La percezione di ciò che non si può percepire

— Guarda la pioggia… — disse l’uccello Guida.
– La sto guardando! che altro c’è da guardare?– Cosa vedi?
– Come sarebbe a dire, stupido uccello? Vedo solo un mucchio di pioggia. E’ solo acqua che cade.
– Che forme distingui nella pioggia?
– Forme? Non c’è nessuna forma. E’ solo, solo…
– Solo un gran casino — disse l’uccello Guida.
[...]
– Dimmi cosa vedi!
– Solo un effetto laser, stupido uccello.
– Lì non c’è niente che non ci fosse prima. Sto solo usando la luce perchè tu guardi come sono certe gocce in certi momenti. Ora cosa vedi?
La luce si spense.
– Niente.
– Sto facendo esattamente la stessa cosa, ma con la luce ultravioletta. Non riesci a scorgerla.
– Ma che senso ha mostrarmi una cosa che non posso vedere?
– Vorrei farti capire che il semplice fatto di vedere una cosa non significa che quella cosa si trovi lì. E se non vedi una cosa non significa che essa non sia lì: tu vedi solo ciò che i tuoi sensi ti fanno percepire.
Ecco una secondo breve estratto da “Praticamente innocuo”.
Questa volta si tratta di un dialogo fra la bambina Casualità (è il suo nome) e l’uccello Guida. L’uccello effettua una serie di prove per sintonizzare il suo modo di esprimersi e comunicare con quello della bambina.
Alla fine si giunge all’interessante riflessione sul fatto che non sempre quello che percepiamo corrisponde esattamente a cio che esiste nel mondo fisico. A volte (seppure raramente) possiamo percepire delle immagini illusorie oppure, più spesso, non percepiamo cose che invece esistono ma sono al di fuori delle nostre capacità sensoriali o cognitive.
Interessante quindi esplorare il funzionamento della percezione umana e i suoi limiti, in funzione della quale possono derivare delle scelte progettuali.
Affascinante e forse un po’ inquietante non essere perfettamente sicuri di ciò che vediamo, e di ciò che non possiamo vedere.
E tutto questo moltiplicato per 5, perchè sebbene spesso si faccia riferimento alla vista, lo stesso vale per gli altri sensi. Senza contare che a volte essi creano ponti fra di loro (sinestesie).




La lampada appesa Falkland è costituita da un tubo elastico in filanca teso fra sette anelli metallici di diametri diversi fra loro e sempre maggiori del diametro del tubo elastico stesso. La luce, emessa da un riflettore in alluminio contenuto nella parte alta della calza, è diffusa dalla calza stessa lungo tutta la lunghezza della maglia. La lampada si forma da sola estraendola dalla scatola e appendendola. Imballata risulta alta tre centimetri più il riflettore.
E’ evidente come Munari nel progettare questa lampada si sia ispirato alle calze da donna ma anche ai lampadari giapponesi di carta e listelli di legno e, convinto sostenitore del fatto che dalla natura si possa imparare molto, alla pianta di bamboo. Lo stesso Munari in “Arte come mestiere” scrive: “Si potrebbe anche dire una forma naturale: la natura infatti crea le sue forme secondo la materia, l’uso, la funzione, l’ambiente. [...] Naturalmente il designer non opera nella natura ma nella produzione industriale e quindi sarà un altro tipo di spontaneità che nascerà dai suoi progetti, una forma di naturalezza industriale, dettata dalla semplicità e dalla economia costruttiva. C’è un limite oltre il quale non si può andare, nel senso della semplicità costruttiva ed è eccitante arrivare a quel punto.”