker non vuole risolvere nuovamente avere problemi            che hanno già soluzione. Nasce quindi l&#8217;esigenza della condivisione            delle conoscenze, per non creare doppioni e far fruttare al massimo            il lavoro di menti brillanti e creative. Fu così che Richard            Stallman per far funzionare la nuova stampante iniziò la crociata            per il software libero<font size="-2">(<strong>5</strong>)</font> dando vita al            progetto GNU.<br />
Assieme a una filosofia di socializzazione, apertura, decentralizzazione,            caratteristica propria del soggetto &#8220;hacker&#8221; è una            curiosità intrinseca, la volontà di capire il &#8220;perché&#8221;            delle cose senza fermarsi al &#8220;come&#8221;. Questo porta l&#8217;hacker            a voler mettere le mani sulle macchine a qualunque costo, per migliorarle            e per divertirsi.</p>
<p><em>&#8220;…l&#8217;hacker non vi chiederà mai di spiegargli qualcosa,            ma vi chiederà solo dove può reperire le informazioni            per capirle da sé; un lamer, viceversa, vi tedierà finché            non gli spiegherete il mero funzionamento superficiale e non gli importerà            invece di capire il perché&#8221;</em></p>
<p>L&#8217;hacker mantiene uno stretto legame con la comunità con la            quale collabora e condivide, e dalla quale viene riconosciuto tale:            è meglio essere definito un hacker da altri piuttosto che definirsi            così da sé. Eric S. Raymond ha scritto una guida per aspiranti            hacker<font size="-2">(<strong>6</strong>)</font> nella quale dice così:</p>
<p><em>&#8220;Gli hackers hanno costruito internet. Gli hackers hanno reso            il sistema operativo UNIX quello che è oggi. Gli hackers mandano            avanti Usenet. Gli hackers hanno fatto funzionare la World Wide Web.            Se fai parte di questa cultura, se hai contribuito ad essa e altre persone            della medesima ti conoscono e ti chiamano hacker, allora sei un hacker&#8221;</em></p>
<p><strong> Hacker          e designer</strong></p>
<p>Sempre Eric S. Raymond scrive:</p>
<p><em>&#8220;La forma mentis dell&#8217;hacker non è ristretta all&#8217;ambito            del software-hacking. Ci sono persone che mantengono un atteggiamento            da hacker anche in altri campi, come l&#8217;elettronica o la musica &#8211; davvero,            lo puoi trovare ai livelli più alti di qualsiasi scienza od arte.            I software-hackers riconoscono questi spiriti affini ovunque e chiamano            anche loro &#8216;hackers&#8217; &#8211; e qualcuno afferma che lo spirito hacker è            totalmente indipendente dal particolare media in cui l&#8217;hacker lavora.&#8221;</em></p>
<p>…e allora anche un designer può essere hacker!<br />
Molti punti chiave dello spirito hacker dovrebbero essere propri anche            del designer. A cominciare dalla curiosità, dalla sete di sapere,            capire, scoprire il perché delle cose, metterci le mani sopra            (l&#8217;imperativo &#8220;hands on&#8221;), giocarci, smontare, comprendere,            per poter infine costruire e migliorare.<br />
Gli hacker sono creativi, scandaglino tutte le soluzioni e ne escogitano            di nuove per risolvere i problemi, sfidano i limiti imposti dalle regole            e trovano il modo di superarli senza infrangerli, provano piacere nel            mettere alla prova la propria intelligenza per inventare qualcosa di            nuovo, più utile, che risolva i problemi.<br />
Gli hacker amano affrontare sfide sempre nuove, esplorare, e condividere            il &#8216;bottino&#8217; per far si che la conquista di uno sia la conquista di            tutti ed è così che le differenti abilità degli            individui diventano una ricchezza per la comunità.<br />
Gli hacker si distinguono per il loro stile nell&#8217;affrontare i problemi,            sfidano la complessità della tecnologia e sono gratificati nel            riuscire a domarla ed utilizzarla proficuamente, vi si dedicano totalmente            e spesso per questo trascurano tutto il resto lavorando senza orari,            perché l&#8217;hacking per loro è piacere, è ciò            che più desiderano fare.<br />
E non si finisce mai perché c&#8217;è sempre qualcosa di nuovo            da imparare, da esplorare, da costruire.</p>
<p>Un designer non dev&#8217;essere forse curioso? Creativo? Lavorare per rendere            la vita migliore? Coniugare varie abilità per definire i più            svariati aspetti di un progetto? Amare il proprio lavoro come se fosse            il passatempo preferito?<br />
Anche i designer dunque dovrebbero essere un po&#8217; hacker, o almeno aspirare            ad esserlo. Quindi forza, al lavoro, fuori c&#8217;è un mondo che ci            aspetta!</p>
<p>Provate a leggere i cinque punti principali tratti dalla guida &#8220;Come            diventare un hacker&#8221; e sostituite hacker con designer…</p>
<ol>
<li>Essere un hacker è molto divertente, ma è un tipo              di divertimento che richiede molto sforzo. Lo sforzo necessita di              motivazioni. Gli atleti di successo trovano le loro motivazioni da              una specie di gusto nell&#8217;usare i loro corpi oltre i limiti del fisico.              Similmente, per essere un hacker devi provare i brividi nel risolvere              problemi, affilare le tue capacità, ed esercitare la tua intelligenza.</li>
<li>Le menti creative sono una risorsa valida e limitata. Esse non dovrebbero              essere sprecate nel reinventare la ruota quando ci sono così              tanti e affascinanti problemi che aspettano là fuori.</li>
<li>Gli hackers (ed in generale le persone creative) non dovrebbero              mai annoiarsi o aver a che fare con dei lavori ripetitivi, faticosi              e stupidi, perché quando questo accade significa che non stanno              facendo ciò che solo loro possono fare: risolvere nuovi problemi.</li>
<li>Gli hackers sono per natura anti-autoritari. Chiunque ha il potere              di darti ordini ha pure il potere di fermarti dal risolvere un qualsiasi              problema da cui sei affascinato &#8211; e, conoscendo in che modo lavorano              le menti autoritarie, in linea di massima troverà una ragione              incredibilmente stupida per farlo.</li>
<li>Per diventare un hacker c&#8217;è bisogno dell&#8217;intelligenza, della              pratica, di dedicarsi ed infine di lavorare sodo.<br />
Devi avere soprattutto competenza nell&#8217;hacking, ma va bene la competenza              in qualsiasi cosa. In particolar modo è ottima una competenza              in alcune capacità che pochi hanno.</li>
</ol>
<p><font size="-2"> note:</font></p>
<p><font size="-2">1 Il Jargon file è il dizionario del gergo informatico (in lingua inglese) contenente termini utilizzati, e spesso creati appositamente, nel mondo hacker. Contiene 2321 vocaboli ed è stato redatto da Eric S. Raymond. Esiste anche una versione italiana del Jargon file: il &#8216;Gergo informatico&#8217; curato da Maurizio Codogno.<br />
Il Jargon file è liberamente consultabile <a href="http://catb.org/jargon/" target="_blank">qui</a>            .<br />
Il Gergo telematico è liberamente consultabile <a href="http://beatles.cselt.it/gergo/" target="_blank">qui</a>            .</font></p>
<p><font size="-2">2 Il mondo degli hacker e il jolly roger, la bandiera dei pirati, sono legati da quasi trent&#8217;anni. Nell&#8217; ufficio del team che ha progettato il Machintosh, sventolava la bandiera nera col teschio. Molte riviste ciclostilate o elettroniche, BBS prima e siti web poi, hanno spesso fatto uso di questo simbolo nel contesto dell&#8217;hacking. E&#8217; comunque da intendere con spirito giocoso e scherzoso.</font></p>
<p><font size="-2">3 La storia del mondo hacker qui riportata è tratta da &#8221; Il Web oscuro &#8211; Origine, sviluppo e percezione dell&#8217;hacking in Italia&#8221; tesi per il corso di laurea in Scienze della Comunicazione di Enrico Novari. E&#8217; stata abbondantemente ridotta e semplificata per adattarla a questo articolo. Consiglio comunque la lettura della versione originale reperibile <a href="http://www.flavioweb.it/HackerStory/WebOscuro.pdf" target="_blank">qui</a>            .</font></p>
<p><font size="-2">4 E&#8217; in questo quadro di incertezza e di fraintendimenti che si colloca            il manifesto personale di Mentor:<br />
&#8221; (…) Noi esploriamo&#8230; e ci chiamate criminali.<br />
Noi cerchiamo conoscenza&#8230; e ci chiamate criminali.<br />
Noi esistiamo senza colore di pelle, nazionalità, credi religiosi            e ci chiamate criminali.<br />
Voi costruite bombe atomiche, finanziate guerre, uccidete, ingannate e mentite e cercate di farci credere che lo fate per il nostro bene, e poi siamo noi i criminali.<br />
Si, io sono un criminale.<br />
Il mio crimine è la mia curiosità. (…)&#8221; ( <a href="http://www.flavioweb.it/HackerStory/ManifestoMentor.html" target="_blank">link            al testo completo </a>)</font></p>
<p><font size="-2">5 Il progetto GNU prevede di creare un ampia gamma di software solo ed esclusivamente libero, cioè modificabile e ridistribuibile da chiunque. Per tutte le informazioni <a href="http://www.gnu.org/" target="_blank">www.gnu.org</a>            o <a href="http://www.fsf.org/" target="_blank">www.fsf.org</a> o ancora            il libro &#8220;software libero&#8221; .</font></p>
<p><font size="-2">6 &#8220;How to become a hacker FAQ&#8221; di Eric S. Raymond riassume le caratteristiche fondamentali di un hacker e indica una via per coloro che aspirano all&#8217;ambito titolo. La guida è reperibile <a href="http://catb.org/%7Eesr/faqs/hacker-howto.html" target="_blank">qui</a>            o in italiano <a href="http://www.saprionline.com/gratis/informatica/hacker-howto-it.html" target="_blank">qui</a>            .</font></p>
<p><strong>Piccola          bibliografia e siti di riferimento</strong></p>
<p>&#8220;<em>Web oscuro, Origine, sviluppo e percezione dell&#8217;hacking in            Italia</em>&#8221; di Enrico Novari<br />
<a href="http://www.flavioweb.it/HackerStory/WebOscuro.pdf" target="_blank">http://www.flavioweb.it/HackerStory/WebOscuro.pdf</a><br />
&#8220;<em>Software libero</em>&#8221; di Richard Stallman, (?)</p>
<p>&#8220;<em>Linux facile</em>&#8221; di Daniele Medri <a href="http://www.linuxfacile.org/" target="_blank"><br />
http://www.linuxfacile.org/</a></p>
<p>&#8220;<em>Hackerjournal</em>&#8221; rivista quindicinale si trova in edicola            o su<br />
<a href="http://www.infundibolo.altervista.org/html/articoli/www.hackerjournal.it%20" target="_blank">www.hackerjournal.it            </a></p>
<p>&#8220;<em>Hackers&amp;C</em>&#8221; rivista bimensile (?), in edicola</p>
<p>&#8220;<em>The jargon file</em>&#8221; di Eric S. Raymond<br />
<a href="http://catb.org/jargon/" target="_blank">http://catb.org/jargon/</a></p>
<p>&#8220;<em>Il gergo telematico</em>&#8221; di Maurizio Codogno<br />
<a href="http://beatles.cselt.it/gergo/" target="_blank">http://beatles.cselt.it/gergo/</a></p>
<p>&#8220;<em>How to become a hacker</em>&#8221; di Eric S. Raymond <a href="http://catb.org/%7Eesr/faqs/hacker-howto.html" target="_blank">http://catb.org/~esr/faqs/hacker-howto.html</a><br />
o in italiano <a href="http://www.saprionline.com/gratis/informatica/hacker-howto-it.html" target="_blank"><br />
http://www.saprionline.com/gratis/informatica/hacker-howto-it.html</a></p>
<p>&#8220;<em>Manifesto di TheMentor</em>&#8221; traduzione italiana all&#8217;indirizzo<br />
<a href="http://www.flavioweb.it/HackerStory/ManifestoMentor.html" target="_blank">http://www.flavioweb.it/HackerStory/ManifestoMentor.html</a></p>


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		<title>Analogico e digitale: vecchio e nuovo?</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Sep 2004 10:29:54 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[progettazione]]></category>
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Cercheremo di spiegare in modo semplice il significato di questi termini per vederli in [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>E&#8217; capitato più volte di sentire parlare di analogico e digitale sottintendendo un significato negativo per il primo e positivo per il secondo. Analogico è sinonimo di vecchio, obsoleto, mentre digitale è tutto ciò che è moderno, preciso e impregnato ti tecnologia.<br />
Cercheremo di spiegare in modo semplice il significato di questi termini per vederli in una prospettiva più ampia.<br />
<span id="more-7"></span></p>
<p><strong>Esempi comuni</strong></p>
<p>Pensando a oggetti &#8216;analogici&#8217; vengono subito in mente la televisione, la radio, le musicassette, i dischi in vinile e ingenerale tutte le vecchie apparecchiature e i supporti di memorizzazione per contenuti audiovisivi. L&#8217;esempio è sicuramente corretto e rende ancora più facile confrontare il vecchio e il nuovo. Basti pensare ai CD che hanno sostituito le musicassette e i vinili, i DVD le VHS, la tv digitale (satellitare e terrestre) la televisione tradizionale, le fotocamere digitali le tradizionali macchine fotografiche, e l&#8217;elenco potrebbe continuare.<br />
Ecco quindi individuati anche i corrispondenti &#8216;digitali&#8217;, più performanti, più facili da usare (non sempre), dalle sempre maggiori possibilità di impiego, espansione, interconnessione. Questo non lo si può negare ma analogico e digitale significa solo questo?</p>
<p><strong>Definizione e origine dei termini</strong></p>
<p>esempio di segnale analogico<br />
<a href="http://www.infundibolo.org/wp-content/uploads/2007/02/analogico.gif" title="esempio segnale analogico"><img src="http://www.infundibolo.org/wp-content/uploads/2007/02/analogico.gif" alt="esempio segnale analogico" /></a></p>
<p>esempio di segnale digitale<br />
<a href="http://www.infundibolo.org/wp-content/uploads/2007/02/digitale.gif" title="esempio segnale digitale"><img src="http://www.infundibolo.org/wp-content/uploads/2007/02/digitale.gif" alt="esempio segnale digitale" /></a></p>
<p>Per rendere più immediata la comprensione prendiamo come riferimento dell&#8217;analogico un orologio a pendolo e del digitale un orologio digitale appunto che segnano ore e minuti.<br />
Possiamo pensare a analogico come analogo: analogo al mondo reale. In uno strumento analogico la grandezza misurata è rappresentata per analogia con una certa disposizione dei componenti dello strumento. Così in un orologio analogico, l&#8217;ora è rappresentata dall&#8217;angolo descritto dalla lancetta corta rispetto a una posizione di riferimento, corrispondente alle ore 12. Si può notare inoltre che la lancetta compie un movimento costante e continuo nel passare da un riferimento ad un altro.<br />
Il termine digitale ha origine da digit, dito: il primo strumento utilizzato per contare. Ha quindi uno stretto legame con la numerazione. In uno strumento digitale la grandezza misurata è rappresentata da un valore numerico. Le cifre che compongono il numero definiscono la precisione dello strumento, così il nostro orologio è preciso &#8216;al minuto&#8217;. Può segnare 14 minuti oppure 15, ma tra 14 e 15 c&#8217;è un salto, per questo il segnale digitale viene anche detto discreto: esso può assumere un solo valore possibile tra una gamma limitata. Naturalmente il nostro orologio può essere più preciso se segna anche i secondi, i centesimi, ecc, ma il funzionamento è sempre lo stesso: un numero, o un altro, niente vie di mezzo. Solitamente il segnale fatto di numeri viene codificato in formato binario anziché nel solito decimale e questo semplifica molto la trasmissione e l&#8217;elaborazione dei dati in quanto esistono solo due stati (l&#8217;1 e lo 0) invece che dieci.<br />
In questo caso quello che viene registrato è un&#8217;astrazione del segnale reale. La codificazione digitale fu inventata per ovviare ai disturbi che spesso corrompevano i segnali elettromagnetici. Questo rappresenta il grande vantaggio del segnale digitale, essendoci una netta distinzione tra 1 e 0, aperto e chiuso, acceso e spento, non c&#8217;è il rischio che una lieve modifica del segnale deteriori i contenuti.</p>
<p><strong>Altri esempi</strong></p>
<p>Abbiamo visto poco sopra dei dispositivi tipicamente analogici e altri tipicamente digitali, ma ce ne sono molti altri.<br />
Riguardo al digitale possiamo citare in primo luogo il computer in tutte le sue varianti, dalla calcolatrice tascabile al mainframe, che fa del digitale il cuore e la base su cui si fondano tutte le sue applicazioni. Uno stretto parente dei computer, internet trasmette dati digitali, e poi le carte di credito, i telefoni cellulari, le linee telefoniche terrestri (ISDN, ADSL), i chip elettronici che regolano il funzionamento delle automobili, sembra che diventeranno digitali anche gli elettrodomestici quando ci ritroveremo il frigorifero &#8216;intelligente&#8217; che ordinerà da solo il latte quando è finito.<br />
Analogico invece è tutto quello che non è digitale, quello c&#8217;era prima di essere sostituito o quello che non è mai stato sostituito: il tachimetro dell&#8217;automobile, il calibro ventesimale, il ferro da stiro, non è possibile fare un elenco esauriente ma senz&#8217;altro si può citare un&#8217;altra &#8216;cosa&#8217; che funziona secondo una logica analogica. E&#8217; il cervello umano.<br />
Calcola, percepisce, confronta, decide, comanda, interagisce. E&#8217; un dispositivo analogico che funziona secondo le regole biologiche, i suoi punti di forza sono adattabilità, flessibilità, creatività, ricchezza di risorse, mentre a volte pecca per imprecisione, disordinatezza, distrazione.</p>
<p><strong>Vecchio e nuovo?</strong></p>
<p>Il digitale è recente e in molti campi ha sostituito l&#8217;analogico. Questo significa che prima o poi tutto diventerà digitale? L&#8217;analogico è vecchio e non ha futuro? Il cervello verrà dunque sconfitto dal computer?</p>
<p><strong>Cervello e computer</strong></p>
<p>Le persone sono eccellenti nella percezione, nella creatività, nella capacità di andare oltre i dati immediati, di cercare il senso di avvenimenti caotici. Queste abilità ci consentono di anticipare e prevedere gli eventi, per poter fronteggiare il mondo circostante. Contemporaneamente siamo approssimativi, puntiamo all&#8217;essenza delle cose e possiamo tranquillamente commettere errori eseguendo azioni soprappensiero o incappare in un lapsus.<br />
Il cervello compie molte operazioni complesse che richiedono tempo e non sono esenti da errori, l&#8217;affidabilità viene mantenuta con una massiccia ridondanza e una buona tolleranza degli errori.<br />
I computer sono costituiti da una moltitudine di componenti semplici e veloci che eseguono operazioni secondo la logica binaria in modo rapido e coerente. Gli errori non sono ammessi. la potenza dei computer è dovuta alla notevole velocità di esecuzione delle operazioni semplici.<br />
I computer sono in grado di svolgere una gran mole di lavoro anche quando si tratta ripetere articolati algoritmi per migliaia o milioni di volte. La precisione del loro lavoro è assoluta, ma strettamente dipendente dalle istruzioni (il programma).<br />
Da questa differenza basilare nasce spesso il disagio dell&#8217;uomo, essere analogico, che si sente intrappolato fra le tecnologie digitali a volte dal comportamento incomprensibile. Tendiamo quindi a realizzare computer più simili all&#8217;uomo: il sogno dell&#8217;intelligenza artificiale che simula quella umana; oppure costringiamo gli uomini ad essere più simili a computer: i progettisti determinano le esigenze della tecnologia e impongono alle persone di adeguarvisi.</p>
<p><strong>La risposta finale</strong></p>
<p><em>persone</em> (analogiche):<br />
vaghe; disorganizzate; soggette alle distrazioni; emotive; illogiche; creative; tolleranti; attente al cambiamento; ricche di risorse</p>
<p><em>macchine</em> (digitali):<br />
precise; ordinate; non soggette alle distrazioni; non emotive; logiche; prevedibili; rigide; insensibili al cambiamento; prive di immaginazione</p>
<p>Questi due mondi sono fondamentalmente diversi ma non necessariamente contrapposti. Si può notare anzi come alle carenze del funzionamento analogico pone rimedio il digitale e viceversa.<br />
E&#8217; positivo che un computer non operi come un cervello. Possiamo così considerare un problema, ponderare la migliore strada per giungere alla soluzione, e quando è necessario ci affidiamo volentieri ad una calcolatrice se dobbiamo fare calcoli complessi, confidando nella precisione del risultato. Un lavoro in simbiosi permette di raggiungere risultati migliori.<br />
E&#8217; bene dunque fare tesoro delle differenze, non escludiamo quindi ne analogico ne digitale ma utilizziamo quello più adeguato. Facciamo però attenzione ad integrare digitale (le macchine moderne) con analogico (il mondo umano) attraverso interfacce usabili e non con ostacoli che creino nell&#8217;utilizzatore un senso di frustrazione e rifiuto nei confronti della tecnologia</p>
<p><em>quest&#8217;articolo è stato scritto in parte ispirandosi al capitolo settimo di &#8220;Il computer invisibile&#8221; di Donald A. Norman che ti invito a leggere.</em><br />
[D. A. Norman, " <em>Il Computer invisibile</em> ", Apogeo, 2000, Milano]</p>


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