Design Thinking – un metodo per il progetto

Tra qualche giorno 4P1B dovrà presentare il proprio lavoro all’interno dell’iniziativa Vitamina D alla Design Library. Per questa serata abbiamo scelto di fare una presentazione che non contenga solamente immagini di progetti realizzati ma che parli della metodologia progettuale che lo studio segue.
Come è scritto sul sito di 4P1B la parola design non dovrebbe servire per indicare un prodotto ma per descrivere un processo e quindi dal momento che dobbiamo parlare del nostro modo di fare design non possiamo non parlare del processo.

Questa introduzione mi è servita semplicemente per dire che mi sono ritrovato in questi ultimi giorni a cercare di preparare un spiegazione sintetica e chiara di cosa sia il Design Thinking e del perchè all’interno di 4P1B abbiamo deciso di adottare questo modo di lavorare.

Per spiegare perchè si è deciso di adottare un metodo di lavoro particolare forse la prima cosa da fare è capire perchè c’è bisogno di un metodo.

Quello che uno studio di design fa è sostanzialmente cercare di produrre nuove idee per risolvere problemi.
Dal momento che l’unica cosa che uno studio “produce” sono delle idee è comprensibile che si cerchino delle strade per far si che questa “produzione” divenga più efficiente sia dal punto di vista
quantitativo che qualitativo.(1)
Molti studi, soprattutto in Italia hanno ancora una struttura con una gerarchia molto forte ed evidente. Spesso è una singola persona, il capo, quella che decide cosa fare e come farlo. I sottoposti sono certamente invitati a fare proposte ma è sempre il capo che decide.
Il lavoro creativo che coinvolge più persone può essere gestito in questo modo.

Il difetto in questo sistema è che il processo creativo è lasciato all’impulso del singolo e che, come tutti i processi non formalizzati, sia difficilmente replicabile. Inoltre il fatto che una singola persona abbia il compito di decidere della bontà delle proposte fa si che l’obiettivo si sposti fino a diventare il compiacere il capo che dovrà decidere così da ottenere un qualche riconoscimento. La produzione di nuove idee è per così dire affidata all’avere l’ispirazione. Ma come ricorda Edison il genio è per il novanta per cento traspirazione.

Battute a parte nessuno vuole dire che il processo creativo debba essere imbrigliato e trasformato in una sorta di rutine, anzi questo sarebbe il modo migliore per renderlo sterile. L’utilizzo però di alcune procedure e metodologie può aiutare a stimolare la creatività e può servire ad un gruppo di lavoro per gestire l’enorme complessità di alcuni problemi.

Nel corso del tempo in molti hanno studiato come funziona la creatività e quali stimoli possono favorirla.

Questo articolo è nato perchè ho bisogno di chiarirmi le idee io per primo e perchè solo quando cerchi di spiegare una cosa in modo semplice ti rendi conto se veramente l’hai compresa, mi piacerebbe fare un percorso e vedere dove ci porta, quello che vorrei ora è cercare di capire è come si può cercare di favorire la creatività e cosa il design thinking propone concretamente.

Proprio qualche settimana fa mi è capitato di leggere il divertente libro di Robert Sutton “Idee
strampalate che funzionano. Come promuovere la creatività e l’innovazione nell’ambiente di lavoro”
sul quale spero a breve di scrivere un articolo specifico, Sutton all’inizio del libro da una definizione di creatività che ovviamente non pretende di essere conclusiva della questione (2) ma che mi sembra fondamentalmente giusta:

“I prodotti, i servizi e i concetti innovativi non nascono dal nulla. La creatività è il risultato dell’utilizzo di idee vecchie in nuovi contesti, in nuove combinazioni e secondo nuovi metodi.”

Dopo questa definizione Sutton individua tre macro procedure che possono favorire la creatività: la varianza, il Vu ja de e il rompere con il passato.

Per varianza si intende l’importanza che ha nel processo creativo la diversità. Quando si tenta di produrre innovazione non si fa altro che cercare un modo diverso di fare una cosa.(3) Quindi se si hanno a disposizione persone che hanno modi di pensare diversi l’uno dall’altro, se si posseggono conoscenze in differenti ambiti e se si può accedere a conoscenze esterne, la capacità creativa ne risulterà migliorata.
Il Vu ja de non è altro che il contrario del deja vu e indica il “comportarsi come se un’esperienza fosse nuova pur avendola vissuta centinaia di volte”.(4) Questa mentalità può essere molto utile quando si cerca di trovare soluzioni creative ad un problema e in più mantiene alto l’entusiasmo per un nuovo progetto anche se l’argomento è stato trattato già innumerevoli volte.
Come la varianza anche il Vu ja de non è una dote innata di cui si provvisti oppure no, ma è un modo di pensare che può essere imparato. Dal momento che non esistono protocolli rigidi da applicare il modo migliore per imparare a usare il vu ja de è fare dei tentativi attraverso dei giochi che ci obblighino a cambiare prospettiva.(5)
Per rompere con il passato si intende la necessità di non guardare come le cose sono state fatte fin ora altrimenti il rischio è quello di continuare a farle nello stesso modo.

Esistono quindi dei principi guida che se adottati possono favorire il processo creativo all’interno di un gruppo. Quali metodi utilizzare per adottare questi principi è un altro discorso e magari in un
successivo articolo potremmo cercare di trovare qualche proposta interessante.

Il Design Thinking non è altro che una strategia per rendere più efficiente il processo che porta alla formulazione di nuove idee quindi per aiutare la creatività. Sostanzialmente si potrebbe che dire chè è un modo per aumentare la varianza all’interno di un gruppo di lavoro, per facilitare il processo di vu ja de e per aiutare a rompere con il passato.
Tim Brown descrivendo il Design Thinking definisce quattro principi che dovrebbero starne
alla base e sono: definire il problema ovvero trasformare il problema in un progetto, prendere in considerazione tutto il mondo del problema ovvero adottare una prospettiva allargata che consenta di tenere in considerazione aspetti di un problema dei quali normalmente non viene tenuto conto, rendere le proprie idee tangibili ovvero realizzare prototipi e testarli e infine narrare le proprie idee ovvero raccontarle agli altri, descriverle e cercare di far innamorare gli altri delle proprie idee.
Questi principi come è evidente non sono delle fasi, il design thinking infatti non può essere considerato come un metodo lineare analitico ma è più simile ad un nuovo modo di pensare, ad una nuova cultura del progetto.
Le somiglianze con il pensiero laterale o con il pensiero divergente sono evidenti, sono infatti tutte metodologie per affrontare un problema da una prospettiva differente ponendosi come obiettivo non
il produrre una soluzione ma il produrre molte possibili strade per risolvere il problema avvalendosi di conoscenze diversificate.

Anche in questo caso esistono infiniti strumenti che possono venir applicati per favorire l’instaurazione di un vero Design Thinking, solo per fare alcuni esempi il brainstorming, le mappe mentali e molti altri.
Ognuno di questi strumenti meriterebbe di essere approfondito a parte e magari piano piano potremmo provare a farlo, quello che però vorrei ancora aggiungere prima di concludere è che ci sono alcuni assiomi fondamentali di cui tener sempre conto per realizzare il design thinking e per inventarsi nuovi metodi per metterlo in pratica e sono il lavoro di gruppo, l’assenza di una gerarchia e il costruire sulle idee degli altri.(6)

Spero che questo articolo risulti comprensibile, a me è sicuramente servito scriverlo per chiarirmi un po’ le idee e per capire fondamentalmente che: la creazione di nuove idee non deve necessariamente essere il risultato impulsivo di una singola persona e che se si vuole favorire la generazione di nuove idee all’interno di un gruppo si possono adottare delle strategie. Il design thinking è una di queste possibili strategie, un modo diverso di pensare il progetto.

1. non è molto bello il verbo produrre legato alle idee e non vorrei parlare delle idee come una merce ma sta di fatto che è questa la cosa che uno studio di design deve creare e in più il verbo produrre toglie un po’ di quell’alone di magia che sempre sta intorno al processo creativo che in questo momento non servirebbe a rendere più chiaro il problema.

2. ammesso che si possa pensare di trovare una definizione che estingua il dibattito in merito.

3. mi viene in mente una bella frase di Bruno Munari in cui diceva che lui guardava una cosa e poi si domandava “si può fare diversamente?”

4. Robert I. Sutton “Idee strampalate che funzionano, Come promuovere la creatività e l’innovazione nell’ambiente di lavoro”, Elliot, Roma 2008

5. qui potrebbe essere divertente insieme cercare dei nuovi modi di stimolare il cambio di prospettiva. Per esempio un modo molto usato è fare i brainstorming al contrario, ovvero cercando come non dovrebbe essere un oggetto; un altro metodo che mi è capitato di usare è quello di vietare l’utilizzo del “no” e del “non” così che se uno non sia daccordo con una cosa debba trovare nuovi modi di dirlo; oppure fare delle ipotesi caricaturali dell’oggetto, con Daneel riempivamo pagine di oggetti fumettosi come passeggini lancia razzi o sedie che incorporano ghigliottine; insomma i metodi possono essere infiniti e sta al singolo gruppo sperimentare e trovare la propria strada.

6. questi tre principi sono poi modi per garantirsi una varianza elevata e per favorire l’adozione di prospettive nuove diverse da quelle passate.

Un Commento

  1. Monica Says:

    Ok ultimamente sembra andare molto di moda questa nuova parola: Design Thinking
    Senti la mia domanda al tuo ariticolo a questo punto è: se questa è la definizione di Design thinking…. quella di design secondo te qual’è? E il design fatto fino ad ora da milioni di designer e raccontato esattamente cosi da milioni di libri, dove lo mettiamo? Nel senso che mi domando se serviva dare un nuovo nome a cio che di fatto gia si chiama cosi….
    Design equivale a progetto e progettare già è una parola più “allargata” di pensare…ora scrivere che serve progettare pensando…. non so mi sembra davvero che si spostino cubi d’aria…
    Certo fa figo aggiungere al proprio cv la definizione di Design Thinking…
    Poi come chiunque apprezzo il lavoro di Tim Brown e di Ideo, ma non ritengo necessario dargli un nuovo nome….
    Scusa lo sfogo… ma mi sono imbattuta per caso nel vostro blog cercando di approfondire perchè da poco tutti sono diventati pensatori….mi chiedo se prima non lo fossero….ciao
    Monica

Lascia una risposta