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	<title>Infundibolo &#187; teoria</title>
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		<title>Design Thinking &#8211; un metodo per il progetto</title>
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		<pubDate>Tue, 19 May 2009 17:40:32 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Tra qualche giorno 4P1B dovrà presentare il proprio lavoro all&#8217;interno dell&#8217;iniziativa Vitamina D alla Design Library. Per questa serata abbiamo scelto di fare una presentazione che non contenga solamente immagini di progetti realizzati ma che parli della metodologia progettuale che lo studio segue.
Come è scritto sul sito di 4P1B la parola design non dovrebbe servire [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Tra qualche giorno <a href="http://www.4p1b.com">4P1B</a> dovrà presentare il proprio lavoro all&#8217;interno dell&#8217;iniziativa Vitamina D alla Design Library. Per questa serata abbiamo scelto di fare una presentazione che non contenga solamente immagini di progetti realizzati ma che parli della metodologia progettuale che lo studio segue.<br />
Come è scritto sul sito di 4P1B la parola design non dovrebbe servire per indicare un prodotto ma per descrivere un processo e quindi dal momento che dobbiamo parlare del nostro modo di fare design non possiamo non parlare del processo.</p>
<p>Questa introduzione mi è servita semplicemente per dire che mi sono ritrovato in questi ultimi giorni a cercare di preparare un spiegazione sintetica e chiara di cosa sia il Design Thinking e del perchè all&#8217;interno di 4P1B abbiamo deciso di adottare questo modo di lavorare.</p>
<p>Per spiegare perchè si è deciso di adottare un metodo di lavoro particolare forse la prima cosa da fare è capire perchè c&#8217;è bisogno di un metodo.<br />
<span id="more-142"></span><br />
Quello che uno studio di design fa è sostanzialmente cercare di produrre nuove idee per risolvere problemi.<br />
Dal momento che l&#8217;unica cosa che uno studio &#8220;produce&#8221; sono delle idee è comprensibile che si cerchino delle strade per far si che questa &#8220;produzione&#8221; divenga più efficiente sia dal punto di vista<br />
quantitativo che qualitativo.(<strong>1</strong>)<br />
Molti studi, soprattutto in Italia hanno ancora una struttura con una gerarchia molto forte ed evidente. Spesso è una singola persona, il capo, quella che decide cosa fare e come farlo. I sottoposti sono certamente invitati a fare proposte ma è sempre il capo che decide.<br />
Il lavoro creativo che coinvolge più persone può essere gestito in questo modo.</p>
<p>Il difetto in questo sistema è che il processo creativo è lasciato all&#8217;impulso del singolo e che, come tutti i processi non formalizzati, sia difficilmente replicabile. Inoltre il fatto che una singola persona abbia il compito di decidere della bontà delle proposte fa si che l&#8217;obiettivo si sposti fino a diventare il compiacere il capo che dovrà decidere così da ottenere un qualche riconoscimento.  La produzione di nuove idee è per così dire affidata all&#8217;avere l&#8217;<em>ispirazione</em>. Ma come ricorda Edison il genio è per il novanta per cento <em>traspirazione</em>.</p>
<p>Battute a parte nessuno vuole dire che il processo creativo debba essere imbrigliato e trasformato in una sorta di rutine, anzi questo sarebbe il modo migliore per renderlo sterile. L&#8217;utilizzo però di alcune procedure e metodologie può aiutare a stimolare la creatività e può servire ad un gruppo di lavoro per gestire l&#8217;enorme complessità di alcuni problemi.</p>
<p>Nel corso del tempo in molti hanno studiato come funziona la creatività e quali stimoli possono favorirla.</p>
<p>Questo articolo è nato perchè ho bisogno di chiarirmi le idee io per primo e perchè solo quando cerchi di spiegare una cosa in modo semplice ti rendi conto se veramente l&#8217;hai compresa, mi piacerebbe fare un percorso e vedere dove ci porta, quello che vorrei ora è cercare di capire è come si può cercare di favorire la creatività e cosa il design thinking propone concretamente.</p>
<p> Proprio qualche settimana fa mi è capitato di leggere il divertente libro di <a href="http://bobsutton.typepad.com/">Robert Sutton</a> <em>&#8220;Idee<br />
strampalate che funzionano. Come promuovere la creatività e l&#8217;innovazione nell&#8217;ambiente di lavoro&#8221;</em> sul quale spero a breve di scrivere un articolo specifico, Sutton all&#8217;inizio del libro da una definizione di creatività che ovviamente non pretende di essere conclusiva della questione (<strong>2</strong>) ma che mi sembra fondamentalmente giusta:</p>
<blockquote><p>
<em>&#8220;I prodotti, i servizi e i concetti innovativi non nascono dal nulla. La creatività è il risultato dell&#8217;utilizzo di idee vecchie in nuovi contesti, in nuove combinazioni e secondo nuovi metodi.&#8221;</em>
</p></blockquote>
<p>Dopo questa definizione Sutton individua tre macro procedure che possono favorire la creatività: l<strong>a varianza, il Vu ja de e il rompere con il passato.</strong> </p>
<p>Per <strong>varianza</strong> si intende l&#8217;importanza che ha nel processo creativo la diversità. Quando si tenta di produrre innovazione non si fa altro che cercare un modo diverso di fare una cosa.(<strong>3</strong>)  Quindi se si hanno a disposizione persone che hanno modi di pensare diversi l&#8217;uno dall&#8217;altro, se si posseggono conoscenze in differenti ambiti e se si può accedere a conoscenze esterne,  la capacità creativa ne risulterà migliorata.<br />
Il <strong>Vu ja de</strong> non è altro che il contrario del deja vu e indica il &#8220;comportarsi come se un&#8217;esperienza fosse nuova pur avendola vissuta centinaia di volte&#8221;.(<strong>4</strong>) Questa mentalità può essere molto utile quando si cerca di trovare soluzioni creative ad un problema e in più mantiene alto l&#8217;entusiasmo per un nuovo progetto anche se l&#8217;argomento è stato trattato già innumerevoli volte.<br />
Come la varianza anche il Vu ja de non è una dote innata di cui si provvisti oppure no, ma è un modo di pensare che può essere imparato. Dal momento che non esistono protocolli rigidi da applicare il modo migliore per imparare a usare il vu ja de è fare dei tentativi attraverso dei giochi che ci obblighino a cambiare prospettiva.(<strong>5</strong>)<br />
Per <strong>rompere con il passato</strong> si intende la necessità di non guardare come le cose sono state fatte fin ora altrimenti il rischio è quello di continuare a farle nello stesso modo.</p>
<p>Esistono quindi dei principi guida che se adottati possono favorire il processo creativo all&#8217;interno di un gruppo. Quali metodi utilizzare per adottare questi principi è un altro discorso e magari in un<br />
successivo articolo potremmo cercare di trovare qualche proposta interessante. </p>
<p>Il Design Thinking non è altro che una strategia per rendere più efficiente il processo che porta alla formulazione di nuove idee quindi per aiutare la creatività. Sostanzialmente si potrebbe che dire chè è un modo per aumentare la varianza all&#8217;interno di un gruppo di lavoro, per facilitare il processo di vu ja de e per aiutare a rompere con il passato.<br />
<a href="http://designthinking.ideo.com/">Tim Brown</a> descrivendo il Design Thinking definisce quattro principi che dovrebbero starne<br />
alla base e sono: <strong>definire il problema</strong> ovvero trasformare il problema in un progetto, <strong>prendere in considerazione tutto il mondo del problema</strong> ovvero adottare una prospettiva allargata che consenta di tenere in considerazione aspetti di un problema dei quali normalmente non viene tenuto conto, <strong>rendere le proprie idee tangibili</strong> ovvero realizzare prototipi e testarli e infine <strong>narrare le proprie idee</strong> ovvero raccontarle agli altri, descriverle e cercare di far innamorare gli altri delle proprie idee.<br />
Questi principi come è evidente non sono delle fasi, il design thinking infatti non può essere considerato come un metodo lineare analitico ma è più simile ad un nuovo modo di pensare, ad una nuova cultura del progetto.<br />
Le somiglianze con il pensiero laterale o con il pensiero divergente sono evidenti, sono infatti tutte metodologie per affrontare un problema da una prospettiva differente ponendosi come obiettivo non<br />
il produrre una soluzione ma il produrre molte possibili strade per risolvere il problema avvalendosi di conoscenze diversificate.</p>
<p>Anche in questo caso esistono infiniti strumenti che possono venir applicati per favorire l&#8217;instaurazione di un vero Design Thinking, solo per fare alcuni esempi il brainstorming, le mappe mentali e molti altri.<br />
Ognuno di questi strumenti meriterebbe di essere approfondito a parte e magari piano piano potremmo provare a farlo, quello che però vorrei ancora aggiungere prima di concludere è che ci sono alcuni assiomi fondamentali di cui tener sempre conto per realizzare il design thinking e per inventarsi nuovi metodi per metterlo in pratica e sono <strong>il lavoro di gruppo, l&#8217;assenza di una gerarchia e il costruire sulle idee degli altri</strong>.(<strong>6</strong>)</p>
<p>Spero che questo articolo risulti comprensibile, a me è sicuramente servito scriverlo per chiarirmi un po&#8217; le idee e per capire fondamentalmente che: la creazione di nuove idee non deve necessariamente essere il risultato impulsivo di una singola persona e che se si vuole favorire la generazione di nuove idee all&#8217;interno di un gruppo si possono adottare delle strategie. Il design thinking è una di queste possibili strategie, un modo diverso di pensare il progetto.</p>
<blockquote><p>
1. non è molto bello il verbo produrre legato alle idee e non vorrei parlare delle idee come una merce ma sta di fatto che è questa la cosa che uno studio di design deve creare e in più il verbo produrre toglie un po&#8217; di quell&#8217;alone di magia che sempre sta intorno al processo creativo che in questo momento non servirebbe a rendere più chiaro il problema.</p>
<p>2. ammesso che si possa pensare di trovare una definizione che estingua il dibattito in merito.</p>
<p>3. mi viene in mente una bella frase di Bruno Munari in cui diceva che lui guardava una cosa e poi si domandava &#8220;si può fare diversamente?&#8221;</p>
<p>4. Robert I. Sutton <em>“Idee strampalate che funzionano, Come promuovere la creatività e l&#8217;innovazione nell&#8217;ambiente di lavoro”</em>, Elliot, Roma 2008</p>
<p>5. qui potrebbe essere divertente insieme cercare dei nuovi modi di stimolare il cambio di prospettiva. Per esempio un modo molto usato è fare i brainstorming al contrario, ovvero cercando come non dovrebbe essere un oggetto; un altro metodo che mi è capitato di usare è quello di vietare l&#8217;utilizzo del &#8220;no&#8221; e del &#8220;non&#8221; così che se uno non sia daccordo con una cosa debba trovare nuovi modi di dirlo; oppure fare delle ipotesi caricaturali dell&#8217;oggetto, con Daneel riempivamo pagine di oggetti fumettosi come passeggini lancia razzi o sedie che incorporano ghigliottine; insomma i metodi possono essere infiniti e sta al singolo gruppo sperimentare e trovare la propria strada.</p>
<p>6. questi tre principi sono poi modi per garantirsi una varianza elevata e per favorire l&#8217;adozione di prospettive nuove diverse da quelle passate.
</p></blockquote>


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		<title>non ha la testa!</title>
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		<pubDate>Thu, 14 May 2009 08:25:12 +0000</pubDate>
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Questa mattina in metropolitana vicino a me c&#8217;era una mamma con due bambini. Il più grande ad un certo punto prende il suo sacchettino pieno di Gormiti e lo mostra ad una signora che che si trovava lì vicino.
Ne estrae uno, poi un&#8217;altro, e mentre li mostra riscuote lo stupore e le domande ammirate della [...]


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<p>Questa mattina in metropolitana vicino a me c&#8217;era una mamma con due bambini. Il più grande ad un certo punto prende il suo sacchettino pieno di Gormiti e lo mostra ad una signora che che si trovava lì vicino.</p>
<p>Ne estrae uno, poi un&#8217;altro, e mentre li mostra riscuote lo stupore e le domande ammirate della sua interlocutrice. Il secondo estratto era simile (non sono sicuro se esattamente quello) a quello nell&#8217;immagine in alto&#8230;</p>
<p>&lt;&lt; <em>E questo come si chiama? &#8220;Senzatesta&#8221; ? Non ha la testa&#8230; </em>&gt;&gt; fa notare la signora.</p>
<p>Il bambino non pronuncia nessuna parola ma lo sguardo un po&#8217; perplesso e un po&#8217; pensieroso va sul modellino del Gormita e sembra dirsi:</p>
<p>&#8220;<em>Accidenti!, non me n&#8217;ero mai accorto! &#8230;e adesso come faccio? cosa le dico&#8230;</em> &#8221;</p>
<p>.</p>
<p>A parte il fatto che forse il Gormita aveva un volto molto vagamente antropomorfo, comunque molto mitetizzato nella struttura del tronco, questa scena mi ha fatto riflettere per un attimo su come una persona adulta vede una mancanza perché confronta l&#8217;oggetto con un archetipo di riferimento che si è costruito attraverso l&#8217;esperienza. Mentre il bambino accetta come normale e &#8220;giusta così&#8221; la forma che non ha (o ha in modo minore) riferimenti pregressi.</p>
<p>Non sono esperto di scienze dell&#8217;apprendimento, e non voglio addentrarmi in considerazioni che potrebbero essere troppo imprecise. Tuttavia mi stupisce sempre un po&#8217; come i bambini siano in grado di percepire con occhi nuovi e slegati da condizionamenti. Il mio desiderio è quello di preservare questa preziosa dote ( <a href="http://www.infundibolo.org/2004/12/30/creativita-cose/">utilissima</a> per un designer ) che il tempo tende ad opacizzare e a condizionare silenziosamente.</p>


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		<title>Miss/Trust</title>
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		<pubDate>Wed, 08 Apr 2009 21:46:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>simone</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Qualche sera fa, precisamente il 23 Marzo, insieme con Antonietta e Diego siamo stati alla mediateca di Santa Teresa a Milano per ascoltare Lawrence Lessig ospite dell&#8217;iniziativa Meet the Media Guru.
Non voglio qui ripercorrere la presentazione fatta da Lessig (si può rivedere qui), anche perchè non riuscirei a esprimere con la stessa semplicità e immediatezza [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Qualche sera fa, precisamente il 23 Marzo, insieme con Antonietta e Diego siamo stati alla mediateca di Santa Teresa a Milano per ascoltare <a href="http://www.lessig.org/">Lawrence Lessig</a> ospite dell&#8217;iniziativa <a href="http://www.meetthemediaguru.org/guru/">Meet the Media Guru</a>.<br />
Non voglio qui ripercorrere la presentazione fatta da Lessig (<a href="http://lessig.blip.tv/#1949528">si può rivedere qui</a>), anche perchè non riuscirei a esprimere con la stessa semplicità e immediatezza tutti i concetti trattati, vorrei provare però a raccontare i temi trattati e fare alcune riflessioni.<br />
L&#8217;argomento al centro dell&#8217;indagine di Lessig è la <strong>fiducia</strong>.<br />
La fiducia che proviamo nei confronti di una persona o di una marca dipende da molti fattori ma in generale potremmo dire che dipende dalla capacità che ha questa persona o marca di essere giusta.<br />
Certo in questo modo in realtà introduciamo un ulteriore elemento di discussione perchè il concetto di giusto non è così facile da delineare e probabilmente non è neppure il più corretto in questo contesto.<br />
Possiamo dire che la fiducia è strettamente legata alla credibilità e la credibilità dipende dall&#8217;autonomia. Cioè dalla capacità di fare delle scelte, dare dei giudizi e dei consigli in modo libero da costrizioni o pressioni di qualsiasi tipo.<br />
L&#8217;autonomia non garantisce affatto che un giudizio sia giusto ma assicura che, anche se sbagliato, sia dato in buona fede.<br />
Quando però l&#8217;autonomia viene meno si ha una perdita di fiducia, una sfiducia e la perdita di autonomia si ha quando entrano nella partita i soldi.<br />
Il discorso non è che i soldi sono il diavolo ma che i soldi nel contesto sbagliato non generano necessariamente falsità ma quasi certamente produrranno sfiducia.<br />
La differenza tra falsità e sfiducia può sembrare ovvia ma è fondamentale quindi vale la pena approfondirla leggermente,<span id="more-128"></span> facciamo un esempio: se un politico prende soldi da un&#8217;azienda e poi lo stesso politico vota una legge che in qualche modo favorisce quell&#8217;azienda (o magari più in generale il mercato dentro al quale opera quell&#8217;azienda) si genera nei confronti di quel politico una forma di sfiducia(forse l&#8217;Italia è un caso a parte) indipendentemente dalla buona fede del suo gesto.<br />
La fiducia ha un valore inestimabile che spesso fa dimenticare anche mancanze reali, un piccolo esempio citato da Lessig stesso è Wikipedia, sono numerosi gli errori che vi si possono trovare all&#8217;interno ma la sua completa indipendenza, la mancanza di sponsor e quindi di denaro fanno si che nessuno possa dire &#8220;Non credo in Wikipedia perchè è fondamentalmente tutta questione di pubblicità&#8221;.<br />
La lezione tenuta da Lessig proseguiva mostrando come, nonostante molti sostengano che il denaro non cambi i risultati ai quali la politica o la scienza giungono vi sia più di un caso in cui difronte a problemi apparentemente limpidi si è scelto di non vedere, facendo scelte chiaramente sbagliate perchè le persone chiamate a prendere le decisioni erano dipendenti da qualcuno che le aveva indirizzate verso una soluzione.<br />
<strong>La dipendenza erode la fiducia e corrompe i risultati.</strong><br />
L&#8217;obiettivo è quindi quello di ripristinare la fiducia rimuovendo le dipendenze, per fare questo c&#8217;è bisogno di una dichiarazione per l&#8217;indipendenza così che le istituzioni mantengano la loro autonomia e così da rompere l&#8217;idea che per ottenere risultati bastino i soldi.<br />
Anche perchè se si accetta che i risultati dipendano esclusivamente da i soldi che uno è in grado di usare automaticamente si accetta che la qualità di una persona e del lavoro che svolge non ha importanza o comunque ha un&#8217;importanza marginale.</p>
<p>Fino a qualche tempo fa la capacità che avevano le persone di entrare in posseso delle informazioni era molto bassa, le grandi scelte, le regole del gioco venivano redatte a nostra<br />
insaputa. Quando molte persone delegano poche persone perchè queste prendano le scelte migliori per la collettività non è detto che quei pochi continuino a cercare di ottenere la miglior cosa per tutti e soprattutto il loro potere può essere in qualche modo comprato, indirizzato.<br />
Oggi, che i problemi del sistema sono evidenti a chiunque, esiste per le persone un nuovo modo di aggregarsi, una nuova dimensione di coscienza sociale. Una nuova capacità di scambiarsi informazioni e di entrare in contatto gli uni con gli altri.<br />
Ma in che modo una persona può attivamente fare qualcosa per eliminare questa situazione?<br />
Il nostro compito è quello di iniziare una rivoluzione culturale così da minare alla radice questo sistema corrotto basato sulla dipendenza. Ma come realizzare questa rivoluzione?<br />
Lessig prosegue citando Aldous Huxley: <em>&#8220;Nei giorni prima della meccanizzazione, gli uomimni e le donne che volevano divertirsi erano costretti, anche in modo umile, a diventare artisti. Ora stanno immobili e consentono a dei professionisti di intrattenerli con l&#8217;aiuto delle macchine. E&#8217; difficile credere che una cultura artistica possa fiorire in questa atmosfera di passività&#8221;</em>.<br />
Una delle risposte è proprio la partecipazione, la creazione di contenuti, artistici e politici, il ribaltamento di questa condizione di passività.<br />
Non molto tempo fa gli strumenti a disposizione per chi volveva raggiungere un grande numero di persone con le proprie idee erano molto costosi e la selezione per accedervi era molto forte.<br />
La tecnologia che oggi abbiamo a portata di mano quotidianamente ci permette di trasformarci in creatori di cultura, la rete ci consente di non essere semplici lettori ma lettori/scrittori (proprio come sto facendo io in questo momento) e questo è alla portata di tutti. Le potenzialità che abbiamo a disposizione oggi ci permettono di creare una una nuova forma di cultura libera, indipendente, a disposizione di tutti ma soprattutto fatta da tutti. Dal lettore, al lettore/scrittore fino al lettore/scrittore partecipante. In quest&#8217;ultima distinzione sta un&#8217;altro punto fondamentale, non basta produrre cultura ma bisogna condividerla e far si che gli altri possano costruire su di essa idee nuove.</p>
<p>Un ultima riflessione la voglio fare riguardo al mondo del product design visto che è di questo che mi occupo, gli oggetti sono un&#8217;espressione della nostra cultura quindi chi li progetta è un creatore di cultura o almeno dovrebbe esserlo. Progettare significa prendersi delle responsabilità, un oggetto fatto senza la consapevolezza delle proprie possibilità e dei propri obiettivi forse non ucciderà il suo utilizzatore finale ma è in un certo senso un&#8217;occasione sprecata. Nel mondo del product certi argomenti, che nell&#8217;universo del web sono tema di dabattito quotidiano fanno fatica ad essere assorbiti ma è forse nostro compito aprire il dibattito.</p>


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		<title>Cos&#8217;è il colore</title>
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		<pubDate>Wed, 31 Oct 2007 17:39:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Daneel Olivaw</dc:creator>
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		<category><![CDATA[teoria]]></category>
		<category><![CDATA[colore]]></category>
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Vorrei proporre questo brano che mi è capitato di incontrare oggi quasi per caso navigando.
Si parla di colore, o meglio di cosa è il colore.. ma non voglio aggiungere altro per lasciarvi subito gustare la lettura di questa perla.
Il colore è un fenomeno. E&#8217; un prodotto della nostra attività cerebrale. Fuori di noi non c&#8217;è [...]


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<p>Vorrei proporre questo brano che mi è capitato di incontrare oggi quasi per caso navigando.<br />
Si parla di colore, o meglio di cosa è il colore.. ma non voglio aggiungere altro per lasciarvi subito gustare la lettura di questa perla.</p>
<blockquote><p>Il colore è un fenomeno. E&#8217; un prodotto della nostra attività cerebrale. Fuori di noi non c&#8217;è nessun colore, ma solo delle radiazioni elettromagnetiche che, interagendo con la materia, sono da noi trasformate in valutazioni cromatiche. Mi colpisce il fatto che noi giudichiamo il mondo, dal punto di vista visivo, non conoscendo il mondo, ma il suo contrario&#8230;<br />
E dunque quando nessuno li guarda i colori non esistono. Il colore entra nel mondo al mattino ed esce alla sera. il nostro sguardo è fecondatore. Possiamo anche dire così: il colore nasconde la tragedia o la catastraofe dei bordi delle cose&#8230;<br />
Il colore arricchisce notevolmente la varietà fenomenica. Ci sono culture che lo rifiutano proprio per questo, preferendogli la forma, per la sua costante oggettualità, mentre il colore è variabile, inafferrabile. Il colore è una proprietà della luce, e la luce si è sempre identificata con la vita&#8230;</p></blockquote>
<p>[ Narciso Silvestrini, <em>"I nodi del colore"</em><br />
in <span style="font-style: italic">Nodi</span> a cura di Marco Belpoliti e Jean-Michel Kantor, Marcos y Marcos, 1996, Milano ]</p>
<p><small>[ foto <a href="http://www.flickr.com/photos/muckster/64816787/in/pool-catchy/" target="_blank">http://www.flickr.com/photos/muckster/64816787/in/pool-catchy/</a> ]</small></p>


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		<title>Il futuro delle idee</title>
		<link>http://www.infundibolo.org/2005/12/20/il-futuro-delle-idee/</link>
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		<pubDate>Tue, 20 Dec 2005 16:13:47 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[teoria]]></category>
		<category><![CDATA[diritto]]></category>
		<category><![CDATA[idea]]></category>
		<category><![CDATA[licenza]]></category>

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		<description><![CDATA[Recensione di: Lawrence Lessig, The future of ideas. The fate of the commons in a connected world , New York, Random House, 2001
Articolo di : Maria Chiara Pievatolo
fonte: collegamento
In inglese il termine &#8220;free&#8221; significa sia &#8220;libero&#8221;, per esempio nel senso della libertà di parola, sia &#8220;gratuito&#8221;, per esempio nel senso di un pranzo gratis. Una [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Recensione di: Lawrence Lessig, <em>The future of ideas. The fate of the commons in a connected world </em>, New York, Random House, 2001</strong></p>
<p id="boxSX"><span class="piccolo">Articolo di : <strong>Maria Chiara Pievatolo<br />
</strong>fonte: <a href="http://bfp.sp.unipi.it/rec/lessig.htm">collegamento</a></span></p>
<p>In inglese il termine &#8220;free&#8221; significa sia &#8220;libero&#8221;, per esempio nel senso della libertà di parola, sia &#8220;gratuito&#8221;, per esempio nel senso di un pranzo gratis. Una democrazia che conviva con una economia fondata sulla proprietà privata può promuovere la libertà di parola e, nello stesso tempo, rifiutare la gratuità dei pranzi. Ma che cosa succederebbe se questa stessa democrazia assimilasse la libertà nel suo significato politico e morale alla gratuità, e prendesse a combattere ogni libertà come una lesione alla proprietà privata? Potrebbe una democrazia sostenersi sul principio che la libertà è un furto?<span id="more-60"></span></p>
<p>L&#8217;autore di The Future of Ideas, Lawrence Lessig, non è un filosofo politico, bensì uno studioso di diritto. Il suo testo si occupa di un problema &#8220;tecnico&#8221;: l&#8217;impatto sulla libertà, nella rete e sulla rete, dell&#8217;inasprimento del regime della proprietà intellettuale e delle sanzioni destinate a proteggerla. Chi si è rassegnato a vivere in una &#8220;gabbia d&#8217;acciaio&#8221; e a subire le decisioni tecniche come incontrollabili ed estranee, o a scagliarsi genericamente contro &#8220;la tecnica&#8221;, può non essere consapevole del fatto che scelte tecniche determinate condizionano il modo di condivisione e trasmissione del pensiero, e dunque il mondo stesso della conoscenza. E&#8217;, d&#8217;altra parte, difficilmente comprensibile come una filosofia che non intenda più se stessa in quanto sapere in un orizzonte universale ed eterno, bensì come presentazione di ciò che è attuale o alla moda, possa essere indifferente a questioni tecniche &#8211; giuridiche e informatiche &#8211; la cui soluzione può influenzare fortemente il futuro delle nostre idee e delle nostre comunità politiche.</p>
<p>The Future of Ideas affronta quattro temi:</p>
<ol>
<li> la nozione di commons (bene collettivo) e la sua ratio entro un sistema che contiene forme di proprietà privata;</li>
<li> la possibilità di intendere il mondo delle idee come soggetto a un regime di commons e la giustificabilità, entro tale prospettiva, della proprietà intellettuale;</li>
<li> il carattere di commons dell&#8217;Internet originaria e l&#8217;architettura di rete che l&#8217;ha resa possibile come tale</li>
<li> il processo di privatizzazione di questo commons a causa di un inasprimento senza precedenti del regime proprietario dell&#8217;informazione.</li>
</ol>
<h5><em>1. Commons </em></h5>
<p>Per commons si intende un bene detenuto in comune, per il godimento da parte di una quantità di persone: è dunque liberamente accessibile (free) per queste persone, nel senso che ciascuna ne ha titolo senza dover chiedere il permesso ad altri. Esempi di commons possono essere le strade pubbliche, le idee e le teorie scientifiche nonché i testi che sono diventati di pubblico dominio dopo la scadenza dei diritti d&#8217;autore. In tutti questi casi non c&#8217;è nessun soggetto che abbia titolo ad esercitare una componente fondamentale del diritto di proprietà, cioè stabilire se e come rendere la risorsa disponibile ad altri.</p>
<p>La tradizione ha riconosciuto come commons sia risorse il cui uso non è competitivo, sia risorse soggette a un uso competitivo. Una teoria scientifica è un commons non competitivo, perché chiunque può apprenderla senza che nessun altro sia depauperato nel suo patrimonio di conoscenze. Una strada o un pascolo sono commons competitivi, perché un loro uso incontrollato li deteriora e li impoverisce: la strada può essere congestionata da ingorghi, il pascolo può esaurirsi se ciascun pastore persegue la strategia, razionale rispetto all&#8217;utilità individuale, di aumentare il più possibile il numero di capi del suo gregge, che si nutre sul terreno comune.</p>
<p>Tuttavia, il carattere competitivo dell&#8217;uso di una risorsa non è di per sé un motivo sufficiente ad escluderla dal novero delle cose che possono entrare in un regime di commons , dal momento che le comunità possono adottare regole che governino l&#8217;uso di un bene collettivo. La competitività o no dell&#8217;uso di un bene, invece, fa sì che siano diversi i problemi derivanti, per la società, dal suo carattere collettivo:</p>
<p>* se il bene non è competitivo, si pone solo il problema di come incentivarne la produzione</p>
<p>* se il bene è competitivo, si aggiunge a questo il problema di regolare la distribuzione del suo consumo (pp. 19-23).</p>
<p>Perché una società che non mette in discussione la proprietà privata dovrebbe permettere che alcune risorse rimangano in un regime di commons? In un&#8217;epoca in cui si tende a dare per scontato che il mondo sia amministrato nel modo migliore se viene suddiviso fra proprietari privati, una sorta di cecità culturale fa dimenticare che la tradizione giuridica statunitense giustifica i commons quando le risorse sono fisicamente esposte ad essere monopolizzate e quando l&#8217;essere usate da un numero indefinito e illimitato di persone non diminuisce, bensì aumenta il loro valore. Per esempio una strada su cui si possono affacciare negozi e affiggere manifesti con la certezza che saranno visti da moltissimi passanti, è valorizzata dal fatto di essere pubblica (pp. 86-87). Se la strada appartenesse a un privato il quale limitasse la circolazione a suo arbitrio, l&#8217;accessibilità a negozi e manifesti verrebbe meno e si perderebbe, così, gran parte del suo valore &#8211; che dipende, in questo caso, dal semplice fatto di essere frequentata e liberamente percorribile.</p>
<p>Da questo argomento, Lessig desume un principio generale: quando l&#8217;uso di un bene è poco chiaro, nel senso che non è connesso univocamente a un fine, allora, da una prospettiva sociale, può essere preferibile trattarlo come collettivo, perché sia esposto alla sperimentazione di un gran numero di ingegni. In questo caso, infatti, un proprietario vincolerebbe il bene, con tutte le sue potenzialità ignote, al suo limitato intendimento e al suo interesse privato. Se invece l&#8217;uso di una risorsa è chiaro, il nostro obiettivo è semplicemente assicurarne la disponibilità per l&#8217;uso maggiore e migliore: in questo caso, conviene affidarla a un proprietario, interessato a massimizzare il reddito che ne ricava (pp. 88-89).</p>
<p>Lessig, in virtù della sua nazionalità e della professione, presenta questo argomento in un ambito particolare, quello della rete: in questo caso è chiaro che la sua pubblicità l&#8217;ha resa aperta ad usi imprevedibili ai suoi progettisti originari, come la pubblicazione distribuita del World Wide Web. Ma, da un punto di vista filosofico, il principio di Lessig può indurre a chiedere se esistano davvero beni che &#8220;hanno&#8221; un uso &#8220;chiaro&#8221;, come se la loro finalità fosse scritta, per così dire, nella loro carta di identità &#8211; se non diamo indebitamente per scontato un orizzonte di valori e di tecnologie condivise. Per esempio, l&#8217;uso industriale del codice genetico e dunque il suo carattere proprietario è &#8220;chiaro&#8221; per le multinazionali statunitensi, ma assai meno per chi lo contesta &#8211; tanto che la soluzione del problema della sua destinazione richiederebbe una più profonda riflessione filosofica e politica. Se è solo lo stato dell&#8217;arte e la sua percezione sociale a giustificare la proprietà privata di un bene, allora ogni forma di proprietà privata va intesa come provvisoria e, potenzialmente, residuale.</p>
<p>Giustificare la proprietà privata come caso residuale e provvisorio, in relazione allo stato dell&#8217;arte e alle scelte politiche, significa spostarsi da una prospettiva lockeana a una prospettiva platonica. Locke legittima la proprietà privata sulla base dell&#8217;acquisizione con il lavoro, il quale dunque dà titolo a fare scelte sovrane anche sull&#8217;uso della risorsa. Platone, nella Repubblica, la tratta come qualcosa di circoscritto a un solo gruppo, quello degli &#8220;artigiani&#8221; e la giustifica sulla base della specializzazione tecnica e della funzionalità sociale, tenendola fuori da tutto ciò che ha a che vedere con la politica e con la conoscenza. Passare dalla tradizione liberale di Locke all&#8217;egemonia filosofica di Platone sarebbe una rivoluzione di non piccolo momento &#8211; se la nostra tradizione fosse esclusivamente liberale, e non anche democratica.</p>
<p>La tradizione democratica è il terreno più solido per opporsi al sistema del controllo proprietario:</p>
<p>Perché non vendiamo semplicemente il diritto di governare al miglior offerente? (I cinici diranno che in effetti lo abbiamo sempre fatto. Forse, ma sto parlando formalmente) Perché non abbiamo un sistema in cui mettiamo all&#8217;asta il diritto di controllare il governo come diritto di proprietà permanente? (p. 82)</p>
<p>Lessig risponde prendendo ispirazione da Spheres of Justice, di Michael Walzer: nella &#8220;nostra&#8221; società i contanti non sono l&#8217;unico valore, ma ne esistono anche altri diversi e indipendenti &#8211; come l&#8217;autogoverno democratico. Questo, per il momento, può essere un argomento politicamente convincente. il suo solo limite, dal punto di vista speculativo, è la sua provvisorietà: Walzer, in Spheres of Justice, sceglie esplicitamente di &#8220;restare nella caverna &#8220;, interpretando i significati che tutti hanno in comune. Ma lo ombre &#8211; cioè le intuizioni condivise &#8211; sono molto mutevoli, soprattutto se a controllare le proiezioni ci sono le grandi concentrazioni mediatiche e i potentissimi sostenitori di una destinazione proprietaria dell&#8217;informazione di cui lo stesso Lessig parla con grande preoccupazione (pp. 117-119).</p>
<h5><em>2. Il mondo delle idee </em></h5>
</p>
<p class="grande">Secondo Lessig, ci sono buone ragioni per mantenere alcuni tipi di beni in un regime di commons . Il carattere collettivo si addice in modo paradigmatico alle entità del mondo delle idee. Lo scrisse molto chiaramente Jefferson, in armonia con la tradizione dell&#8217;Illuminismo, in una lettera a Isaac MacPherson del 13 agosto 1813 : le idee sono di proprietà esclusiva di chi le ha pensate solo finché non le rivela in pubblico. Ma, una volta rese pubbliche, possono essere possedute da tutti, senza privare di nulla il loro primo autore. &#8221; <strong>Chi riceve un&#8217;idea da me, riceve egli stesso istruzione senza diminuire la mia; come chi accende il suo lume al mio riceve luce senza oscurare me. </strong>&#8221; Per questo, le idee devono diffondersi liberamente nel mondo, per istruire e migliorare gli uomini, e le invenzioni non possono essere soggette a proprietà privata (pp. 94-95).</p>
<p class="grande">In questo spirito, la costituzione americana permette solo una forma limitata di proprietà intellettuale &#8220;To promote the progress of science and useful arts, by securing for limited times to authors and inventors the exclusive right to their respective writings and discoveries&#8221; (a1.Section 8). Il periodo di validità della proprietà intellettuale è limitato, perché le idee appartengono, per loro natura, al pubblico: diritti esclusivi temporanei possono essere giustificati solo limitatamente al fine di incentivare gli autori alla produzione creativa (p. 97).</p>
<p>La prima legge americana sul copyright lo attribuiva agli autori di &#8220;mappe, carte e libri&#8221;, ma solo a condizione che facessero una registrazione presso un ufficio apposito. Il copyright durava originariamente quattordici anni, ed era rinnovabile ad altri quattordici solo se l&#8217;autore, ancora vivo, ne avesse fatto esplicita richiesta. Traduzioni e opere derivate erano libere e l&#8217;onere della registrazione faceva sì che molte opere fossero fuori copyright semplicemente perché l&#8217;autore aveva preferito non sottoporvisi. Oggi il copyright , negli Stati Uniti, è automatico, dura per settanta anni dalla morte dell&#8217;autore, e si estende su ogni atto creativo prodotto su un medium tangibile e anche su traduzioni ed opere derivate (pp. 105-107). Sono fuori dalla sua portata solo i fatti storici e il cosiddetto fair use, che comporta la possibilità di citare piccole parti del lavoro a fini didattici e scientifici (pp. 104-109). Il controllo proprietario sull&#8217;informazione non è mai stato così aspro e intenso.</p>
<p>Lessig ritiene che l&#8217;attuale legislazione sul copyright sia incostituzionale: la ratio costituzionale del copyright è incentivare economicamente gli autori alla produttività. Ma è ridicolo pensare che qualcuno scriva un libro, oggi, solo perché e se ha la garanzia che qualche sconosciuto del XXII secolo ne potrà trarre guadagno (p. 252). Il vero, ancorché incostituzionale, motivo dell&#8217;estensione è l&#8217;interesse al controllo e allo sfruttamento industriale dell&#8217;informazione (p. 107).</p>
<p class="grande">Il controllo dell&#8217;informazione per il suo sfruttamento industriale è un incentivo alla creatività? Se consideriamo che <strong>ogni nuova idea si fonda sul confronto con le idee altrui e che per questo nessuna idea è veramente e completamente nuova </strong> (p. 204), possiamo sospettare che il controllo proprietario, in quanto limita l&#8217;accesso, la distribuzione e l&#8217;uso di informazione, impoverisca il mondo delle idee, pur arricchendo una piccola minoranza. Le idee non si consumano ad essere pensate e divulgate; si esauriscono, piuttosto, se vengono tenute nascoste e censurate &#8211; per motivi politici o anche economici.</p>
<h5><em>3. La rete come commons </em></h5>
<p>Secondo il giurista e teorico della comunicazione Y. Benkler, un sistema di comunicazione può essere pensato come suddiviso in tre strati o layers:</p>
<ul>
<li> lo strato fisico: il mezzo fisico su cui la comunicazione viaggia (nel caso della rete, i cavi e i calcolatori)</li>
<li> lo strato logico o del codice: il codice che fa funzionare gli strumenti fisici (nel caso della rete, i protocolli e i programmi che ci permettono di usarli)</li>
<li> lo strato del contenuto</li>
</ul>
<p>Ciascuno di questi tre strati può essere libero o controllato. Si va così dallo Speakers&#8217; Corner , ove tutti gli strati sono liberi, fino alla TV via cavo, ove sono tutti controllati, passando per il modello dell&#8217;auditorium, ove è soggetto a controllo solo l&#8217;accesso fisico, e per quello del telefono, ove solo i contenuti sono liberi (pp. 23-24). L&#8217;Internet, come l&#8217;abbiamo conosciuta finora, è controllata nello strato fisico e, per lo più, nello strato del contenuto, ma il suo codice è libero.</p>
<p>Negli anni &#8216;60 dello scorso secolo ci si rese conto che il sistema telefonico stutunitense non avrebbe potuto resistere a un attacco nucleare, perché era centralizzato e privo di metodi di ridondanza efficaci. Si cominciò allora a pensare a un tipo di interconnessione diversa, a pacchetti anziché a circuito. Il circuito comporta una connessione univoca fra un punto e un altro, dalla quale dipende interamente la possibilità della comunicazione. I pacchetti permettono di dividere ciò che deve essere trasmesso in una serie di frammenti, ciascuno dei quali fluisce indipendentemente attraverso percorsi in una rete, per ricongiungersi agli altri solo al punto di arrivo (p. 31).</p>
<p>Ma l&#8217;aspetto decisivo è il luogo in cui, nella rete, si colloca l&#8217;&#8221;intelligenza&#8221;, ovvero l&#8217;elaborazione dell&#8217;informazione. Pensiamo, per chiarezza, a un arcaico sistema telefonico a commutazione meccanica manuale. In questo sistema, se voglio raggiungere, da Pisa, un apparecchio di Livorno, devo chiamare il centralino, ove la telefonista mi mette in contatto coll&#8217;abbonato richiesto. L&#8217;intelligenza &#8211; ciò che è in grado di indirizzare il mio messaggio proprio dove desidero che vada &#8211; è nella mente e nella mano della telefonista, che decifra la mia richiesta e mi connette correttamente, è, cioè, &#8220;nella&#8221; rete telefonica, al suo centro. Per mettere fuori uso un simile sistema, è sufficiente bloccare la telefonista.</p>
<p>In Internet le cose non stanno così: la sua struttura end-to-end fa sì che l&#8217;elaborazione dell&#8217;informazione non sia posta nel cuore della rete, ma alle sue periferie. Se la rete è &#8220;stupida&#8221; ma ogni terminale è in grado di fare da &#8220;telefonista&#8221; di se stesso, la comunicazione diventerà difficile o impossibile solo quando una parte rilevante dei cavi e dei terminali sarà stata messa fuori uso. I nodi intermedi nella rete, in questo caso, svolgono solo funzioni semplici, con protocolli semplici e di pubblico dominio, mentre le operazioni conplesse sono riservate ai terminali (p. 34).</p>
<p>Fra le architetture dei due sistemi c&#8217;è una differenza non solo tecnica, ma anche politica, se è vero, come dice Mitch Kapor, cofondatore della Electronic Frontier Foundation, che &#8220;l&#8217;architettura è politica &#8221; (p. 35): la telefonista del nostro esempio &#8211; o, più realisticamente, una concentrazione mediatica che occupa una analoga posizione strategica -, ha il pregio di essere &#8220;intelligente&#8221;. Ma potrebbe anche essere, proprio in virtù di questo suo pregio e della sua funzione, avida, invadente, pettegola, censoria. Potrebbe per esempio raccontare tutte le nostre telefonate alla polizia, oppure intercalarle con slogan pubblicitari, oppure proibirci di leggere al telefono un brano sotto copyright, o rifiutarsi di collegare numeri pisani a numeri livornesi per sue personali questioni di campanile. Di contro, in Internet, tutti possono usare il protocollo della rete, che è di pubblico dominio, tutti, dunque, essendo telefonisti di se stessi, possono elaborare l&#8217;informazione come vogliono, spedirla dove e come vogliono, e, soprattutto, far interagire con la rete i programmi che preferiscono. Come spiega molto chiaramente la RFC 1958: &#8220;the goal is connectivity, the tool is the Internet Protocol, and the intelligence is end to end rather than hidden in the network&#8221;.</p>
<p>Questo fa sì che Internet sia un ambiente molto favorevole all&#8217;innovazione:</p>
<ul>
<li> poiché i programmi girano su calcolatori alla periferia della rete, innovatori con nuovi programmi non devono far altro che connettere i computer alla rete per farli funzionare, senza aver bisogno di mutamenti &#8211; e dei relativi permessi &#8211; entro la struttura della rete;</li>
<li> poiché l&#8217;architettura non è ottimizzata per nessuna applicazione particolare, la rete è aperta a innovazioni per le quali non era stata originariamente pensata;</li>
<li> per il suo carattere di piattaforma neutrale, la rete non può discriminare i progetti innovativi (pp. 36-37).</li>
</ul>
<p>Il codice che in rete assicura la connettività, il TCP/IP, è libero: ciò significa che questo ambito può essere inteso come un commons aperto, il quale aumenta il valore dello spazio controllato che si interfaccia con essa (p.48): un computer, oggetto di proprietà privata, una volta connesso in rete, diventa uno strumento molto più interessante e ricco di possibilità. E, contrariamente a quando si tende a credere, il carattere di commons non fa della rete un ambiente sregolato, esposto all&#8217;abuso e dunque all&#8217;impoverimento: ci sono regole consuetudinarie, come quelle che proibiscono lo spamming su Usenet e altrove, ma, soprattutto, e tipicamente, la tecnologia è in grado di governare l&#8217;uso delle risorse comuni in modo tale da non esaurirle (p. 96) e, anzi, da incentivarne l&#8217;accrescimento. Per esempio, un libro cartaceo in una biblioteca pubblica deve essere letto a turno ed è esposto all&#8217;usura, mentre un documento digitalizzato e messo in rete è indefinitamente copiabile.</p>
<p>Un chiaro esempio di bene valorizzato dal suo statuto di commons è il software libero protetto da licenza GNU-GPL . Questo tipo di licenza garantisce la libertà del software in questi quattro sensi:</p>
<ul>
<li> il software è liberamente eseguibile</li>
<li> il software può essere liberamente studiato e rielaborato per le proprie esigenze, e dunque il codice sorgente deve essere liberamente disponibile</li>
<li> il software può essere liberamente copiato e distribuito</li>
<li> il programma può essere migliorato e i suoi miglioramenti sono liberamente distribuibili</li>
</ul>
<p>(v. <a href="http://www.pluto.linux.it/ildp/AppuntiLinux/a211.html#title45">http://www.pluto.linux.it/ildp/AppuntiLinux/a211.html#title45</a>)</p>
<p>La conservazione di questa libertà richiede che venga impedita la &#8220;privatizzazione&#8221; del codice, che avrebbe luogo se qualcuno si impadronisse di un programma, lo compilasse e lo distribuisse come software proprietario, sottraendolo alla pubblicità. Questo sarebbe inevitabile se il software libero non fosse un bene collettivo, ma una res nullius , esposta alla acquisizione da parte di chiunque. La licenza GNU-GPL si vale di una combinazione fra diritto d&#8217;autore e diritto contrattuale, per obbligare chi ridistribuisce il software protetto, originale o modificato, a passarlo ad altri con le medesime garanzie di libertà con cui l&#8217;ha ricevuto. Il software libero protetto dalla GPL rimane nell&#8217;ambito della pubblicità, che è vantaggiosa sia per chi lo scrive, sia per chi lo usa. Chi lo scrive può contare sulla cooperazione di una comunità non concorrenziale di sviluppatori, che fa immediatamente circolare ogni scoperta di difetti e di possibili miglioramenti; chi lo usa, proprio per questo motivo, non rimane ostaggio degli errori di programmazione e del codice strategico eventualmente inserito a servizio degli interessi del produttore. Se la Microsoft non avesse controllato il suo codice, non avrebbe potuto attuare la strategia di incorporare Internet Explorer in Windows: sarebbero subito fiorite altre versioni del sistema prive dell&#8217;ingombrante browser (pp. 54-67) e niente avrebbe potuto obbligare gli utenti ad accettare sul proprio computer un programma non desiderato. Chi, infine, vende hardware trae vantaggio dal carattere di commons del codice, perché può rendere più appetibili e meno costose le sue macchine con del software meno costoso, autonomamente innovabile, e sostanzialmente migliore, perché sviluppato e discusso in maniera trasparente. La discussione si svolge nell&#8217;ambito che Kant avrebbe detto dell&#8217;uso pubblico della ragione, le cui dimensioni, grazie all&#8217;interconnessione, sono divenute virtualmente cosmopolitiche. Il software, esattamente come la filosofia, è conoscenza e informazione.</p>
<p>Come scrive Alan Cox, difendendo Linux ed il valore del software libero contro un attacco della Microsoft:</p>
<p>I grandi salti dell&#8217;età del computer hanno avuto luogo, in maggioranza, a dispetto piuttosto che in virtù dei diritti di proprietà intellettuale . Prima dell&#8217;Internet i protocolli di rete proprietari dividevano i clienti, li rinchiudevano negli spazi dei loro fornitori, e li costringevano a scambiare la maggior parte dei dati su nastro. Il potere della rete non fu sprigionato dai diritti di proprietà intellettuale. Fu sprigionato dalla libera e aperta innovazione condivisa fra tutti (p. 57).</p>
<h5><em>4. I padroni del discorso </em></h5>
<p>Internet è cresciuta grazie alla libertà dell&#8217;informazione nello strato del codice, che l&#8217;ha trasformata in un ambito aperto a un uso pubblico della ragione virtualmente cosmopolitico. Abbiamo a che fare con un commons di nuovo genere, in controtendenza rispetto allo spirito dei tempi e al loro intendere le persone e i diritti sulla base del paradigma della proprietà privata. Per questo, lo scontro con le concentrazioni mediatiche che traggono lucro dalla proprietà intellettuale appare inevitabile.</p>
<p>Prima e fuori dalla rete, si potevano registrare dischi, prestare libri, esporre poster senza preoccuparsi del copyright , sia perché alcune di queste attività sono perfettamente lecite, sia perché le eventuali violazioni sono difficilmente controllabili, in quanto richiederebbero una sorveglianza capillare nella sfera privata di un gran numero di persone. Ma se trasformo la musica di un CD che ho comprato in MP3, o digitalizzo un libro che mi è piaciuto, o riproduco un articolo che ho letto e che vorrei sottoporre a discussione, e li metto su una pagina web per condividerli con i miei amici, la situazione sembra diversa, anche se non sto facendo nulla di diverso: io divento una violatrice del diritto d&#8217;autore. E&#8217; vero &#8211; dice Lessig &#8211; che alla mia pagina potrebbero accedere milioni di persone, ma la pubblicazione sul web è talmente polverizzata che la possibilità reale che questo avvenga è molto scarsa. Probabilmente, le persone che visitano la mia pagina non sono di più di quelli che prendono in prestito i miei libri cartacei. Ma la pagina web è molto più controllabile, tramite bots e programmi che scansionano la rete alla ricerca di materiale sotto copyright: il cyberspazio non diminuisce, bensì aumenta il potere dei detentori dei diritti (pp. 181-182).</p>
<p>Lessig racconta il caso di OLGA , un archivio di spartiti di musica per chitarra messo insieme con i contributi degli appassionati, senza fine di lucro, e ripetutamente costretto a chiudere a causa delle minacce di grandi case discografiche, che accampavano generiche accuse di violazione del diritto d&#8217;autore. I provider sono di solito molto veloci a cancellare i siti che vengono fatti oggetto di accuse di questo genere &#8211; e quasi sempre i contendenti sono un singolo, da una parte, e una multinazionale, dalll&#8217;altra -. &#8220;Il controllo del copyright [è] fuori controllo&#8221; (p. 183). Questo ha delle conseguenze politiche e culturali efficacemente illustrate dalla casistica presentata da Lessig.</p>
<p>CPHack: Cyber Patrol è un programma della famiglia dei cosiddetti censorware , che bloccano selettivamente l&#8217;accesso a siti web il cui contenuto è ritenuto non adatto a minori. Spesso, la selezione operata da questi programmi è stata considerata discutibile, perché è capitato che fra i siti bloccati ci fossero pagine del tutto innocenti, o ree solo di opporsi alla tecnologia del censorware, o connesse ad opinioni politiche sgradite ai produttori dei programmi stessi. Nel 1999 uno svedese e un canadese produssero CPHack , un programma posto originariamente sotto licenza GPL, che permetteva di disattivare Cyber Patrol e di identificare l&#8217;elenco dei siti che bloccava. Questo avrebbe esposto la Mattel, che distribuiva Cyber Patrol, a critiche e proteste da parte di coloro che si fossero sentiti arbitrariamente censurati. Ne seguì una controversia legale che si concluse solo grazie a una mossa extragiudiziale: la Mattel indusse gli autori a venderle il diritti di CPHack e a negare che il codice fosse sotto GPL, e riuscì conseguentemente a ottenere dal giudice una ingiunzione a non pubblicare il codice e a non linkare siti che lo pubblicassero &#8211; neanche allo scopo di criticare le scelte dell&#8217;azienda. Il copyright è &#8220;divenuto uno strumento per rendere impossibile la critica ad una azienda. Dei programmatori possono distribuire codice che censura la rete, e i tentativi di distribuire la lista dei censori sono censurati dalla legge.&#8221; (pp. 184-187)</p>
<p>DeCSS: nel 1998 Il Congresso degli Stati Uniti approvò il Digital Millennium Copyright Act, che reca, fra vari inasprimenti del diritto d&#8217;autore, una disposizione antielusione (anticircumvention). Questa disposizione probisce sia di decriptare (crack) il codice che protegge materiale sotto copyright, sia di produrre programmi destinati a decriptare detto codice. Se trattiamo il materiale sotto copyright sulla base di una stretta analogia con un oggetto fisico di proprietà privata, questa disposizione può assere assimilata ad un divieto sia di disattivare direttamente gli antifurto, sia, indirettamente, di produrre strumenti che li disattivino. Ma questa analogia, osserva Lessig, non si può applicare meccanicamente all&#8217;informazione, che per la Costituzione americana è essenzialmente libera e di pubblico dominio, tanto che il tempo di durata del copyright è inteso come limitato ed è riconosciuta la possibilità del fair use . Quindi la legge non può tutelare strumenti finalizzati a sottrarre per sempre l&#8217;informazione al dominio pubblico, o a negare il fair use (pp. 187-188). Al di là dei tecnicismi giuridici locali, il cuore dell&#8217;argomento di Lessig è questo: possiamo trattare il copyright come identico alla proprietà privata solo se decidiamo di trattare le idee come oggetti fisici. Questo ci autorizza a considerare ogni uso non esplicitamente permesso dal detentore del copyright come un furto, ma ci proibisce anche, conseguentemente, di &#8220;usare&#8221; le idee per discuterle, insegnarle o criticarle senza l&#8217;autorizzazione del loro &#8220;proprietario&#8221;.</p>
<p>Nel 1994 le case cinematografiche di Hollywood cominciarono a distribuire film su dischi DVD. Questi DVD furono protetti con un metodo di cifratura detto Content Scramble System (CSS), che rende difficile all&#8217;utente vedere il film, a meno che non usi un dispositivo in grado di decodificare le routine CSS. Furono messi sul mercato dei riproduttori DVD, i cui produttori avevano ricevuto la licenza per decodificare i DVD protetti da CSS. Ma questa licenza fu inizialmente data solo a macchine compatibili con i sistemi Windows e Macintosh.</p>
<p>Il CSS, d&#8217;altra parte, non impediva la copia fisica del disco DVD, ma limitava solo il novero dei computer su cui era possibile vedere i film. Per rendere accessibili i DVD a un altro diffuso sistema operativo, Linux, si escogitò un codice open source detto DeCSS , che disabilita il sistema di cifratura CSS e rende possibile riprodurli su macchine prive di licenza. Il DeCSS non rende la copia più facile: mostra semplicemente l&#8217;inadeguatezza del sistema di cifratura adottato e permette di riprodurre DVD, presumibilmente acquistati in modo legittimo, su macchine con sistemi diversi da Windows e Macintosh.</p>
<p>Ma Hollywood scatenò i suoi avvocati, e mise addirittura in questione il diritto di fare link diretti ed indiretti a pagine col DeCSS, per quanto non sia stato esibito nessun caso in cui il DeCSS sia stato usato per produrre copie pirata di film. La corte di New York, in primo grado, gli diede ragione: il DeCSS e i link a siti con il DeCSS non vanno trattati come informazione e conoscenza la cui libertà deve essere tutelata, ma come meri espedienti tecnici per &#8220;derubare&#8221; il detentore dei diritti (pp. 189-190).</p>
<p>iCraveTV era un sito canadese che ritrasmetteva in rete programmi televisivi. In Canada una simile operazione non è illecita, a condizione che il programma ritrasmesso rimanga inalterato; negli Stati Uniti, invece, è richiesto il permesso del trasmettitore originale. iCraveTV si trovava fisicamente in Canada, ma era visibile, essendo in rete, anche ai cittadini americani. Questo espose iCraveTV ad una azione legale: le fu chiesto di impedire l&#8217;accesso ai cittadini americani o di chiudere. iCraveTV preferì ubbidire, invece di rilevare che la legge americana non era vincolante in Canada. Se il governo cinese &#8211; o anche un tribunale francese, come è effettivamente avvenuto &#8211; pretendesse il blocco di China Online per tutti i cittadini cinesi, perché i suoi contenuti sono censurabili per la legge cinese, questa pretesa verrebbe trattata come una posizione autoritaria, giuridicamente infondata, e contraria alla stessa dimensione cosmopolitica della rete. Ma, osserva Lessig, quando si tratta di copyright, noi diventiamo come i cinesi. E chiediamo tecnologie che facilitino il controllo locale, tracciando confini nel mondo delle idee (pp. 190-192).</p>
<p>In The Future of Ideas sono presentati molti altri casi in cui il diritto d&#8217;autore e il sistema dei brevetti ha messo a repentaglio la creatività, l&#8217;innovazione e la libertà di parola. Sono inoltre trattate delle possibili soluzioni per ridurre la proprietà intellettuale al suo fine originario: la tutela non tanto degli interessi monopolistici delle aziende, quanto del lavoro e della creatività dei singoli. Lessig suggerisce, per esempio, la limitazione del diritto d&#8217;autore a cinque anni, con la possibilità di rinnovarlo su richiesta, per un medesimo periodo, solo per altre quindici volte, e discute anche la distinzione, in relazione alla tutela, fra uso commerciale e uso non commerciale. Propone inoltre di trasformare almeno una parte dello spettro ora suddiviso dallo stato fra concessioni radiofoniche e televisive in un commons aperto alla libera sperimentazione (pp. 240-261).</p>
<p>Simili problemi appartengono alla quotidianità di chi lavora in rete ed ha avuto modo di imparare che questo complesso intreccio di questioni tecniche e giuridiche, in quanto insiste sul mondo delle idee, produce anche una politica e una economia della conoscenza che merita di essere oggetto di riflessione al di là degli ambiti settoriali. Ci troviamo infatti di fronte alla possibilità di venir messi a tacere non più dai poteri censori di uno stato, ma dai poteri e dagli interessi privilegiati di concentrazioni economiche. I fondamenti teorici che stanno alla base di questa possibilità meriterebbero di venir messi in discussione nei loro presupposti e nelle loro eventuali incoerenze. La democrazia liberale ha insegnato a temere la censura dello stato, in nome della libertà della sfera pubblica, e a proteggere i poteri aziendali, in nome della libertà della sfera privata. Ma se i poteri aziendali invadono la sfera pubblica con le armi del copyright , dei brevetti e del controllo della rete e dello spettro, perché dovremmo considerare odiosi e tirannici i censori statali, e non invece, e di più, questi nuovi e inusitati padroni del discorso? Perché dovremmo ribellarci alla censura politica e ideologica e accettare, invece, la censura economica &#8211; come se una simile censura, una volta privatizzata la materia prima della pubblicità, non fosse per ciò stesso anche politica?</p>
<p>Maria Chiara Pievatolo</p>
<p class="piccolo">© Questo testo può essere copiato e distribuito liberamente a condizione che la riproduzione sia integrale e che ne sia citata la fonte, con un link alla <a href="http://bfp.sp.unipi.it/rec/lessig.htm">pagina originale</a>.</p>
<h5 class="piccolo"> Riferimenti in rete</h5>
<ul>
<li class="piccolo">Un&#8217;altra recensione italiana a The future of ideas      <a href="http://www.comunicazione.omnitelvodafone.it/radar/libri_arretrati/Libri_2001_11_13.asp">http://www.comunicazione.omnite&#8230;/Libri_2001_11_13.asp </a></li>
<li class="piccolo">La situazione italiana
<ul>
<li class="piccolo">La legge sul diritto d&#8217;autore aggiornata con le ultime modifiche            <a href="http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm">http://www.interlex.it/testi/l41_633.htm </a></li>
<li class="piccolo">Legge comunitaria e diritto d&#8217;autore: Law on Demand ?          (dall&#8217; <a href="http://www.interlex.it/copyright/indice.htm">Indice </a> tematico di <a href="http://www.interlex.it/">Interlex </a>)<br />
<a href="http://www.interlex.it/copyright/amonti56.htm">http://www.interlex.it/copyright/amonti56.htm </a></li>
<li class="piccolo">Riforma del diritto d&#8217;autore: chi vince e chi perde          (dall&#8217; <a href="http://www.interlex.it/copyright/indice.htm">Indice </a> tematico di <a href="http://www.interlex.it/">Interlex </a>)<br />
<a href="http://www.interlex.it/copyright/minotti3.htm">http://www.interlex.it/copyright/minotti3.htm </a></li>
<li class="piccolo">Il ruolo della SIAE          (dall&#8217; <a href="http://www.interlex.it/copyright/indice.htm">Indice </a> tematico di <a href="http://www.interlex.it/">Interlex </a>)<br />
<a href="http://www.interlex.it/copyright/coliva22.htm">http://www.interlex.it/copyright/coliva22.htm </a></li>
<li class="piccolo">L&#8217;inasprimento della tutela penale dei diritti d&#8217;autore sul software            <a href="http://punto-informatico.it/p.asp?i=39352">http://punto-informatico.it/p.asp?i=39352 </a></li>
<li class="piccolo">Internet e stampa in Italia: il dossier di <a href="http://www.interlex.it/">Interlex </a><br />
<a href="http://www.interlex.it/stampa/indice.htm">http://www.interlex.it/stampa/indice.htm </a></li>
</ul>
</li>
<li class="piccolo">Pirateria e copyright : l&#8217;indice di <a href="http://www.punto-informatico.it/">Punto Informatico </a><br />
<a href="http://punto-informatico.it/canali.asp?p=0&amp;i=Pirateria+e+Copyright">http://punto-informatico.it/canali.asp?p=0&amp;i=Pirateria+e+Copyright </a></li>
<li class="piccolo">Censura in rete: l&#8217;indice di <a href="http://www.punto-informatico.it/">Punto Informatico </a><br />
<a href="http://punto-informatico.it/canali.asp?p=0&amp;i=Censura">http://punto-informatico.it/canali.asp?p=0&amp;i=Censura </a></li>
<li class="piccolo">Linux: appunti di informatica libera<br />
<a href="http://www.pluto.linux.it/ildp/AppuntiLinux/a21.html">http://www.pluto.linux.it/ildp/AppuntiLinux/a21.html </a></li>
<li class="piccolo">Il brevetto sulla ruota<br />
<a href="http://punto-informatico.it/p.asp?i=36679">http://punto-informatico.it/p.asp?i=36679 </a></li>
<li class="piccolo"><a href="http://www.google.com/">Google </a>, il DMCA e la libertà di link<br />
<a href="http://www.infoanarchy.org/story/2002/4/13/1258/31858">http://www.infoanarchy.org/story/2002/4/13/1258/31858 </a></li>
<li class="piccolo">Quella connettività anarcoide: le possibilità del wireless<br />
<a href="http://www.punto-informatico.it/p.asp?i=40000">http://www.punto-informatico.it/p.asp?i=40000 </a></li>
</ul>


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		<title>Conflitti interni</title>
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		<pubDate>Fri, 25 Nov 2005 15:04:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jester simon</dc:creator>
				<category><![CDATA[progettazione]]></category>
		<category><![CDATA[teoria]]></category>
		<category><![CDATA[good design]]></category>

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		<description><![CDATA[Da qualche giorno ho come l&#8217;impressione di far parte di una enorme menzogna e questo non mi piace per niente.
Io sono da sempre un promotore di un design che abbia valore, chiamatelo come volete, chiamatelo come faceva Munari “good design”, qualcuno lo chiama design radicale, non importa, il senso è più o meno lo stesso, [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Da qualche giorno ho come l&#8217;impressione di far parte di una enorme menzogna e questo non mi piace per niente.<br />
Io sono da sempre un promotore di un design che abbia valore, chiamatelo come volete, chiamatelo come faceva Munari “good design”, qualcuno lo chiama design radicale, non importa, il senso è più o meno lo stesso, un design che crei oggetti che non siano ostacoli(per citare Nicola Esculaci). Quale sia il percorso da fare perchè questo avvenga non lo so con certezza è una strada che tutti percorrono a fari spenti, se però si ha una cartina con se al termine di questo percorso si troverà un oggetto che non è un ostruzione ma un oggetto che migliora le nostre vite.<br />
Ho sempre creduto che il valore del design stesse proprio in questo se però non è così vuol dire che per quanto mi riguarda i designer sono solo dei servi di qualche imprenditore che vuole far soldi creando oggetti attraenti per accalappiare qualche imbecille.<br />
I principi forti che io inevitabilmente riverso nel mio processo di progettazzione sono, se andate a vedere, più o meno sbandierati da tutti, persino le icone del design più chiassoso e alla moda parlano di oggetti accessibili a chiunque e allora come mai nella realtà le cose non vanno così?<br />
E ancora, come mai i designer di oggi sembrano prediligere un design elitario ma privo di valore?<br />
Maldonado dice che il designer sceglie la forma degli oggetti. Subito chiarisce però che queste scelte che possono sembrare libere sono in realtà prese all&#8217;interno di un sistema di priorità prestabilite.<br />
I designer sono il mezzo con cui la società da forma agli oggetti.<br />
Facendo il percorso inverso, se si è in grado di leggere la produzione di beni di consumo si può risalire prima a che tipo di progettisti stanno operando e successivamente a che tipo di società sta determinando le scelte progettuali.<br />
Prendiamo le opere dei fratelli Castiglioni e vediamo quell&#8217;attenzione alla parsimonia, a creare oggetti che non diventino i protagonisti della nostra vita ma che semplicemente la rendano più piacevole. Era evidentemente una società in cui la parsimonia era un valore in cui dare a tutti la possibilità di avere in casa un oggetto bello e poetico era una volontà ben chiara.<br />
Oggi, con le dovute eccezzioni, ci troviamo di fronte a una proliferazione di oggetti che sono l&#8217;auto celebrazione di se stessi, oggetti che non sono altro che la riproposizione di cose viste e riviste. I designer-prostituta propongono qualsiasi cosa pur di apparire e purtroppo anche i grandi vecchi ogni tanto cedono alla tentazione di mantenere quelle forme che li hanno resi famosi trasformandole in clichè. I produttori non vogliono o non possono rifiutarsi di cercare di accalappiarsi fette di mercato e così il design è diventato un marchio come tanti altri. Abusato, stuprato da un imprenditore e lasciato senz&#8217;acqua dai suoi stessi padri.<br />
Forse non sto vivendo in una menzogna e sono i designer di oggi che semplicemente non riescono a capire le priorità stabilite dalla società perchè queste sono ben nascoste e mischiate con finte priorità molto più ingombranti, forse addirittura le priorità che dovrebbero guidare la progettazione sono rimaste le stesse ma non riusciamo più a vederle perchè ci siamo innamorati in modo morboso di quello che abbiamo fatto fin ora.<br />
Non so quale sia la verità, se è la società che è cambiata o se il problema stia nei designer sicuramente però il design sta vivendo un momento di contraddizzione che necessita di essere risolto perchè la posta è il significato stesso di questa professione.</p>


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		</item>
		<item>
		<title>Compositori</title>
		<link>http://www.infundibolo.org/2005/10/21/compositori/</link>
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		<pubDate>Fri, 21 Oct 2005 15:02:59 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jester simon</dc:creator>
				<category><![CDATA[progettazione]]></category>
		<category><![CDATA[teoria]]></category>
		<category><![CDATA[creatività]]></category>
		<category><![CDATA[musica]]></category>

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		<description><![CDATA[Per un po&#8217; di tempo, forse troppo siamo rimasti fermi. Vacanze, problemi tecnici e poi la volontà di dare all&#8217;infundibolo uno spazio nuovo e più funzionale mi hanno tenuto lontano da questo blog. Ora che Zagor, il grande architetto virtuale, mi ha ridato la chiave della porta ricomincio con il mio diario. Prima di tutto [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Per un po&#8217; di tempo, forse troppo siamo rimasti fermi. Vacanze, problemi tecnici e poi la volontà di dare all&#8217;infundibolo uno spazio nuovo e più funzionale mi hanno tenuto lontano da questo blog. Ora che Zagor, il grande architetto virtuale, mi ha ridato la chiave della porta ricomincio con il mio diario. Prima di tutto voglio quindi assicurare tutti coloro che frequentavano questo luogo di incontro che l&#8217;infundibolo funziona ancora e che il mio impegno non è diminuito.</p>
<p>In questi mesi come al solito mi sono posto molte domande alcune di queste anche sul design. In particolar modo una sera a cena con amici è nata una discussione interessante sulla creatività che mi ha portato a fare alcune riflessioni. Tutto è partito parlando di film, la tesi di uno dei presenti era che nella maggior parte dei casi i registi sono più creativi e originali all&#8217;inizio della loro carriera. Molte sono le cause emerse a giustificare questo declino creativo: forse i registi da giovani sentono di dover dimostrare qualcosa che con il tempo perde di consistenza, quelle innovazioni che si possono portare nel mestiere agli inizi sono difficili da abbandonare in favore di una nuova sperimentazione, il mercato se apprezza i primi lavori di un regista gli “impone” di continuare con quello stile, i miliardi costano compromessi, ecc.<br />
A questo punto la discussione si è spostata ad altri campi per la necessità di portare esempi diversi e siamo finiti nella musica, qui si è verificata la separazione che secondo me vale la pena di mettere in evidenza: nella musica rock e pop abbiamo riscontrato come spesso la parabola creativa degli artisti poteva essere paragonata a quella dei registi ovvero anche nella musica i primi lavori sono quelli veramente indimenticabili e nuovi ma nella musica classica invece la creazione di un compositore non percorre questo tragitto, la quantità di creatività presente nelle opere rimane costante e le opere prime non sono necessariamente le migliori e in ogni caso le ultime non sono quasi mai le peggiori.<br />
Cosa sto cercando di dirvi? Calma&#8230;<br />
Cosa differenzia un compositore di musica classica da un gruppo rock?<br />
Il metodo. Prima di continuare vi prego di capire che non sto dicendo che sia meglio la classica del rock, chi compone questi differenti generi nella maggior parte dei casi ha differenti modi di approcciarsi al processo creativo. (Se pensate che non ami il rock andate a leggervi il mio profilo personale) Il rock è una musica da un punto di vista tecnico musicale semplice, ed è questa la sua bellezza, la sua spontaneità e il fatto che possa essere capita da tutti e che parli a tutti. Chi scrive musica rock in molti casi non applica un metodo compositivo, conosce la musica e cerca di usarla in modo immediato per esprime una passione che sente nascere dentro e che vuole condividere con gli altri, usa la musica per dare voce alla propria anima nel momento stesso in cui questa comincia a parlare. Chi compone musica classica invece ha una maggior padronanza del linguaggio che sta adoperando ma come tutti i linguaggi più complessi necessità di una elaborazione puntuale e rigorosa, è una composizione più strutturata ma non per questo meno originale, magari che passa dalla mente più di quella del musicista rock.<br />
Il designer dovrebbe cercare di diventare un compositore di musica classica, dovrebbe avere un metodo di progettazione ben strutturato e non aspettare che dal cielo gli arrivi l&#8217;illuminazione senza per questo rinunciare alla creatività. Nel momento in cui nella testa di un designer nasce l&#8217;idea, covata dalla ricerca e dall&#8217;osservazione attenta di ciò che lo circonda, avere a disposizione un metodo strutturato per dare corpo a questa idea e per farla crescere garantisce sempre un carta originalità e freschezza.<br />
Tante belle parole ma poi?<br />
Se guardate quali sono i prodotti di design che sono resistiti alla prova del tempo nella maggior parte dei casi sono opere di progettisti che hanno un metodo progettuale e che sanno bene nutrire un idea prima di lanciarla nel mondo. Di questi progettisti le ultime opere sono ancora originali e fresche come le prime e non perché sono stati baciati da Dio quando erano nella culla, contemporaneamente guardate come designer contemporanei a volte osannati del pubblico stiano già mostrando come la loro grande vena creativa si stia trasformando in un semplice e continuo ripetersi di forme.<br />
Il metodo non uccide la creatività, al contrario la mantiene giovane e sana.</p>


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		<title>Satelliti in rotta di collisione</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2005 14:48:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jester simon</dc:creator>
				<category><![CDATA[progettazione]]></category>
		<category><![CDATA[teoria]]></category>
		<category><![CDATA[salone satellite]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima di tutto mi scuso per averci messo tanto a scivere questo benedetto articolo, si è appena conclusa la settimana dell&#8217;orgia milanese del design e non sono mancati gli spunti di riflessione però mi sono preso qualche giorno per cercare di metabolizzare quello che ho visto onde evitare di dare giudizi troppo affrettati.
Per chi non [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p>Prima di tutto mi scuso per averci messo tanto a scivere questo benedetto articolo, si è appena conclusa la settimana dell&#8217;orgia milanese del design e non sono mancati gli spunti di riflessione però mi sono preso qualche giorno per cercare di metabolizzare quello che ho visto onde evitare di dare giudizi troppo affrettati.<br />
Per chi non lo sapesse il salone del mobile ha numerose escrescenze, una di queste è il salone satellite. Il salone satellite, almeno per come me lo immagino io, dovrebbe essere un luogo in cui giovani designer presentano i propri lavori. La cosa particolarmente interessante è che, all&#8217;ombra di un evento colossale dei ragazzi si possano incontrare e conoscere, vedere i progetti degli altri e confrontarli con i propri e tutto questo per di più in un luogo accogliente e allestito apposta per questo.<br />
Se nel salone tradizionale vengono presentati oggetti che sono o quasi in produzione e che quindi hanno già superato, a volte scendendo a compromessi le esigenze del mercato, all&#8217;interno del satellite ci sarebbe virtualmente la possibilità di presentare anche delle sperimentazioni. Nessuno si impressionerebbe di trovare all&#8217;interno di quelle infinite &#8220;bancarelle&#8221; che compongono questa esposizione qualche soluzione azzardata, magari impossibile ma che permette di guardare ad un certo problema da un punto di vista diverso, ma purtroppo le cose non vanno sempre così.<br />
Prima di continuare devo fare una riflessione: il mobile, il complemento di arredo e simili non è sicuramente un mondo in cui è facile progettare, soluzioni non ne esistono perché è il problema stesso che non esiste, nessuno ha veramente bisogno di un nuovo progetto di sedia o di tavolo. E&#8217; un liguaggio nel quale non c&#8217;è più la possibilità di coniare nuovi sostantivi e così tutti finiscono per produrre aggettivi, anche bellissimi ma che non servono poi a molto ai fini della comunicazione. Contemporaneamente è però il mondo in cui viene più voglia di mettere le mani perché culturalmente il design lo si immagina rappresentato da una sedia e perché un conto è progettare un tavolo e un conto è progettare una motrice per treni.<br />
In ogni caso, anche dopo questa considerazione, bisogna ammettere che questo satellite (l&#8217;anno scorso non era molto diverso) ha proposto ben poco di interessante. Se ci si trova di fronte la grande possibilità di sperimentare anche trascurando alcuni aspetti del progetto, ci si aspetterebbe qualcosa di veramente extra-vagante. Preoccupante è come molte delle cose proposte siano invece così simili a cose viste e riviste. Mancano le idee oppure questa passione morbosa verso i musei di design ha finito per crearci un vocabolario formale dal quale non riusciamo a distaccarci più di tanto? Forse abbiamo reso le grandi icone del passato talmente ingombranti da ritrovarci improvvisamente non in grado di creare qualcosa di diverso. In ogni caso se l&#8217;incapacità di distaccarsi dall&#8217;ormai invadente visione del design come uno spettacolo effimero di forme e di colori sta impoverendo così tanto anche quelli che dovrebbero dare idee nuove, forse è l&#8217;ora di distruggere l&#8217;immagine che ci siamo costruiti dei nostri padri e di sbarazzarci delle loro sacre eredità.<br />
Quando invece la ricerca si presenta è quasi sempre espressa tramite l&#8217;utilizzo di materiali nuovi o inaspettati in quel particolare oggetto e così abbiamo sedie fatte di gomma o di qualsiasi altro materiale. Ma quando tra qualche hanno avremo la stessa sedia fatta di marzapane o di merda secca cosa ci rimarrà di questa esperienza? Raramente infatti viene usato un particolare materiale per le sue vere proprietà fisiche e per dimostrare che un oggetto che si è sempre fatto di metallo ora si può anche fare di plastica e forse è meglio perché la plastica ha certe proprietà diverse da quelle del metallo, il più delle volte è come se si dicesse: &#8220;Guarda qua, tu conosci questa sedia, l&#8217;hai sempre vista fatta di metallo e come per magia l&#8217;abbiamo fatta di mattoncini di lego, di la verità non pensavi che si potesse fare?&#8221;<br />
Un ultima cosa ancora mi sento di dirla, forse altri come me girando per il salone satellite si sono trovati di fronte a oggetti che dicevano poco, a volte però chiedendo spiegazioni ai progettisti si scoprono soluzioni inaspettate che a prima vista non si potevano intuire. Non si tratta di un negozio di mobili è una mostra fatta da designer principalmente per designer e allora perché non fare delle tavole sintetiche che spieghino i progetti? Così uno vedendo un tavolo apparentemente anonimo capirebbe subito che invece il meccanismo per incastrare le gambe e in fine il ripiano è semplice e tutto ad incastro senza quindi bisogno di viti. La produzione di un oggetto per un designer è solo il termine di un percorso e può essere interessante capire quale sia questo percorso che quasi mai è completamente leggibile nell&#8217;oggetto stesso.<br />
Quali sono le cause di tutto questo? Non è facile dirlo, forse paradossalmente nell&#8217;era dell&#8217;informazione che viaggia in tutto il mondo in un istante è più difficile creare contenuti, o forse un vecchio fraintendimento ha creato l&#8217;idea che il design sia un gesto libero, artistico e non un mestiere che richiede lavoro e vera ricerca.</p>


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		<title>Mali (in)curabili</title>
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		<pubDate>Thu, 20 Oct 2005 14:35:18 +0000</pubDate>
		<dc:creator>jester simon</dc:creator>
				<category><![CDATA[teoria]]></category>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Ogni volta che si ha a che fare con una persona si rimane inevitabilmente condizionati, si assorbono idee, si imparano cose e ci si confronta. Tutto questo, il più delle volte, avviene senza che ce ne accorgiamo. Questo processo si sviluppa in tutte le direzioni, è quindi evidente che noi stessi condizioniamo gli altri quando interagiamo con loro. Portiamo adosso l&#8217;impronta delle persone con le quali abbiamo a che fare e sulle quali a nostra volta abbiamo lasciato un segno. Di questi segni che ci portiamo sulla pelle alcuni sono appena visibili, altri sono molto evidenti, tra questi ultimi il più delle volte ci sono quelli lasciati dai genitori o dagli amici più cari e quasi sempre da quelli che decidiamo di prendere come nostri insegnanti. A questo punto del ragionamento però nasce un problema, e se queste persone che ci plasmano, a volte in modo inconsapevole come se fossimo creta non fossero dei bravi scultori? Non voglio mettermi a parlare dei genitori perchè è un discorso troppo complesso, che rientra nella psicoanalisi e che non sono in grado di fare voglio però riflettere su un&#8217;altro ruolo fondamentale nella crescita di una persona: il professore. Il professore(1) è un ruolo al quale troppo spesso non vengono riconosciute delle responsabilità enormi, egli infatti non deve solamente insegnare delle cose ma deve anche iniziare l&#8217;alievo al mondo. Il professore infatti fa quello che in età prescolare viene fatto dai genitori ed è spesso il primo adulto esterno alla famiglia con cui si ha a che fare nella vita. Se un professore insegna la sua materia e basta, senza stimolare intelletualmente i suoi allievi e senza dare loro nulla di più di quello che si potrebbe avere leggendo un libro di testo non si può dire che stia facendo il suo lavoro. Ma se penso alla mia esperienza, concentrandomi soprattutto negli anni dell&#8217;università, sarei già felice se tutti i miei professori fossero stati almeno così(2). Il problema è che spesso dall&#8217;alto delle loro cattedre parlano con sufficienza e superficialità senza degnare i loro allievi di un rapporto umano e figuriamoci paritario. Persino gli atteggiamenti più naturali che ognuno di noi segue per rispettare l&#8217;altro vengono dimenticati. Il dialogo e il confronto viene abolito alla luce di un semplice quanto idiota ragionamento secondo il quale lo studente non è in grado di dare nulla all&#8217;insegnante perchè è &#8220;meno&#8221;. Alcuni di questi comportamenti saranno anche causati in parte dal molto lavoro che devono fare, dalla burocrazia dilagante che sono costretti a subire però è troppo poco per giustificarli. Purtroppo però questo problema non si può risolvere tanto facilmente, non esiste una patente per insegnare (anche se forse dovrebbe esistere) e chiunque o quasi può farlo, squilibrati, nevrotici, maniaci di ogni tipo. Forse dovremmo imbracciare le armi e ribellarci, in ogni caso un cattivo professore si può riconoscere e quindi si può fare di tutto per non ascoltarlo e non farsi influenzare, il cattivo professore si sente superiore, è convinto di essere meglio e di essere necessariamente più intelligente dei suoi studenti, un cattivo professore non ascolta, un cattivo professore riversa sui suoi allievi il suo stato d&#8217;animo, un cattivo professore è permaloso e umilia i suoi studenti. Certo il problema rimane, per quello l&#8217;unica cosa è ricordarsi, quando magari saremo noi professori, di non essere come loro.</p>
<p>1- In questo grande insieme rientrano anche i vari allenatori o cose del genere.</p>
<p>2- Per fortuna esistono anche persone che insegnano e che lo fanno bene, spinti dalla passione e dall&#8217;amore per la loro disciplina e per l&#8217;insegnamento sono in grado di dare moltissimo ai loro allievi. Persone pronte al confronto, umili e consapevoli che non si smette mai di imparare, capaci di trattare i loro studenti con rispetto.</p>


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		<title>Oggetto/ostacolo</title>
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		<pubDate>Fri, 31 Dec 2004 13:19:27 +0000</pubDate>
		<dc:creator>nicola esculaci</dc:creator>
				<category><![CDATA[progettazione]]></category>
		<category><![CDATA[teoria]]></category>
		<category><![CDATA[good design]]></category>
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La parola &#8220;oggetto&#8221; in senso etimologico significa &#8220;cosa            gettata&#8221;, l&#8217;oggetto diventa quindi una cosa che precipita nella            vita, che viene usata dagli uomini per colpire altri uomini, per renderne     [...]


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			<content:encoded><![CDATA[<p><!-- #BeginEditable "corpo1" --><br />
La parola &#8220;oggetto&#8221; in senso etimologico significa &#8220;cosa            gettata&#8221;, l&#8217;oggetto diventa quindi una cosa che precipita nella            vita, che viene usata dagli uomini per colpire altri uomini, per renderne            difficoltoso il cammino. Possiamo immaginare la nostra vita come un            percorso lungo il quale incontriamo dei problemi, per risolverli creiamo            degli oggetti (si pensi a come nasce la tessa idea di utensile nell&#8217;uomo            primitivo). Ma gli oggetti non si uniscono a noi come un abilità            acquisita, rimangono sempre staccati e quindi in conflitto, generano            a loro volta nuovi problemi che necessitano di nuove soluzioni. Certamente            non possaimo fare a meno delle cose e ritornare a vivere sugli alberi            ma questa considerazione dovrebbe far pensare che gli oggetti non sono            innocenti, sono &#8220;armi&#8221; che ci ostacolano e come tutte le cose            pericolose anche se indispensabili vanno trattati con cura. Perché            se sono ostacoli inevitabili bisogna quanto meno cercare di ridurne            il numero e per fare ciò bisogna avere oggetti che risolvano            i problemi senza crearne altri.<br />
Quindi, come non si affiderebbe mai ad un pasticcere la progettazione            di un ponte, così la progettazione degli oggetti quotidiani andrebbe            sempre affidata a qualcuno, in possesso delle competenze e della serietà            morale.</p>
<p><!-- #BeginEditable "sott1" --></p>


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